Al deserto di famiglia

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Terza seduta

Non rammento quanti anni avevo, undici mi pare, ed ero in vacanza con la mia famiglia a Rimini. Mio padre ci portava sempre in Romagna, e se non era Rimini, era Riccione, Viserba, Bellaria, Gatteo Mare, Miramare o Marebello. 

L’albergo era a cento metri dalla spiaggia e il pomeriggio che lui arrivò (non ho mai saputo il suo nome) ero sul dondolo che leccavo un gelato (scoprivo il gusto cocco e pistacchio).

Era diverso dagli altri tedeschi che riempivano gli hotel, tranne per il colore degli occhi e dei capelli, e forse ancora adesso, che cerco di essere il più lucido possibile, non riesco a capire perché mi affascinasse tanto. Giocava sempre a pin pong o al calciobalilla, sapeva dire nella nostra lingua solo « vaffanculo », e invidiavo una ragazza che studiava tedesco e che riusciva a parlare un po’ con lui. « E come si chiama? » le chiedevo con il cuore palpitante. « Ho capito qualcosa come ‘Iff’ ma non sono sicura. Continuava a ripetere quel nome lì. Ma mi sembra un po’ strano ».

Una sera senza farmi vedere da nessuno mi intrufolai nella sala ristorante, portandomi un accendino per poter leggere il nome della famiglia, una volta riuscito a trovare il tavolo.

Quando scoprii il numero di stanza,  scendendo le scale, mi fermavo per diversi minuti sul suo piano, sperando di incrociarlo. E giustificavo sempre questo mio desiderio di sostarmi a un certo punto, senza però mai avvicinarmi al vero motivo per cui lo facevo. Sarà meglio che aspetti papà e la zia. Non ho mai visto così bene questo piano e che bei quadri. Chissà quante stanze ci saranno, provo a contarle. Non volevo ammettere di essermi innamorato di Iff. Inoltre la mia mente aveva già rimosso alcuni episodi accaduti prima che scoprissi l’autoerotismo.

Mi divertivo per esempio a strizzare i genitali di Sergio. Succedeva molte volte durante il giorno, soprattutto mentre passeggiava ripetendo la lezione di scuola. Mi picchiava ma io continuavo imperterrito. Aveva alzato la voce: « culattone che non sei altro! Finocchio! ». Papà   lo aveva sentito e voleva una valida spiegazione a quelle affermazioni. Era la prima volta che ci costringeva a scrivere su un quaderno per duecento volte (io): « Non devo infastidire Sergio » e per cinquecento volte (lui): « Devo aver rispetto per mio fratello e per gli altri » (o qualcosa del genere). Dovevo essere molto piccolo perché occupavo una pagina di quadernino per scriverlo solo due volte.

Sempre in quel periodo mi infilavo nel letto di Giorgio e lo convincevo a lasciarmi fare. Ci toglievamo i pantaloni del pigiama, ci abbracciavamo e ce lo toccavamo. Per almeno una decina di minuti per notte. Poi me ne vergognai e cercai di dimenticare quel nostro rapporto. Mi convinsi quando mi tornò alla mente quel ricordo, anni dopo, che si trattava di un sogno o di una polluzione notturna. Come quando avevo sognato di fare l’amore con mio padre. Imbarazzante, ma non potevo farci niente, non si può mica controllare la propria attività onirica!

Perché Iff aveva questo effetto su di me? Quando passeggiavo sul lungomare e lo incontravo con la sua famiglia, e lo guardavo quasi cercando il suo sguardo, avevo voglia di abbracciarlo. « Ciao! Ciao! » mi salutava sorpreso, ma nello stesso tempo felice, di vedermi. Un pomeriggio, in spiaggia credo, lo fermai afferrandogli un braccio. Sembrava avesse fretta.

« Come ti chiami? » gli chiesi sperando che mi capisse.

« Iff » rispondeva lui, anche se penso che avrebbe risposto « Iff » a qualsiasi mia domanda. Forse conosceva qualche espressione italiana dato che non era il primo anno che trascorreva le sue vacanze a Rimini. Ero riuscito a sapere dal figlio del proprietario dell’albergo, che aveva due o tre anni più di me, alcune preziose informazioni su di lui e sulla sua famiglia. Le avevo trascritte su un block notes. Le riporto senza modifiche:

 

Stanza 58: un letto matrimoniale e un lettino. Prenotazione fino al 22 luglio. Dieci giorni in totale di villeggiatura. 30% di sconto per Iff (?). Padre dentista e madre impiegata di banca nei pressi di Hannover. Famiglia Janssen (mi sembra di aver letto questo cognome o forse era con una “n” sola o con la “m”). Dodici le bottiglie d’acqua segnate sul beveraggio, insieme a quattro aranciate e a due bottiglie di vino. Reclami: acqua della doccia fredda, no telecomando in camera.

 

Purtroppo non si ricordava il vero nome di Iff. « Forse Jorge? » mi aveva quasi illuso « No, no. Suo padre si chiama Jorge »

Non so perché ma per me era importantissimo sapere il suo nome. Non potevo innamorarmi di nessuno senza prima conoscere il suo nome, per la dolcezza evocata una volta pronunciato, perché avevo bisogno di impossessarmi almeno del nome.

Tutte le sere uscivo con papà, la zia e i miei fratelli per il centro e speravo di incontrare Iff in un negozio d’abbigliamento, in una libreria, in una gelateria. Tornavamo in albergo e papà e la zia andavano a dormire. Supplicavo Sergio per fermarci ancora un po’ a giocare a carte. Come si concludeva male la serata se non aveva voglia!

« Una partita? Ti prego, una sola? » insistevo.

« Ho sonno Marcello. Domani giochiamo » sbadigliava.

« Dici sempre ‘domani giochiamo’ e poi non giochiamo mai! »

La verità era che volevo aspettare che Iff tornasse da qualunque parte fosse andato. Non potevo andare a letto senza vederlo per tutta la serata. Quando arrivava in Hotel e mi distraevo dal gioco, Sergio mi faceva sempre notare che toccava a me. Iff prendeva le chiavi e chiamava l’ascensore. Non era un caso che una volta salito in camera sua, la maggior parte delle volte senza neppure salutarmi, non avevo più voglia di finire la partita.

Quando partì non avvertii la sua mancanza. Mi sembrava sbagliato. Però un pomeriggio in spiaggia, muovendomi sudato e a fatica tra la sabbia, con la testa bollente per il troppo sole (non avevo neanche un cappello), perdendo i sensi mi parve di ritrovarmi in mezzo al deserto e di riuscire a dare un nome, il vero nome finalmente, a quella figura che scorsi prima di cadere.