ribattevo io, facendomi più arrogante ma poi cercando di stemperare le parole, per non ferirla e per prenderla sul ridere «Quando vai a Milano con le amiche per vedere quei fantocci pettinati come le bambole, che si affacciano dal balcone e salutano. Tu non sventoli il tuo cartellone? Non urli a squarciagola? Non piangi dalla gioia? Non speri ardentemente che uno di loro incroci il tuo sguardo? »
Fece una smorfia, non scocciata o solo brutta, non era indignata, furiosa, indifferente, era una smorfia che non capii proprio il senso. Mi scosse però, mi restò impressa, non le chiesi nulla a riguardo ma mi aspettavo ben altra risposta.
Mi spaventò quel suo silenzio, l’avevo offesa? Camminammo per diversi metri ed io cominciai a pensare a qualcosa da dire, non mi uscii niente, potevo chiederle se avevo esagerato, ma non aprii bocca.
Le mie paure erano infondate, non ci era rimasta male (anche se la smorfia resta un’incognita ancora adesso), stava riflettendo sul nome: « Klikuŝa…klikuŝa…klikuŝa » muoveva appena le labbra, come quando si prega da soli, poi scoppio a ridere. Mi accorgevo, tristemente, di non conoscerla per davvero. I miei esperimenti non davano mai gli esiti previsti: non la capivo proprio?
« Sì mi piace! Chiamami sempre Klikuŝa » mi sorrise.
Ecco, io credo di non aver mai amato un sorriso come quello della mia Klikuŝa. Anche se il più delle volte, mi irritava che rispondesse alle mie provocazioni con un sorriso, o con una risata e allora non mancavo di insultarla,qualcosa la ferirà?
A molti certe sottigliezze raffinate riuscivano a colpire più di ogni derisione, più di ogni grave affronto.
Per quale motivo mi dovevo comportare in questo modo con lei? Ho elaborato una teoria, credo sia una teoria. Consiste in un punto fondamentale, terribilmente vero e di cui non riesco a trovare una causa precisa: tutto ciò che mi è più caro, immancabilmente finisco per perderlo. Ma non per volere di un destino avverso, mica ci credo in queste cose. Sono io che lo voglio, sono io che desidero tutto questo. Non appena intravedo uno spiraglio di felicità, io mi dileguo, non so davvero seguire la luce. Sono prigioniero in una grotta, la percorro avanti e indietro, la notte mi assale la paura che qualche animale possa ripararsi e sbranarmi per la fame, e io mi affanno per cercare l’uscita, striscio, gomiti a terra mangiando sassi con le ultime forze rimaste. Ma quando un raggio di sole sfiora la mia pelle, il viso, abbagliandomi anche se tiepidissimo, io fingo che si tratti solo di un’allucinazione e nient’altro, rimango lì, ho paura di uscire, vedere la vita, e me ne vado, dietro front, mi dispero nuovamente perché non c’è un passaggio in questa maledetta grotta!
E se non capiva le mie insolenze, troppo intellettuali per una sciocca, la più sciocca che guai se me la si toccava!, perché io ero pazzo di quel sorriso, quando si sedeva a rollare una sigaretta usando come filtro i miei abbonamenti per Milano, a me sembrava di morire a vederla così bella, quando passava la lingua tra la cartina e il tabacco…e se non capiva le mie insolenze, io non potevo fingere che non fosse successo niente, rimangiarmi qualcosa…io davvero non ci riuscivo.
La mia sorridente Klikuŝa non si immaginava che avevo un quaderno blu, un quaderno di poesie tutte per lei. Succedeva sempre che mi guardava con i suoi occhi scuri, notando che alla luce del sole i miei cambiavano colore, diventavano verdi e io le rispondevo che anche quando ero malato li avevo verdi, che forse si trattava di influenza. E lei mi sorrideva, non riusciva a fare nient’altro, sorrideva e basta, l’aveva capito che mi sarei fatto chiudere in una grotta anni e anni, se solo avrebbe perso il suo bel vizio del sorriso, se solo fosse servito a rigenerarlo, striscerei gomiti a terra ancora adesso.
« Ma perché » si fermava e poi mi diceva « no, niente » si fermava
« Finisci quello che dici una buona volta »
« Pensavo. Ma non è importante, davvero. Comunque visto che ci tieni tanto a saperlo, mi chiedevo, visto che collabori a una rivista e da quanto ne so scrivi bene, perché non mi scrivi, se hai tempo e voglia »
« Scriverti cosa? » pura recitazione, ammetto.
« Ma una poesia! Ieri leggevo i versi di quel poeta che ti piace tanto. Ogni angelo è tremendo, non è vero? »
« Hai detto bene, non ho tempo. E poi mi basta quello che scrivo per il giornale »
« Infatti. Era un’idea come un’altra »
Ma se tornassi indietro o se mi capitasse di nuovo, ma è impensabile non sopporto più la presenza dei miei coetanei, so che ripeterei ogni errore, non riuscirei a sistemare comunque gli sbagli che ho combinato, tanto che mi verrebbe il dubbio di non essere mai stato scorretto. (continua)
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