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Tennis: Del perduto inverno

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Il tennis e le stagioni

 

Non domandare – non è giusto saperlo – a me, a te
quale sorte abbian dato gli dei…:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
 ……………………………………………………..
– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
e fugge il tempo geloso: cogli l'attimo, non pensare a domani.

(Orazio)

 

Una volta, negli anni ‘90, era il torneo di San Pietroburgo a ricordare al tennis che agli inizi di marzo è ancora inverno. Certo, anche allora quasi tutti i campioni si spostavano nel deserto di Indian Wells e la tv indugiava sulle spalle nude delle giovani spettatrici e sui volti rugosi, segnati dal sole, dei giudici di linea. I pochi highlights delle fasi finali del  piccolo torneo russo mostravano invece l’interno livido di un palazzetto azzurro con lo scarso pubblico infreddolito, ma  incuriosivano di più le scene di pesca sul ghiaccio organizzata per gli atleti (Kafelnikov, i suoi connazionali e qualche svedese), sorridenti e divertiti, almeno davanti all’obiettivo. Non ricordo se fosse un lago, un fiume, o addirittura il Baltico , però la distesa di neve, i cappucci di pelo, gli scarponi, erano un’immagine insolita per il tennis, come una rappresentazione in chiave sportiva della fiaba tradizionale di quel Paese, con la Fata primavera che non vuole lasciare babbo Gelo e la figlia, la principessa della neve.

Nel nuovo millennio il torneo si svolge nell’ultima settimana di ottobre e si garantisce quindi la partecipazione di top ten, inserendosi nel loro lungo autunno che si chiude ai primi di dicembre per chi gioca la coppa Davis.

Se ci pensate, il calendario tennistico copre  tutto l’anno, con un vuoto di nemmeno tre settimane,  ma in realtà è un calendario innaturale, cioè non segue il ritmo biologico, l’alternanza delle stagioni,  poiché salta l’inverno, il tempo che la natura si prende per raccogliersi, per proteggere i semi, per riposarsi. Quello che dovrebbe corrispondere per l’uomo al tempo del silenzio, della riflessione, o dell’intimità, del ritrovarsi e del raccontarsi intorno al fuoco. Sembrerà anacronistica quest’immagine, residuo di un’epoca lontana, di una civiltà agricola, che vediamo oggi forse solo nelle casette innevate fra gli abeti dei biglietti natalizi. Mi scuserete, ma il capodanno suscita emozioni contrastanti in chi non è più giovane : la coscienza di avere sulle spalle più anni di quelli che ci attendono invita a rifugiarsi ogni volta un po’ più a lungo nel passato, o ad ascoltare il silenzio di chi non sarà con noi nel 2010, e insieme c’é l’eterno incanto dell’Inizio, quando “il mondo è ancora in ordine” penso sempre io, sotto il bagliore dei fuochi d’artificio.

La stampa tennistica e il web vivono un po’ tutto questo a dicembre: è tempo di bilanci, di ricordi e così ci si può di nuovo narrare “le migliori partite dell’anno”, o del decennio, e perché no? dell’era open, o più indietro, fino a che sarà vivo un cronista che l’abbia vista con i propri occhi (sempre che ci si possa fidare dei ricordi di giovinezza). Si celebrano i vincitori, le “sorprese”, gli esordienti, si può sperare che i perdenti si riprendano nel prossimo anno, se li si ama, o li si abbandona, se non si sopportano le delusioni. Ma ci si sofferma anche sugli ultimi ritratti di chi ha deciso di lasciare, e se, come quest’anno, si chiamano Safin e Mauresmo, ci sembra più difficile andare avanti senza di loro.

Si può fuggire però da tutto questo, mi direte voi, lasciarci alle spalle la neve e il passato, e prendere il primo aereo per i Paesi caldi, anticipare l’estate, il futuro, seguire l’esempio dei tennisti che,  terminati  il circuito autunnale europeo, partono per destinazioni esotiche: “le solite Maldive” ha rivelato Davydenko, il Maestro del 2009, mentre Federer ha raggiunto  il suo piccolo regno a Dubai, e c’è sempre l’eterna primavera di Montecarlo dove molti di loro hanno fissato la residenza. Ma non è proprio di una partita di tennis, poi, insegnarci a credere solo nel futuro,  a procedere nonostante l’errore, a non avere rimpianti? Guai a dolerci per una volèe facile in rete, a credere di aver già vinto: punto su punto, attimo per attimo…Ma dimenticando l’inverno.

Scorriamo  il calendario dell’Atp: dal 30 dicembre si comincia con la tiepida estate dei tardi pomeriggi arabi, poi la calura australiana, i 40 gradi quando noi per restare davanti alla tv ci avviluppiamo nelle coperte; a febbraio, l’estate continua in Sudamerica per chi vuole un anticipo della terra rossa. Oh sì, potreste suggerirmi, c’è un po’ d’inverno europeo, ma a Marsiglia già a fine gennaio  fioriscono i pruni, e se non soffia il Mistral, al “vieux port” si può mangiare la bouillabaisse nei tavolini dei ristoranti all’aperto. Rotterdam, sì, è più a nord, ma sceglieremmo come simbolo dell’inverno tennistico l’arancio delle magliette dei tifosi o l’interno rosato del suo palazzetto? Si ritorna a sudare a Dubai, prima del lungo giorno del deserto di Indian Wells, dell’umidità delle sue notti, o di quell’anticipo d’estate  che gli anziani americani vanno a gustarsi a Miami durante il torneo. La primavera europea lungo la costa, da Montecarlo, a Barcellona, e nelle capitali, Roma e Parigi. La nostra estate, l’estate tennistica americana…il nostro autunno, quello del circuito asiatico, i primi freddi, forse, a Mosca e San Pietroburgo, a Londra, ma la maggior parte dei giocatori a fine novembre è già in vacanza e altri hanno già prenotato spiagge lontane.

