La locomotiva era pronta nel giardino,con le rotaie sporche di neve.
Era
Quando fu costruita non si parlava che di lei, la macchina del futuro, la sua potenza era pari solo a quella degli dei, e dopo la sua inaugurazione, chiunque era pronto ad ammettere che le stesse divinità si fossero rammollite a tal punto da salire come passeggeri della Provvisoria per provare l’ebbrezza ormai dimenticata,anche laggiù dove stavano Apollo e gli altri.
Dioniso fu il costruttore! si scommetteva. Non era un arnese umano.
Solo poche settimane e tutti si dimenticarono della locomotiva che fu presto ritirata dalle ferrovie statali, come una moda passeggera.
Era completamente inutile, costava troppo mantenerla, e per quello che bisognava trasportare bastava solo un ferrovecchio, magari lo si cambiava dopo qualche anno, si aspettava un incidente, si dava la colpa ai banditi, come si fa da sempre, e al suo posto sarebbe corso un altro treno, conciato male pure lui. Si era trovato il modo per tagliare i costi e risparmiare.
Così come per le locomotive succedeva tra gli uomini. La parola d’ordine era: « Non esistono pezzi fondamentali ».
Anche Amore finì per ragionare in quel modo tanto che le frecce non ferivano mai, e facevano dire agli amanti parole che avevano imparato dai poeti senza capirle, perchè era la procedura, un vino che si addice al pasto, labbra che si dissetano da più fiaschi.
« Ed ecco il motivo della mia visita e del nostro viaggio. Si è perso l’amore, non si trova più» spiegò l’ornitorinco
« E dove è andato? » domandò troppo ingenuamente Alfred
« Potrebbe essere su questo treno, o a ragione è scappato dagli uomini, dovunque insomma. O più semplicemente è tornato a casa sua »
« E dove abita? » si lasciò scappare un sorriso
« Lo ospitava la curia di re Sentimento. Ed è lui che raggiungiamo »
La speranza di ritrovare Amore coincideva con un’altra grande speranza,ritrovare Alma. Sarebbe bastato un viaggio solo?
L’avventura incominciava per sempre e al contrario di molti altri, Alfred e Quack sapevano dove andare, e si erano convinti d’essere i veri rivoluzionari.
Quack e Alfred erano gli unici passeggeri della carrozza e probabilmente i soli con un biglietto in tasca senza fascia chilometrica. Si era fatto buio molto presto sui binari della Provvisoria e i due vecchi compagni di avventura dormivano. Svegliandosi sapevano solo guardare fuori e negli occhi dell’altro senza parlarsi se non con qualche sorriso forzato; avrebbero voluto raccontarsi gli ultimi fatti, sai come vivo? Chi sono stato? ma non avevano una stazione da cui partire, un treno in orario.
All’improvviso Alfred si stupì così tanto da spaventarsi, balzò in piedi come se dal sedile fossero spuntati degli aghi di pino, ma niente lo aveva punto, solo la meraviglia.
Guardò fuori e non vide la sua pianura e non erano gli effetti della stanchezza o un’allucinazione.
Il treno stava rallentando perché Alfredino potesse vedere meglio quello strano paesaggio ospedaliero e abbassando il finestrino c’era un reparto, una stanza e poi una dottoressa che sedeva sul letto vicino a lui.
« Credi di aver avuto un’allucinazione? O sei consapevole del contrario e quanto hai visto era reale? » domandò la donna in camice bianco.« No! Tutto quello che vi ho raccontato è vero » si spiegò dopo aver compreso la richiesta.
In un’altra camera un ometto scrutava una cinepresa, come se fosse uno strano oggetto difficile da identificare. Dopo aver sbadigliato si trasformò in un ornitorinco e uscì.
« Non lasciarti spaventare » gli sorrise un infermiere « questo è un pastiglione grande grande, ma fa subito effetto ».
Il quadro cambia sempre da dietro al finestrino, diceva una canzone, e presto Alfred dovette accorgersi che se ne andava con lui tutto quello che i suoi occhi guardavano tra lo stupore e lo sgomento. Non ci fu neanche una sosta intermedia e il nostro eroe non era nemmeno sicuro di aver visto e ascoltato bene ciò che accadeva giù da quel treno.
Alfred non riuscì a togliere la faccia dal vetro che questa volta mostrava un cortile e un bambino che inseguiva la sorella, nei panni di un fuggiasco Ezechiele lupo.
« Mani in alto! Sei in arresto! » urlò l’ispettore Alfred con una pistola che gli era comparsa dopo aver puntato pollice e indice verso il reo.« Quanti anni mi daranno? » domandò il rapinatore.
Il bambino dopo una breve riflessione gli rispose che due mesi di isolamento potevano bastare, in fondo sessanta giorni a prendere il sole a scacchi era una condanna adeguata, sempre secondo il piccolo.
« Bene, bene. Questo allocco non sa che di solito mi danno dieci anni a rapina! » disse tra sé il lupo, non accorgendosi che il poliziotto ascoltava.
Dieci anni erano tantissimi, e lui li aveva appena compiuti dieci anni. Non aveva il cuore di rinchiudere in una cella quel lupo, per così tanto tempo. Si immaginò lui in prigione dal giorno della sua nascita a quel pomeriggio. Non poteva farlo, due mesi gli sembravano così lunghi da passare.
« Mi correggo, quattro mesi! » aggiunse.
(continua)
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