Tutti i principi morali universali sono oziose fantasie (F. De Sade)
Prima seduta
Non ho mai capito il motivo per cui non ci era permesso giocare a pallone. Mi hanno detto una volta, ma ero già grande, che la colpa era del mio doppio focolaio ai polmoni. Ma anche i miei fratelli Sergio e Giorgio risentivano del divieto, esteso a tutte quelle attività ricreative nelle quali si finisce sudati. Sergio aveva sei anni più di me, ma non riusciva a capacitarsene. Si suda e ci si ammala quindi non si gioca. Era per questo?
I miei fratelli erano a conoscenza dei miei problemi di salute ma non me ne facevano una colpa. Pensandoci avrebbero potuto accanirsi contro di me, ma in fondo era parte dell’educazione maniacale impartita da nostro padre basata su restrizioni assurde che stupivano sempre i nostri amici. Si limitavano a imitarmi, respirando affannosamente, simulando di rimanere senza fiato in seguito a un mancamento d’ossigeno. Mi capitava di frequente. Mangiavo un gelato, bevevo qualcosa dal frigo, leggevo Paperino e all’improvviso non respiravo più. Correvo in giardino e spalancavo la bocca spaventato. Mi riprendevo è vero, ma la prima volta che mi era successo credevo di morire soffocato. « Asmatico di merda » era forse l’unica offesa che mi lanciava Giorgio.
Un pomeriggio d’estate Sergio era ritornato a casa fradicio di sudore. Scopriva la bassa padana in bicicletta e ne macinava di chilometri!
Non riuscì a raggiungere il bagno senza scontrarsi con papà che gli metteva sempre una mano irritante tra i capelli: « Guarda come sei sudato! » e gli tirava uno schiaffo imprecando. Gli infilava poi la mano giù per la schiena costatando che aveva la canottiera tutta bagnata di sudore: « Ti tirerei un pugno! » e gli mostrava le cinque dita raccolte.
Solo la zia capiva le nostre esigenze e ci permetteva di giocare sottocasa, naturalmente quando nostro padre non c’era. Io e Giorgio contro Sergio. Niente era più divertente di quelle partitelle giocate in clandestinità, con la paura di essere scoperti in flagranza di reato da un momento all’altro.
Una delle nostre paure era che papà ritornasse più presto del solito dal lavoro (avvertiva solo quando faceva tardi).
Un quarto d’ora prima del suo arrivo filavamo in bagno ad asciugarci, o a lavarci se eravamo molto sudati. Riconoscevamo il rumore del motore della sua auto, e quando apriva il cancello per entrare avevamo già messo a posto l’asciugacapelli. Spesso non serviva un bagno per fare andare via il rossore delle guance. Scappavamo di sopra a fingere di leggere, uno di noi si chiudeva in bagno. La zia ci voleva bene e nessuno di noi si sarebbe permesso di parlare male di lei. Intratteneva suo fratello raccontandogli chi aveva incontrato al mercato, mentre noi speravamo che salisse a salutarci il più tardi possibile. Si arrabbiava però se arrivando non ci trovava pronti a domandargli curiosi come era andata al lavoro. Pretendeva il bacio. Forse aveva intuito il nostro gioco, ma avendo raccolto prove insufficienti per castigarci, si limitava a qualche osservazione sulle nostre mancanze. A me continuava a ripetere che non mi vedeva mai con un libro in mano. Ma in fondo a nove anni il carico di studio è sempre molto contenuto. Delle scuole elementari e delle medie inferiori ricordo una nota sempre presente nel mio giudizio finale: comunica con qualche incertezza.
Quando mio padre era fuori casa, Sergio ed io organizzavamo scherzi un po’ pesanti ai danni di Giorgio, nostro fratello minore. Avevamo indotto Giorgio a sfogarsi, a dirci tutto ciò che pensava su nostro padre. A quel punto inventammo che avevamo ascoltato papà che comunicava alla zia l’intenzione di nascondere un registratore per sapere se parlavamo correttamente in sua assenza. Giorgio lo cercava affannosamente. Noi lo guardavamo divertiti fingendo di aiutarlo nella ricerca.
