-Ehi! Ehi! E' proprio un allocco. Due o quattro mesi é davvero una pena ridicola- stava discutendo ancora a voce alta.
« Su andiamo! Non farmi perdere tempo » lo invitò a procedere con una pistola puntata alla testa.
Il lupo non la smetteva di ridacchiare ed ogni ghigno trapassava il corpo del piccolo, più di un colpo della sua pistola.
E poi tutto si offuscava, si udivano solo delle parole confuse che probabilmente aveva detto a qualcuno, o che doveva ancora dire, e chi parlava si chiamava Menato o Marcello o Alfred o Simone Pavesi, ma lei che ascoltava da dietro il vetro non aveva volto, e ciò che era peggio, nessun nome.
Ce ne è voluto di tempo, ma lo hai capito da te. Mi fa piacere non sentirti più dire: « tu ardi e se ardere vuol dire essere folli, allora sono folle come te e con te ecc…».
Hai scoperto che la tua non è follia ma ammirazione, che la tua vita è normalissima, come quella di qualsiasi tua coetanea. E non hai motivo per dubitare del contrario.
Lo so che ci tenevi tantissimo, e sono convinto che ti risolleverai anche da questa delusione, ma tu non sei folle.
Per chi era quel messaggio? Doveva risolvere quel mistero, ogni persona, ogni cosa, ogni animale doveva essere nominato. Chiamare per nome qualcosa o qualcuno significava anche possederne un pezzettino, per questo lui si cercava sempre più nomi.
« A chi ho detto queste parole? » si rivolse finalmente a Quack.
« Non me lo chiedere. Come faccio a saperlo? » rispose, dopo che aveva partecipato a quelle visioni solo come spettatore passivo, senza pronunciarsi.
Quack, che aveva notato turbamento nell’amico, allungò la zampa verso le tendine e coprì il finestrino.
Alfred non guardava più neanche l’amico, né i suoi movimenti, mentre riposava non riusciva a stare nella stessa posizione. E se al’inizio l’aveva incuriosito quel dormire nervoso, da una parte all’altra del letto, ora voleva solo concentrarsi nel chiudere gli occhi e prendere sonno. Si sforzò a non pensare a niente, ma dopo pochi secondi i cui risultati consistevano nel pensiero fisso del colore ovatta, figure di persone, frasi di discorsi, probabili situazioni popolavano la sua mente, che chiedeva solo un po’ di tregua, otto ore d’incoscienza.
Accese la luce, badando che Quack non si risvegliasse e leggiucchiò un libro che aveva trovato nella cuccetta. Si trattava di Memorie del sottosuolo, un romanzo breve di Dostoevskij, l’ultimo della cosiddetta fase giovanile, era già l’anno 1864, di lì a poco avrebbe scritto il primo di una serie di capolavori. Quell’avventura piombatagli addosso significava per lui uscire dal suo angolo? Diventare per forza qualcuno o, senza esagerazione, qualcosa? Un eroe? Quando invece non era riuscito ad assomigliare neppure ad un insetto?
La voce narrante abbozza un primo suo ritratto di uomo malato, maligno, non molto attraente, che non si cura, anche se ha fiducia nei medici, è abbastanza intelligente per non essere superstizioso, ma non si cura per malignità. Non ama il suo viso, proprio non gli piace, lo scambierebbe con quello di qualcun altro, troppo insignificante ecc…ma subito si rende conto (in fondo anche in un film di Lelouch, mi sembra, si dice che una persona davvero cattiva non lo riconosce, lo è e basta) che non è un maligno, che non è niente. Vorrebbe essere identificato facilmente, invidia persino un pigro, e quanto pagherebbe per essere definito un pigro! Lui non è pigro, semmai è intelligente, ma alle volte (anzi sempre) l’intelligenza è una forma di stupidità, si ha maggiore coscienza delle cose, si riconosce facilmente il bello e il sublime, ma si è terribilmente depressi, appunto perché non si pensa a dormire, a mangiare, a divertirsi,ma si pensa, si pensa e si pensa. Non si riesce ad agire perché si pensa a tutti i problemi e le contraddizioni del proprio agire, a quanto sarebbe in fondo una perdita di tempo l’agire, ma anche a quanto si è impotenti, viceversa, a non seguire un briciolo di istinto, ragionando sull’utilità e il danno di ogni più stupida azione, di ogni singolo rapporto che si può instaurare con l’altro. Si finisce per avvolgersi in se stessi e restare rinchiusi nel proprio angolo. (continua)
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