Cosa c'è dietro un verdetto sbagliato.
Nella boxe la cosiddetta "color line" non esiste più, almeno ad alti livelli o alla sua superficie. Gli appassionati non fanno distinzione fra un pugile bianco, giallo o nero e di razzismo ce n'è molto meno che non in altri settori della società. Ma le differenze su base economica e anche nazionale esistono eccome ed è dietro queste differenze che va ricercata la motivazione di un verdetto come quello che tre giudici del Nevada hanno regalato a Vanes Martirosyan ai danni di Kassim Ouma, che, per essere chiari, è forse anche peggio di quello che vide vincente Juan Diaz nel primo match contro Paulie Malignaggi. E lo hanno fatto nella maniera solita, la più irridente e irritante, assegnando al loro vincitore un vantaggio tale da far credere che Martirosyan avesse vinto senza alcun problema, come se questo bastasse ad allontanare i sospetti su un verdetto che puzza di marcio lontano un miglio. Gli appassionati di boxe sono una razza migliore di quella degli appassionati di molti altri sport, nel senso che l'idea del furto ai danni di un pugile spesso li scandalizza e difatti una valanga di critiche si sono riversate su quei tre signori.
Proviamo ad analizzare cosa ha portato a un risultato del genere.
Chi scrive era convinto, e lo ha scritto in fase di presentazione, che Kassim Ouma rappresentasse solo una buona tappa nella crescita del giovane Martirosyan che però non aveva ancora incontrato un pugile di tale esperienza. Si parlava di esame di maturità e leggendo solo i numeri si potrebbe pensare che il ragazzo l'abbia superato. Non è così, e nei fatti Martisosyan avrà gli occhi critici di tutti addosso alla prossima occasione. Nei fatti l'ex nazionale olimpico statunitense nato in Armenia si è trovato troppo spesso nella traiettoria del jab destro di Ouma e anche del diretto sinistro e vogliamo parlare dell'atterramento subito? E' vero, Martirosyan si è rialzato con un balzo da circo Togni, ma l'atterramento è stato frutto sia di un errore (mascella gentilmente porta al corto gancio destro dell'avversario) che, forse, di un mento non granitico. Certo può essere frutto di un errore e basta (e della bravura di Ouma) ma la cosa va verificata. In sostanza la difesa del ragazzo è molto perfettibile e molte delle sue reazioni, sottolineate da un pubblico orientato in suo favore, erano in realtà scariche sui guantoni o fuori misura o bloccate dal suo avversario. Avversario che, dato per finito o quasi anche da chi lo ha scelto, è in realtà deciso a recuperare il terreno perduto. Si è affidato all'ex campione dei pesi leggeri Livingstone Bramble che aveva testualmente dichiarato prima del match che se Ouma avesse perso non sarebbe certo stato per carenza di preparazione. In realtà Ouma, come ha efficacemente sintetizzato il suo promoter Russel Peltz, ha perso perché non ha santi in paradiso. Peltz è un benemerito della boxe, un filadelfiano di quelli che contribuiscono da anni alla leggenda pugilistica di quella città e un uomo dalle idee chiare su come va il mondo. E sa che non c'entra il colore della pelle quanto dove stanno i soldi quindi la potenza economica, chi i giudici preferiscano riverire. E mentre Martirosyan è un armeno ( figlio di un ex militare della defunta Unione Sovietica) ma anche cittadino americano che ha combattuto per la bandiera a stelle e strisce, Kassim Ouma è un ugandese che il militare lo faceva per costrizione a 10 anni ed ha alle spalle una infanzia e una adolescenza da inferno sulla terra, prima guerriero-bambino e poi apolide del mondo.
E chi lo ha detto che siamo tutti uguali?
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