Gli anni zero dell'amore (4)

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Dormiveglia

Ho parlato di viaggio, di avventura, ma anche di gioco e di sogno, vi ho ingannato con risvegli sul più bello nelle carrozze dei treni che non esistono nemmeno, persino nella mia fantasia e chissà da dove sono saltati fuori tutti i miei trucchi quando forse la mia stessa esistenza è più grossolana…ma è la parola giusta? Ci andrei piano a usare altre parole che non conosco completamente, senz’altro fingo ancora una volta, come squallida o insulsa. Non è però mediocre, ci tengo a precisare. E precisiamo, io credo fervidamente (fervidamente? Ma come mi è venuta fuori questa espressione?) che ogni parola abbia significato in sé, ed è diversa da tutte le altre. Non ci sono sinonimi, non ne ho mai trovato uno! E’ solo una scelta meramente stilistica per non annoiare il lettore (badate bene, anch’io non mi sottraggo a questa mania. Perché è una mania, non è vero?)   di scrivere per esempio topo e subito dopo ratto e di seguito sorcio o forme perifrastiche più o meno azzeccate. Con tutti i vocaboli, o meglio, con tutte le parole, perché mai mentre sto facendo questo discorso devo usare un sinonimo? Ho usato topo? Si presta di più? No. Non si presta di più da altre parole che suonano meglio, io personalmente adoro la parola…non è importante, forse qualcosa, invece, mi fa ribrezzo. Qualcosa dentro di me. Questo viaggio (ma è un viaggio?), o forse quanto sto scrivendo, il fatto che mi sto rivolgendo a un ipotetico lettore, mi fa ribrezzo.

Ratto e sorcio fanno ribrezzo, la prima, e disprezzare l’animale, la seconda. Disprezzo ha un significato  ben specifico, completamente diverso da ribrezzo. Come sono diverse topo, ratto e sorcio. Che cosa c’entra tutta questa dissertazione con la narrazione? E soprattutto perché metto un punto interrogativo, quanto mi da fastidio leggere un testo con milioni di punti interrogativi!, ad ogni battuta? No, non si tratta di una forma stilistica che voglio usare, è troppo abusata. Non ha questo fine, non in questo mio scritto. Sopporto poco usare anche il non ridondante. Ma non sopporto chi sentenzia (come leggo negli articoli dell’Espresso, o di qualsiasi altra rivista, in cui compare il parere di uno ‘specialista’):

« Continui a dire – perché ti danno del tu, anche se non sanno assolutamente nulla sulla tua persona – quello che non sei, quello che non hai, quello che non pensi, ma non dici niente di te, di quello che sei, che hai e che pensi » A questa gente bisognerebbe rispondere con un “vaffa”, ma alimenteremmo il loro gioco: « segno che ho toccato un tasto dolente, segno di immaturità, che non vuoi aprirti al dialogo »

Faccio una pausa. Non riesco a scrivere, ma voglio scrivere! So che mi occorre una pausa, devo riprendermi, è dalle mie prime parole (non vocaboli, lemmi ma parole. Finirò di usare anche parentesi) che mi sento ansioso. Sto continuando a scrivere, non mi sono bloccato, a dispetto di quanto vi ho detto. Avevo un’ultima cosa da dirvi e ho paura di dimenticarmela, sono sicuro che sopporterete poco questo flusso di coscienza, così radicalmente diverso da quello usato nei miei racconti. Direte che è una caduta di stile, o che la parte che vi piace di più o che sto cercando di scimmiottare qualche grande autore della letteratura senza riuscirci. Dai, fuori i nomi, mi aspetto di tutto. A chi sto facendo il verso? Dieci monete a chi indovina, dai c’ho preso gusto! Sto tentando anch’io di darmi una spiegazione. Questo mi sembra plausibile. Nessuno di voi ci è arrivato, voglio credere ma so che state pensando proprio a questo, ve lo leggo in fronte! Ebbene mi sono accorto (adesso spero di deludervi, di farvi chiudere il libro a metà, perché so che questo scritto non è in un cassetto della mia scrivania, ma lo stanno almeno leggendo in quattro o cinque, non mi sbilancio, perché non è ancora stato pubblicato, ma la cifra potrebbe anche aumentare) che i miei quattro o cinque racconti hanno volutamente o meno uno stesso io narrante. E ho pensato di assecondare questa mia mancanza di originalità confermandovelo, prima che ci foste arrivati da soli. Mi è passata l’ansia! Ho spezzato la narrazione per dimostrarvi che sono più intelligente di tutti. Forse sto scimmiottando il personaggio di Memorie del sottosuolo e non a caso, perché lo ho appena finito di leggere. Che bravo imitatore, perché tutti i romanzi, i racconti e le poesie più belle sono già state scritte e io invece sono solo un caricaturista. « Non sei Dostoevskij! Mettitelo in testa! » direte. Ma perché non posso essere grande come lui? Più grande ancora? Il miglior scrittore di tutti i tempi? Perché nessuno mi ha mai dato una corona d’alloro? Perché vivo nell’era dei computer, dei reality e delle lacrime facili! O come sono approssimativo! Potevo risparmiarmela questa osservazione! Magari mi dedicheranno una via! Ma che sto dicendo? Il futuro sindaco del mio paese sarà un mio caro amico e al mio funerale spenderà qualche parola commovente su di me, scriverà perfino un trafiletto sul giornale locale con tanto di foto e dell’epitaffio che ha già in mente, perché so che la mia futura moglie non saprà buttare giù due righe, che siano due righe. Ci scriveranno: RIPOSA CARA POLVERE FINO A RADIOSO MATTINO, giusto per citare ancora una volta  colui che io non sono e sarò mai.

