Tennis: Kolya! Kolya!

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Un  ritratto di  Nikolay Davydenko, vincitore dell’ ATP world tour finals

Il debutto del diciannovenne Davydenko in uno slam e in tv fu in una di quelle notti che ci prepariamo a vivere fra poco più di un mese per l’Australian open: ovviamente per lui era un pomeriggio d’ estate, era caldo, era Melbourne 2001.  Per me era il primo slam condiviso attraverso la chat dell’Atp con amici russi, che sapendo della mia ammirazione per Kafelnikov, mi avevano segnalato questo ragazzo che gli assomigliava  per il rovescio, la velocità e la leggerezza.  Lo avevano seguito dal vivo nel luglio precedente quando aveva raggiunto la semifinale  ad Amsterdam, il primo torneo del circuito maggiore a cui Kolya (il diminutivo di Nikolay) aveva partecipato, nell’anno in cui aveva scalato posti in classifica, da numero 608 a gennaio, a 139 a dicembre.

Non so quante donne in quella notte di gennaio fossero sveglie per vedere Davydenko, o piuttosto per il suo avversario di secondo turno, l’affascinante Pat Rafter, nell’ultimo slam di casa nell’ anno del ritiro. Kolya invece, non ancora ventenne, era già così, come domenica  a Londra,  forse con solo qualche capello in più: molto esile, gli occhi sgranati, come febbricitanti, un viso di uno che non sembra mai stato ragazzo, un vecchio-bambino, come mi sono sempre immaginata Nemecsek, il delicato “soldato semplice” de “I ragazzi della via Pàl “ di Molnar. 

Era già così, con i piedi sulla riga di fondo per rispondere al servizio di qualcuno alto e grosso il doppio di lui, ma i miei amici avevano ragione, e fu nel secondo set che lo vidi, uno dei miei gesti tennistici preferiti, tipico di Kafelnikov e ora, sapevo, anche di Kolya: quasi in un tempo sospeso, per un attimo non c’è un campo da tennis, ma da golf,  e il giocatore, al centro di una piazzola ideale, con calma, flette le ginocchia, ruota i piedi e le anche, e di rovescio a due mani colpisce la palla molto bassa, con naturalezza ed eleganza , quasi accompagnandola con un filo invisibile nel campo dell’avversario, che non risponde, forse ipnotizzato da tale bellezza…. Uno spettacolo, quello di  Nikolay al suo primo slam, che gli fruttò però solo un set con Rafter, ma bastò perché io aspettassi di rivederlo, e non era facile, non lo è stato neppure negli ultimi cinque anni, in cui è costantemente fra i primi 8 del mondo, ma prima delle semifinali di solito gli organizzatori non lo programmano sul campo principale nei grandi tornei seguiti dalle tv. Se penso ai motivi dell’oscuramento di Davydenko, almeno di quelli ipotizzati dalla stampa, provo solo una profonda amarezza: assenza di uno sponsor, come del resto fu per Kafelnikov dal 1998,  (solo da poco tempo Nikolay ne ha trovato uno per l’abbigliamento, la francese Airness, e non ne ha per le racchette), mancanza di appeal fisico, gioco definito robotico, noioso, monocorde, “squallidone”secondo Clerici, che domenica dice di essersi scusato con lui e di non avere mai capito niente. Quante volte abbiamo sentito i commentatori di Sky additare Davydenko  solo come esempio per i giovani  che anche un ragazzino con poco talento possa arrivare alle prime posizioni mondiali con il lavoro quotidiano, l’esercizio fisico fino all’estenuazione a cui l’ha sempre costretto il fratello allenatore. Sembra che parlino di una specie di Ivan Drago di Rocky IV.

Che cosa si sono persi questi giornalisti, e quanto abbiamo perduto noi a causa loro e degli organizzatori dei tornei…Ci si lamenta di un tennis troppo muscolare, e poi non ci si chiede con quali doti un ragazzo scarno come Davydenko, che ha sofferto di problemi respiratori, sia arrivato due volte alle semifinali  del Roland Garros e  abbia vinto 8 dei suoi 19 titoli sulla terra battuta, la superficie che richiede una preparazione fisica più impegnativa? Come possibile che un esperto di tennis dalla tribuna o dalla tv non apprezzi quanto lui intercetti sempre la palla in salita, e, come dicono i telecronisti francesi, a volte sbagli perché colpisce troppo in anticipo? Come  non subire il fascino del  suo volteggiare leggero intorno alla palla proprio per la rapidità con cui è presso di lei, del suo circondarla  con cura, come per una danza, prima di scagliarla con decisione nel  campo avversario? Del Potro domenica ha paragonato il suo gioco alla play station, e lo capisco, è stato pressato continuamente e superato in velocità. A me ricorda invece i quadri di Seurat, apparentemente paesaggi tranquilli, realistici , da cartolina, e poi ti accorgi che sono composti da infiniti punti di luce e colori diversi.

Mi si obietterà che non si resta nella Storia del tennis se almeno non si sia vinto uno slam, e Kolya non è ancora approdato a nessuna finale pur avendo in quest’ultima settimana battuto i tre vincitori degli slam del 2009: Nadal, Federer e del Potro. Sinceramente, non so se raggiungerà mai questo traguardo. Non so se ha ancora paura dei cinque set , per esempio, come ha spesso dichiarato, paura che gli deriva dalla consapevolezza di un fisico fragile, che ha perso quasi un chilo al giorno, come ci ha confessato dopo il trionfo di domenica, e come aveva segnalato spesso in passato. Credo che sia questo il motivo per cui Tarpishev, d’accordo con lui, l’abbia poco utilizzato in Davis, dove al quinto set non c’è neppure il tiebreak.

Ho sempre pensato poi che per vincere uno slam bisogna prima di tutto sognarlo, vedersi con gli occhi dell’immaginazione entrare nel  central court con l’ultimo avversario rimasto, ed essere disposto a morire per la vittoria. Ho la sensazione che Kolya finora non si sia permesso di desiderare e che  il fratello l’abbia assecondato, rassicurandolo magari con l’ottima posizione in classifica e il montepremi annuale, ma non per un semplice calcolo ragionieristico, piuttosto per una sorta di protezione da parte di chi conosce bene le tue fragilità e non osa chiederti di più..

Posso sbagliare, trascinata dal mio romanticismo, ma credo che la moglie Irina invece abbia cominciato a sognare per lui,  a porgli traguardi più ambiziosi,  dandogli nello stesso tempo più sicurezza.. Ne ha beneficiato il gioco, lo dimostrano i miglioramenti nel servizio e nella volèe.  Il primo è il colpo più legato alla fiducia in se stessi, e nel 2007 si  era parlato anche troppo del  suo calvario di doppi falli, di ironie e dileggi da parte degli arbitri, in seguito alla depressione per l’inchiesta sulle scommesse sul suo match con Vassallo Arguello. Contro Del Potro, domenica scorsa,  Kolya ha annullato quasi tutte le palle break o con un ace o con una battuta vincente. Quanti match, specie contro Federer in passato, gli ho visto perdere anche dopo aver magari brekkato per primo, proprio per essersi smarrito a rete, eppure il russo ha disputato quasi sempre almeno dieci tornei di doppio all’anno, pure negli slam, quindi è esperto del gioco di volo. Domenica  veniva a rete con sicurezza e deliziava il pubblico con volèe smorzate.

- Peccato- disse Boris Becker alla fine del’96.- che quando io sia all’apice della forma, tutti gli altri vadano in vacanza-

Che cosa sogneranno, alle Maldive verso cui sono diretti, Kolya e Irina?