Una mattina invece ci eravamo assicurati che fossimo noi tre soli in casa per affrontare un problema che sul nascere appariva molto serio. Bisognava limitare le spese: « uno stipendio e sei bocche da sfamare » (che enfasi!). Giorgio seguiva il nostro discorso con molta attenzione. Balenò alla nostra mente una soluzione (architettata precedentemente per lo scherzo). Elencammo i componenti della famiglia e la loro utilità: papà porta a casa lo stipendio, la zia si occupa delle faccende di casa, la nonna…restava scoperto Giorgio. Non era fondamentale. « Ma io servo…sono utile per…» balbettava, « No Giorgio » gli dicevo. « Ci serve una corda. Ho imparato a fare i nodi per le impiccagioni. O se preferisci bere della candeggina o del profumo… ». Era terrorizzato e scappò tra urla e pianto, salendo velocemente le scale.
Ci fu un periodo che continuava a toccarsi il membro. Non per procurarsi piacere, s’intende, ma perché si lamentava che gli faceva male. Dopo la reazione che aveva avuto in seguito all’ultima beffa, non ce la sentivamo di fargli credere che volevamo castrarlo. Però non resistemmo alla tentazione di schernirlo nuovamente. Gli avevamo spiegato che il medico aveva caldamente insistito perché lo circoncidessero. Era corso subito dalla zia che l’aveva rassicurato: « Ti hanno preso in giro amore ».
Da piccolo ero un solitario, stavo sempre in disparte. Forse perché i miei compagni di classe giocavano a prendersi e io per ovvi motivi non potevo. Mio padre aveva avvertito le insegnanti del mio stato di salute. Giocavo al massimo una manciata di minuti con loro, non di più. Grondavo di sudore in pochissimo tempo e mi dovevo subito riposare:
« Fermati! Lo sai che non devi sudare » mi sgridava una insegnante.
Il resto dell’intervallo lo trascorrevo o da solo o con Ninetto che in mensa si divertiva a farcelo vedere sotto il tavolo, a me e a Barbara. « Ora tocca a voi! » ci diceva ma rifiutavamo, penso per pudore, di mostrargli le nostre intimità.
Passeggiavamo per la scuola mentre gli altri erano impegnati a giocare (e quindi a sudare). Lui forse era più solitario di me. Puzzava. Non so se era motivo sufficiente, tra bambini, per emarginarlo. Mi raccontava che non era mai entrato in una chiesa. I suoi non erano credenti. « E non sei neanche battezzato? Perché non insisti? Diglielo che vuoi andare in chiesa! » lo incoraggiavo terrorizzato all’idea che un mio amico potesse finire all’inferno.
Mi insegnava a fare i palloni con la gomma da masticare e io gli parlavo della mia concezione puerile del perdono. E mi ascoltava interessato. Me lo ricordo bene.
Guardavo Sergio che poteva permettersi il lusso di ospitare un amico soltanto per discutere con lui. Mi scacciava sempre quando mi vedeva nei paraggi: « non vedi che stiamo parlando di cose nostre? ». Quando discutevo con Ninetto avevo la mia rivincita.
Forse la mia pacatezza, la mia timidezza, deriva in qualche modo da questi curiosi episodi infantili. Adoravo ascoltare (non ero quel bambino che « non sta mai fermo ») papà e la zia che conversavano con i nonni, o con gli ospiti.
I miei amici invece volevano sempre giocare quando venivano a trovarmi (tranne Ninetto si è detto, ma non veniva mai a casa mia perché dopo scuola aiutava suo padre alla carrozzeria). A Marcello (si chiamava come me) piaceva un gioco in scatola di Sergio. Giocavamo sempre a quello. Per fortuna non mi chiedeva mai di andare a giocare a pallone in cortile. Preferiva allenarsi con altri bambini.
Avevo proposto un pomeriggio a Marcello di chiacchierare un po’ con lui, proprio come faceva Sergio con i suoi amici e soprattutto come facevo io o con Ninetto. Ma non ne aveva voglia. Era però il mio migliore amico. Tifavamo tutti e due per il Milan. Avevo appeso in cucina un poster di Marco Simone e adoravamo Sebastiano Rossi. Per noi era il miglior portiere del mondo, anche se non capivamo perché difficilmente lo convocavano in nazionale. Marcello poteva sudare ma i suoi non volevano iscriverlo alla squadra calcistica del paese. Il padre di un altro mio compagno di classe, che assomigliava alla lontana a Di Livio, mi aveva visto giocare ai giardinetti pubblici e sosteneva che avevo tutte le qualità per diventare un buon calciatore. « Non se ne parla nemmeno! » erano le parole di mio padre.
Anni dopo Marcello sarebbe diventato portiere titolare della polisportiva del paese.
« Perché non provi a convincere i tuoi? » mi consigliava vittorioso.
Ero contento per lui quando me ne parlava tutte le volte che giocavamo a L’isola del fuoco.
(continua)
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