Bisogna precisare che odio quel giorno, ancor più del lunedì che al contrario non è male, a dispetto di Leopardi, del gatto dei fumetti di Jim Davis e in generale della classe lavorativa. Non c’è giorno che mi separi per più tempo dalla domenica come il lunedì. Il sabato sera per esempio quando i giovani della mia età escono a divertirsi, anche se sono in compagnia, mi viene l’ansia, mi estraneo, gli amici si preoccupano per me: « Che hai? Sei strano ». La verità è che mezzanotte si avvicina e mi sale l’angoscia.
La zia spalancava le persiane di camera mia (inutile dire che ero già sveglio) e la luce della mattina che filtrava nella stanza infastidiva i miei occhi che coprivo con le lenzuola. Prima di scendere Sergio leggeva qualcosa.
Le domeniche della mia infanzia si rivelavano delle bellissime giornate di sole. Anche d’inverno. Ho eclissato domeniche di pioggia. Dal balcone udivo le campane (a dirla tutta erano altoparlanti che trasmettevano il loro suono registrato. La mia chiesa non ha il campanile) e cinguettii come lodi al Signore (diversi dai cinguettii dei giorni feriali. Sembravano intonare Fratello sole sorella luna). Non potete immaginare quanto mi fu consolatorio leggere una favola di Gadda dove si racconta d’un monsignore che affacciandosi alla finestra ascolta la voce melodiosa degli uccelli che si sono posati sul ramo d’un albero, e interpreta il loro armonioso canto come un rendere grazie ai benefici che l’Onnipotente ha concesso a loro e a tutte le creature. Peccato che non riesca, come San Francesco, a comprendere le loro finezze! (« levate da’ ccoglioni…accidenti a la buhaiòla ‘he tt’a messo insieme », « to màae…» e altro ancora).
Come il tratto di un disegnatore, lo stile di uno scrittore, anche la domenica si faceva riconoscere. E non sono solo le campane, il cinguettio, la messa…
Ricordo il primo giorno che ho partecipato alla liturgia. Giorgio ed io eravamo vestiti uguali, indossavamo entrambi un maglione bianco e nero. Stavamo molto bene, o almeno lo credeva la zia che di contentezza ci sorrideva. Si leggeva dal sorriso: Guardali, sembrano due gemelli!
Quando andavo solo con mio padre, che mi anticipava i versi in modo tale che potessi cantare anch’io, mi piaceva intonare il Santo e le altre. Andavo anche la sera per aiutare il prete a fare la messa. Non ero proprio un chierichetto, ma quasi. E quando lo diventai, con tanto di tunica, la domenica successiva volevo già sedermi sulla panca con i compagni di dottrina. « Hai preso questo impegno e lo mantieni! » mi diceva papà.
Quando entravo in sagrestia avevo paura del dipinto che ritraeva un chierichetto che assomigliava molto al bullo del paese che più volte mi aveva minacciato. Con tutti i chierichetti che ci sono, dovevano proprio ispirarsi a lui! Anche Giorgio era con me sull’altare.
Nostro padre si rattristava tutte le volte che, in assenza di chierichetti, nessuno suonava la campanella alla consacrazione. Perciò chiedeva a me o a Giorgio, anche dopo aver lasciato il nostro incarico ad altri ragazzini, di salire sull’altare a suonarla mentre tutti erano inginocchiati: « Un piacere! Con quello che facciamo per voi! » si lamentava papà quando capiva che lo facevamo controvoglia.
Usciti da messa andavamo a trovare i parenti defunti, seppelliti nei cimiteri dei paesi limitrofi. A volte per sfuggire al tour cimiteriale,come mi piaceva chiamarlo, inventavo che dovevo andare in bagno con urgenza o che mi doveva chiamare un amico.
« E’ come tornare alla mia infanzia. Ci sono tutti. Peccato che non li avete mai conosciuti» si soffermava mio padre sui loculi e ci raccontava le loro vite: « Quando avevo la vostra età lui era quello che ferrava i cavalli…».
Pregavamo anche per una famiglia che riposava nella fossa comune, che non aveva né fiori né luce, probabilmente non avevano parenti superstiti che sostenessero le spese. « Che tristezza. Mi viene la pelle d’oca solo al pensiero che in un futuro potrebbe capitare anche a me. Mi raccomando venite a trovarmi con i vostri figli. Voglio mettere da parte un po’ di soldi perché abbiano illuminazione e fiori freschi tutto l’anno e un loculo tutto loro ».
Anni dopo, rivalutai il rapporto che aveva mio padre con l’aldilà, trovandolo affascinante.
« Dovrebbe pensare di più ai vivi che ai morti. I morti sono morti » pensavo da bambino.
Parlava ai defunti ( « tutti i suoi amici sono morti o preti » ironizzavo con i miei fratelli) e riscoprivo un’altra persona. « Saresti orgogliosa dei nostri figli Aurora. So che vegli sempre su di loro » si rivolgeva alla mamma. Mi spaventava il pensiero che mia madre potesse vedermi in ogni momento, tanto che mi vergognavo spesso di me stesso.
Prima Sergio poi io, dopo innumerevoli sfuriate con mio padre (per Sergio era desiderio di ribellarsi all’autorità paterna. La mia era rabbia repressa) non andammo più a messa la domenica. E anche nostro padre tutto ad un tratto smise.
Non cambiai impressioni sulla domenica, il mio odio non si affievoliva come i sogni al risveglio o i ricordi, che penso siano della stessa essenza.
La domenica continuava a significare, a tormentare le mie notti, ad angustiarmi. Capisco che possa apparire eccessivo il mio risentimento per questo giorno festivo. E non vi ho mentito quando dicevo che riuscivo a riconoscere a pelle la domenica che continuava ad assumere significato.
Non era solo avversione per il cattolicesimo e a tutto ciò che lo riguardava. Non andavo più in chiesa ma mi esercitavo con mio padre a guidare. E la domenica aveva l’amarezza dell’esame che non riuscivo a dare, di tutti quei « quando può, accosti a destra » e restituzione immediata del foglio rosa, di un istruttore che non riuscivo a liberarmi e che non potevo sopportare.
E guidavo, ero capace! guidavo gente! Ma ero terribilmente insicuro che quella maledetta patente mi costò lacrime di delusione per quel travaglio che era guidare. E tutti mi dicevano: « ma tu sai guidare, non so cosa ti prende quando hai dietro l’ingegnere…» dal mio istruttore, a mio padre, alla segretaria che mi rinnovava di continuo il foglio rosa. Quando non superai l’esame per la seconda volta una ragazza mi disse: « Ti possono dare anche la patente ma non sai ancora guidare ». Ed era vero. Soltanto che io non riuscivo in un quarto d’ora di tempo a fingere di saperlo fare.
Le prime volte che guidavo chiedevo a mio padre, per evitare che mi invitasse ad assistere alla messa, di potermi esercitare con lui. Altre domeniche invece avrei partecipato volentieri a qualche funzione in più.
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