Mentre si apre il torneo di Wimbledon, echi di un Roland Garros lontano
- La notte è fatta per amare- cantava l’americano Neil Sedaka negli anni ’60, “ e non per il tennis” potrebbero aggiungere ancora oggi i francesi: il Roland Garros è l’unico slam infatti a non avere né la sessione notturna come l’Australian e l’Usa open, né il tetto retrattile di Wimbledon che permette, almeno sul centrale, di prolungare il match fino alla conclusione naturale. Così il telespettatore del torneo parigino, verso le 21.30, è diviso fra il restare incollato allo schermo per non perdere neanche un punto di partite magari cominciate 5 ore prima, e sbirciare il crepuscolo dalla finestra, domandandosi come potrebbe distinguere e rilanciare una pallina gialla lanciata a 200 all’ora. E mentre gli affiorano alla mente nozione scolastiche di astronomia, su latitudini nord , ore di sole, giorni che si allungano verso il solstizio d’estate, c’è sempre un commentatore tv che nei cambi di campo, fra la hola dei presenti allo Chatrier, gli ricorda che ciò che vede non esiste, che la luce ancora chiara è un effetto video, e mentre per qualche secondo gli mostra la realtà, cioè figure nell’ombra, il povero spettatore non capisce più nulla, si chiede se la scena finale di Blow up, con i mimi che giocano un match senza palla e in mezzo alla nebbia, possa essersi ispirata a quelle sere di maggio a Parigi.
Nella prima settimana del Roland Garros di quest’anno, fra l’oscurità e pioggia, solo in un giorno il programma è stato interamente concluso senza gravare su quello dell’indomani, ma in questo senso, lo slam francese è quello che più si avvicina alla vita quotidiana: non si può lavorare al buio, e a sera comunque è meglio staccare (anche da un lungo gioco), cenare, riposarsi. Quando piove, poi, si può restare all’aperto, camminare, correre, e anzi, un americano a Parigi, ci ricordava che si può cantare e danzare. Né la gioia né la leggerezza di Gene Kelly ci trasmettono però i tennisti quando in tribuna si aprono gli ombrelli; la terra rossa, che a differenza dell’erba e del cemento, assorbe bene e a lungo l’acqua evoca la fatica e la sofferenza del pavè della Parigi- Roubaix, o del fango delle trincee lungo
Senza accostarle ad altri sport, altri tempi o a metafore belliche, le partite dai lunghi scambi sulla terra, che cominciano nel primo pomeriggio assolato e attraversate dal vento, dalla pioggia, dal buio, finiscono a sera, a me ricordano invece le ampie descrizioni dei romanzi dell’Ottocento francese o le pagine di Proust, con una serie di aggettivi solo apparentemente sinonimi, ma in scala di note e toni diversi, in un climax crescente o decrescente. La storia di cinque set sulla terra battuta, che spesso sembra conclusa dopo i primi due vinti da un tennista che soccombe poi negli altri, è, non solo per gli atleti in campo, ma anche per lo spettatore sugli spalti e in tv, simile ad un romanzo sudamericano alla Cent'anni di solitudine, in cui presente e passato, persone reali e fantasmi s’intrecciano con molta naturalezza.
– C’est pas possibile- mormorava a se stesso PH. Mathieu, dopo 10 anni dal pianto in coppa Davis sulla sedia di Bercy, 10 anni in cui in tanti match importanti, l’ultimo contro Blake ancora in Davis, aveva rivissuto l’incubo di non saper capitalizzare il vantaggio e chiudere il match:. Non pensava fosse più possibile riscattarsi vincendo 18-16 davanti al pubblico che tante volte aveva deluso, resistendo a 41 ace e a quasi sei ore proprio quando appena un anno prima si allenava su una sedia a rotelle al Roland Garros ? Da dove viene la forza di andare fino in fondo alla gara? si chiedeva Eric Liddell , medaglia d’oro nei
In un romanzo di Garcia Maquez o di Amado, forse Stephane Vidal, a un anno dalla propria morte si sarebbe vestito elegantemente e seduto in prima fila avrebbe dato all’amata Virginie Razzano i consigli per battere Serena Williams, poi le avrebbe mandato un bacio di addio, affidandola al giovane che da qualche tempo le ha restituito il sorriso.
In un romanzo di formazione, Rafa Nadal, quando la domenica della finale aveva perso il terzo set, mentre si sentiva impotente ad applicare il suo top spin a quelle palle bagnate, pesanti, che Djokovic controllava così bene, avrà guardato zio Tony implorandolo di esercitare la magia di quando lui era piccolo e gli aveva detto di poter far piovere se la situazione si fosse messa male..Nel romanzo, nell’ira di Tony Nadal contro il supervisor che secondo lui aveva esitato troppo ad interrompere il match perchè il campo era oramai troppo scivoloso, ci sarebbe stato il ricordo del tempo in cui giocava a fare il Rain man.
Nella realtà, fra poche ore comincia Wimbledon, vincitori e vinti del Roland Garros devono ricominciare da capo, come, in fondo, facciamo tutti, ogni giorno.
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