Bandiere, poi Stracci

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Si dice che nel calcio non ci sono più bandiere.

Gente come Gigi Riva, che è rimasto per tutta la sua carriera nel Cagliari, non esiste più. La ‘Grande Inter’ di Herrera gli offrì ponti d’oro, ma Riva non lasciò la sua amata Sardegna. E ci piace immaginare Riva che, ancora oggi, cammina sul mare, con l’immancabile sigaretta. Oggi tutti quelli che giocano in una squadra ‘normale’ farebbero carte false per finire in uno dei tre o quattro più grandi Club del mondo: Real Madrid, Barcellona, Manchester City e Manchester United.

A Roma, oltre ai risultati negativi di Luis Enrique, non si fa altro che parlare del contratto di Daniele De Rossi: romano e romanista. De Rossi, che diciottenne esordisce in Champions League, dopo appena ventuno partite di campionato è convocato in Nazionale da Marcello Lippi. Campione del Mondo, ma non Campione d’Italia, perché la Roma si ferma sul più bello. A giugno scade il suo contratto. Mancini, Paperon dei Paperoni, gli offre 9 milioni di euro netti all’anno. De Rossi ci pensa. La Roma non può offrirgli quella cifra. Pare possa arrivare a sei. Se non firma entro il primo febbraio De Rossi  sarà libero di scegliersi un’altra squadra. Cosa farà? E’ un ragazzo intelligente, schietto, dice sempre quello che pensa. E’ una bandiera, può diventare la bandiera, quando Totti non ci sarà più. Ma, forse gli conviene guardare le bandiere del nostro campionato per capire cosa fare.

Francesco Totti sta vivendo la ventesima stagione da calciatore della Roma. Totti è la Roma. L’enfant du pays, il simbolo, l’idolo. Il superlativo assoluto è d’obbligo, quando i suoi tifosi parlano di lui. Lo ha meritato. Ha vinto lo Scudetto nel 2001. Sul tavolo, anche se non c’è bisogno, ci sono più di duecento gol segnati in campionato. Oggi, però, è un peso enorme. Non per i tifosi, ma per la società e l’allenatore. Franco Baldini, appena si è insediato, lo ha definito: ‘pigro’. Polemiche infinita sotto il Cupolone. Luis Enrique, ad agosto, quando si è giocava l’accesso all’Europa League lo ha tolto nel finale, per far spazio a Okaka! Risultato Roma fuori dall’Europa. Eliminata dallo Slovan Bratislava.

Alessandro Del Piero è alla diciannovesima stagione da calciatore della Juventus. Per il popolo bianconero è l’idolo assoluto. Protagonista quando la Juve ha vinto la Champions League nel ’96, segnò il gol decisivo nell’Intercontinentale contro il River Plate. Ha vinto cinque scudetti (sette sul campo). Non ha mollato la barca che affondava in Serie B. Quando i bianconeri sono tornati in A li ha riporati in Champions. Si è preso una Standing Ovation quando è uscito dal campo sia al Bernabeu che a Old Trafford. Oggi, come Totti, è un peso enorme. Antonio Conte, suo ex compagno, se ne è liberato quando Andrea Agnelli, nell’assemblea dei soci, il 18 ottobre, ha ringraziato il Capitano che alla fine della stagione avrebbe lasciato la Juventus. Liquidato come un impiegato qualunque. La Juventus è prima in classifica. Del Piero non ha mai fatto polemiche, non ha mai alzato la voce, nemmeno quando contro il Genoa è entrato in campo per giocare i tre minuti di recupero! E prima di entrare ha dovuto subire la lezione tattica di Angelo Alessio, vice di Conte. A Napoli ha giocato la 700esima partita con la Juventus, mai nessuno come lui in bianconero, sul tavolo mette anche 284 gol. Però, non lo ha notato nessuno, visto che era l’89°. Anche al San Paolo la lezione tattica è arrivata.  

Pippo Inzaghi, ha un anno in più di Del Piero e tre più di Totti, nel Milan gioca da undici anni. E’, di fatto, fuori rosa. Allegri, che già la scorsa primavera si è liberato di Andrea Pirlo, il miglior giocatore italiano degli ultimi vent’anni, lo ha escluso dalla lista Champions. Peggior dispetto a SuperPippo non si poteva fare. Lui che vive per il gol escluso dalla competizione europea più importante. Ufficialmente perché non si potevano inserire in lista due giocatori reduci da infortuni al ginocchio. L’altro Mexes, più giovane di nove anni, è rimasto, poi, più tempo fuori rispetto a Inzaghi. Il destino si è messo in mezzo e a Borisov dove il Milan doveva vincere si è presentato con soli due attaccanti. Sull’uno a uno, nel finale, Allegri ha inserito il giovane Simone Ganz, il risultato non è cambiato.

Tre bandiere. Tre miti. Tre idoli diventati tre stracci. Daniele De Rossi osserva.