Così mi sono chiesta come  si sentiranno i campioni di tennis quando si ritirano intorno ai trent’anni. Che effetto avrà su di loro riappropriarsi dell’inverno, dopo almeno dieci anni che non l’hanno vissuto? Mi obietterete che se vogliono, con tutti i loro guadagni possono permettersi di fuggirlo ancora, ma non è così, lo sapete. L’inverno, dovunque noi siamo, è quando decidiamo di fermarci a meditare su di noi, ad accettare il silenzio di una notte più lunga del giorno. Per uno sportivo una pausa dovuto ad un infortunio, o anche per una squalifica, può essere l’inverno, se lo riporta a casa, a riprendersi, a riflettere sulla sua vita. Soderling per esempio, ha confessato di aver sfruttato molto bene il lungo stop dovuto all’infortunio, cambiando allenatore e rafforzando i suoi punti deboli sia tecnici sia mentali. Ma mi piace anche immaginare  che tutti gli inverni perduti per un tennista ad un certo punto possano incombere su di lui e fargli dire improvvisamente:- Mi fermo qui, ne ho abbastanza- E avrà tempo poi, per spiegare a se stesso e agli altri i motivi per cui ha deciso di ritirarsi..

Mi chiedo se Marat Safin, dopo aver studiato in Spagna da ragazzino e girato il mondo fino ai trent’anni, sia  pronto per affrontare il lungo inverno russo, che per lui potrebbe essere il tempo delle scelte consapevoli. L’uomo che fuggì al proprio destino: così lo definirei, o almeno così mi appare dalle interviste, così mi rivela il suo tennis. Non parla mai di talento, ma vede i suoi  successi come “ un miracolo”, “in nessun modo da giovane avrei pensato che potesse succedermi tutto ciò. Ho vinto una lotteria. Ho scelto una lotteria che ha fatto andare tutto bene. È divertente. Molto divertente. Non riesco a spiegarlo. Non c’è logica. “ dice di sé a Ubaldo Scanagatta , in  Ubitennis del 3/9/09.

Un tennis “inconsapevole” e anche per questo, forse, sublime, irripetibile, sempre in bilico fra bellezza e paura: un tennis, secondo i telecronisti francesi, senza un apparente schema tattico, ma giocato come in allenamento, un colpo dopo l’altro, e nello stesso tempo, solo lui mi faceva ripercorrere la storia di questo sport e intravederne gli sviluppi futuri: dalle volèes in tuffo alla Becker, al controllo totale del gioco da fondocampo, al rischio nelle  progressioni di rovescio sempre più strette, sempre più veloci. Una sintesi di potenza, rapidità e dolcezza di tocco mai vista a quei livelli..

Per poche volte, lo sappiamo anche troppo, come se lui stesso, non allenandosi costantemente volesse convincersi che  fosse tutto casuale.

Safin, però, almeno da quello che ci raccontava delle sue vacanze, o anche delle lunghe soste dovute ad infortuni, non ha mai inseguito l’estate, visto che andava nelle  foreste dell’Oregon, sulle Ande, o  in marcia verso le vette degli ottomila.. In lui, probabilmente, l’inverno russo è sempre dentro, forse negli aspetti  più ambivalenti della fiaba che accennavo all’inizio: c’è in lui qualcosa della fata Primavera, che non vuole sciogliersi mai completamente, né abbandonarsi alla fioritura, che genera neve quando dovrebbe far spuntare il sole; le vette del suo tennis troppo rapidamente dissolte  sono state un po’ come la fanciulla di neve che ha rischiato l’amore, anche se il cuore gelido non l’ha retto e si è sciolta , ed il suo personaggio così amato e popolare  evoca  Ded Moroz, Nonno Gelo, che per i bimbi russi è Babbo Natale bonario, generoso di doni, ma che poi si ritira  misterioso, inquieto, in fondo profondamente solo.

Permettetemi invece di augurare ad Amèlie Mauresmo un inverno come quello dei biglietti natalizi, Lo so che lei si definisce un cavaliere errante che ha staccato il suo Graal ed è diviso fra angeli e demoni, ma mi ha colpito molto quello che su di lei ha scritto la psicanalista Marcella Marcone  in Tennis sul divano, di cui è coautrice insieme a Marco Mazzoni. Analizzando la paura, la tensione, e quindi gli scarsi risultati che la campionessa francese ebbe sempre al Roland Garros,  ipotizza che proprio lo slam “di casa”  ricordasse ad Amèlie  i conflitti irrisolti  legati alla propria casa, alla propria famiglia, e questo la bloccasse anche nei gesti tennistici.

Una giornalista francese ha scritto che se un campione si ama per quello che fa, un grande campione come la Mauresmo si ama per quello che è. Per noi tifosi è stato sicuramente così; per questo le auguro, nella nuova vita che l'aspetta, di riconciliarsi con il proprio passato e di essere amata come donna, nella vita privata, come lo è stata come campionessa..

 Questo articolo è dedicato a Wendy del forum, perchè nonostante i suoi vent'anni e la pioggia di fine dicembre, si è messa in ascolto di "quelli che dormono sulla collina".