Ma perché volare così alto? Stasera mi rileggerò, che so,Moravia (che non è Dostoevskij e nemmeno Salvagnini, che invece stimo molto), probabilmente uno dei suoi ultimi titoli, come L’uomo che guarda e incomincerò a raccontarvi delle mie paranoie, del fatto che il mio pisello è minuscolo e vengo subito, sospettando che la mia morosa si confidi con mio fratello minore che avrà cercato di sedurre pur trovandolo odioso quando non ha voglia di farlo e svia ogni mia argomentazione lamentandosi della mia famiglia troppo con la puzza sotto il naso ecc…

Son tentato di stracciare l’inutilità di queste mie…mie…non so neanche come chiamare tutto ciò. Esercitazione? Cinismo, sì, cinismo,sono cinico. Sono intelligente, troppo, e non riesco ad adattarmi ai tempi. O ci si costruisce un’isola felice o si diventa cinici, misantropi e un po’ assassini.

Straccerei queste pagine, perché un po’ di pagine ne avrò riempite con le mie baggianate. Oddio basta imitare, copiare quel libro che non ho nemmeno finito di leggere. Forse vedo solo io queste somiglianze, magari gli altri nemmeno ci fanno caso, o è plausibile che sia solo una mia sensazione.

Io farei una pallina di carta e di certo farei canestro lanciando verso il cestino, solo non mi fosse venuta a noia la terza persona. E poi per scrivere un libro bisogna adattarsi a un numero minimo di cartelle, non posso presentarmi da un editore con venti fogli in mano.  Solo per questo motivo non straccio questo mio prodotto. Questa parte è la sola scritta su un quaderno perciò non vi sto mentendo. Tutte le altre sono conservate in un pc. Ebbene non scrivo di notte, non ho un penna d’oca, non soffro ma non sono poi così felice e soprattutto non ho mai fatto sogni erotici pensando a mia madre né ho violentato una bambina di nove anni. So che molti mi trovano amabile e di compagnia, ma so essere meschino, arrogante, presuntuoso, ipocrita, falso, doppiogiochista. E mi lamento più di ogni italiano, sono il più vittimista.

Potrei andare avanti spiegandovi perché la mattina mi alzo alle 7.20 per non perdermi, prima, Heidi e poi Dolce piccola Remì (in questa versione è una femminuccia) ma non lo farò, anche perché come in molti sogni, a un certo punto (e quel certo punto è arrivato), e mi capita sempre quando i sogni hanno una piega positiva,ti accorgi che ciò che stai assistendo è solo lo spettacolo della tua mente. Anche adesso che non ho in mano fogli, che percepisco il sedile, il becco di Quack, anche se non ho gli occhi aperti, vorrei dare un senso a questa pesante elaborazione, diciamo, del dormiveglia. Perché un po’ è la radiografia dei pensieri del sonno, non ci sono persone, cose, luoghi…potrei scrivere sul serio qualcosa! Disturbare Quack, accendere la luce e buttare giù due righe su un viaggio che è troppo vero per non essere un sogno o un gioco.

Per dare un senso a questa avventura potrei anche solo salvare il mio amore, non l’Amore, o senza sbilanciarmi (è vero, è poca cosa, ma per il momento può andare bene) parlarne, del mio amore s’intende. (continua)