Gli anni zero dell'amore (5)

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Mi risulta molto faticoso, non per l'imbarazzo, sono ben altre le cose che mi imbarazzano.

Credo di non essere nello stato d’animo giusto, non si può parlare di qualcosa a comando,ma so per certo che è inutile girarci intorno. Voglio solo allungare i miei pensieri, sperando di preparare al meglio, iniziando nel migliore dei modi, quanto ho promesso di raccontare.
Eppure mi freno, come se fossero necessarie ulteriori spiegazioni, su di me, sul viaggio, sulla mia infanzia. Vorrei dire di più, riportare con più precisione luoghi, vissuti ecc…In fondo penso di meritarmelo. Tutte le volte che cerco di ricordare, ma con la volontà di essere il più esaustivo possibile, ecco che divento imperfetto, trasferisco sui miei interlocutori un’ immagine sublimata o viceversa sbiadita di quello che sono e sono stato. Poi ad alcuni, e io questi li temo molto, che non si bevono le mie parole, o perlomeno non nella quantità che di solito mi aspetto, capiscono subito tutto, anche se non dico niente, e mi ritraggono dettagliatamente e con abilità impressionante, e ne soffro. Ma come avete fatto? Ho taciuto, non ve ne ho parlato, perché invece non parlate per me, al mio posto. Io seguirei il primo pensiero che assume una minima forma, cadendo continuamente in contraddizione, sarei poco chiaro, mi guarderebbero tutti basiti interrompendomi di volta in volta: « Non stai dicendo niente, te ne rendi conto? ». E io mi volterei verso uno di quelli a cui non interessano le mie parole e lo inviterei a prendere il mio posto: « Dovevi parlare tu per me! Che cosa sto dicendo? Tu sai quello che le voglio dire, avanti, parla per me. Dille qualcosa ». Ma so perfettamente che non li ho a disposizione quando mi servono, e senz’altro se richiedessi il loro appoggio risponderebbero: « ti sbagli, non riesco a seguirti neanch’io, mi sono perso ». Volevano solo smascherarti, ragionare sulla tua personalità, e poi quando ti trovano da solo, mentre temperi la matita o leggi un romanzo, cominciano da cause remote a demolire ogni barriera, ogni elemento del nostro comportamento che può depistare l’osservatore, fino a risolvere il giallo, il mistero che quasi orgogliosamente ci si porta dentro.

Non a loro riservo il mio racconto, « la mia ultima invenzione per giustificare che…». No, non chiederò più nemmeno scusa a nessuno, se ho agito in un determinato modo è perché avevo voglia di agire in un determinato modo, non importa o non ricordo la motivazione. Le miei scuse accontenterebbero solo chi le aspetta, e io abbasserei il capo soltanto perché ho interesse a essere perdonato e via dicendo.
Ma ora si va per le lunghe, bene, ma non posso più rimandare, è quasi mattina, se poi non finisco in tempo Alma verrà e mi troverà addormentato. Non che ci impieghi molto a svegliarmi, ma io forse troppo assonnato non mi divertirei.
Parlare di una ragazza mi turba molto, so che non riporterò fedelmente gli avvenimenti, che prediligerò certune vicende piuttosto che altre. Sarò io il primo a dispiacermene. E per certi versi non mi darò pace, vorrò riscrivere, riscrivere, riscrivere questa storia, finchè sarà almeno un poco attendibile.

 

Lei non la voglio chiamare con nessun nome, ho paura a nominarlo, ancora più terribile sarebbe scriverlo, ma solo l’idea che mi frulla in testa mi terrorizza, se soltanto avesse un secondo nome di battesimo userei quello. Sulla mia carta d’identità non risulta ‘Luigi’, nome con il quale, naturalmente dopo che il sacerdote aveva pronunciato quello ufficiale, sono stato battezzato.
Ecco io la chiamavo con un nome tutto particolare. Forse un po’ troppo artificioso, ma lei ci rideva e anch’io.
« Che cosa vuol dire Klikuŝa? » mi rimbeccava, tentando di rispolverare le sue conoscenze scolastiche. Voleva arrivarci da sola.
« Le Klikuŝe erano quelle donne affette da una strana malattia, probabilmente provocata dai pesanti lavori ripresi subito dopo parti travagliati,spesso senza una vera e propria assistenza medica, che urlavano a squarciagola, quasi possedute da un demonio, sembravano degli ululati non umani le loro grida! E andavano dai monaci e si buttavano ai loro piedi per una benedizione, la guarigione dei propri cari…»
« Ma io non sono malata, non mi stanno neanche simpatici gli uomini di Chiesa.
Non ci hai azzeccato per niente! Mi conosci poco, come vedi » sorrideva felice. Si burlava di me. (continua)