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Cammarelle, il gigante fragile sfida se stesso

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cammarelle4Dario Torromeo continua il viaggio verso Londra. Oggi ci parla dell’uomo che ha vinto due Mondiali e un’Olimpiade. Il migliore azzurro di sempre sale sul ring per un record da sogno

Sembra un attore degli anni Cinquanta, quelli che riempivano il cuore delle ragazze italiane innamorate dei “poveri, ma belli”. Maurizio Arena, Renato Salvatori e altri ancora. Non ha la faccia da cattivo. Ma non si vede perché un pugile debba per forza averla. Ha fisico, tecnica e potenza. Queste sì caratteristiche essenziali per un supermassimo di alto livello. Non viene da Cuba, ma da Cinisello Balsamo. Nonostante questo, ha vinto un oro e un bronzo alle Olimpiadi. E per due volte è stato campione del mondo.

Guardo Roberto Cammarelle, un colosso di 192 centimetri, è provo una sensazione di sicurezza. Quando mi trovavo davanti a Mike Tyson non era esattamente la stessa cosa. E’ un pugile atipico quest’omone che ha rivoluzionato molti concetti della boxe.

Dice, e io gli ho sempre creduto, che preferisce vincere ai punti piuttosto che per ko. Meglio far vedere quanto sei bravo piuttosto che mettere giù l’altro e non pensarci più. Filosofia rischiosa, ma finora redditizia. Eppure, quando ha cominciato a farsi conoscere, il pugile che preferiva era proprio Mike Tyson. L’uomo che faceva della violenza un’arte. Ma basta chiedergli “perché?”, per svelare il mistero. Di Iron Mike ammirava la velocità nel fare soldi, assai più di quella con cui stendeva gli avversari.

E’ un uomo copertina, ma si espone sempre con parsimonia. Alle sfilate dove esibire il proprio ego, preferisce l’atmosfera di casa, a Santa Maria degli Angeli, con la moglie Nicoletta, il figlio Matteo e l’altra creatura che sta per nascere.

La famiglia al primo posto. Me lo ricordo ancora ai Mondiali di Milano mostrare orgoglioso la maglietta con su scritto “+5” (lui combatte a +91), il peso del primogenito che allora aveva appena tre mesi.

Ha vinto a Chicago, si è ripetuto a Milano, ha conquistato Pechino. Ha dominato in tre continenti.

I genitori venivano da Rionero in Vulture (Potenza). Il papà, Angelo, faceva prima il fattorino poi era diventato autotrasportatore in proprio. Emigranti per lavoro. Roberto a Cinisello è nato, lì ha conosciuto la boxe. In una palestra il cui nome che era un segno del destino. La “Rocky Marciano”. A Cinisello ha scoperto quanto fosse goloso. Divorava, come fossero caramelle, i calzoni crema/ricotta/zucchero di nonna Maria. Non si sarebbe mai fermato.

Il primo pugno in faccia glielo ha sparato Antonio, il fratello più grande. Quello con cui discute di calcio. Lui della Juventus, l’altro del Milan. Il cazzotto non era frutto di una lite sportiva troppo accesa, ma era più semplicemente una logica conseguenza del fatto che Roberto avesse seguito Antonio in palestra, per capire cosa fosse davvero questo sport che l'appassionava così tanto.

Il nostro amico a prendere e (soprattutto) dare pugni c’è rimasto. L’altro no, troppo fragile. Che il più giovane dei Cammarelle fosse destinato a diventare un gigante, s’era capito subito al momento della nascita. Cinque chili! A dodici anni era alto 1.72 e pesava 71 chili. Mamma Giovanna aveva creato un capolavoro. Ma di vederlo sul ring non ha mai voluto saperne. Al massimo guardava la registrazione di un match, ma solo dopo avere saputo che aveva vinto e non si era fatto male. A quel punto, come regalo speciale, gli preparava la pasta al forno. Ed era meglio di una medaglia per il giovanotto che continuava a crescere.

cammarelle2 copyA Pechino 2008 Roberto ha compiuto il suo capolavoro. Ha vinto dimostrandosi un pugile quasi perfetto. Tecnica, ritmo, determinazione, potenza. Ha messo via tutti gli avversari con facilità. E’ stato il più forte e alla fine ha coronato un doppio sogno. Diventare campione olimpico e battere in finale il cinese (Zhilei Zhang) in casa sua.

Tutto questo nonostante dal 1999 sia tormentato da un problema che avrebbe costretto qualsiasi altro pugile a chiudere l’attività. Ha due vertebre schiacciate, c’è pericolo di schiacciare anche il nervo sciatico. Si è operato nell 1999 e nell’agosto del 2003. Dal 2004 non può più fare footing. Cyclette, nuoto, esercizi con una pallina di gomma, sostituiscono la corsa. Tre mesi fa il dolore alla schiena è tornato a farsi sentire. Poi, per furtuna (e grazie alle cure dello staff medico della nazionale), se ne è andato. Ora è in forma. La speranza è che ci possa restare per le due settimane dei Giochi.

Adesso che l’Olimpiade sta arrivando, ci si chiede quante possibilità abbia di ripetersi. Sarebbe un record assoluto per la boxe italiana. Mai nessun pugile ha vinto due ori olimpici. E’ già il più forte dilettante azzurro di sempre, a quasi 32 anni vuole andare oltre. Diventare davvero unico, stabilire un confine quasi impossibile da raggiungere per quelli che verranno.

Due i rivali da cui dovrà guardarsi in modo speciale. Sono i finalisti dei Mondiali di Baku 2011. Il campione in carica Majidov Magomedrasul (Azerbaijan) e lo sconfitto (di un solo punto) Anthony Oluwafemi Olasemi Joshua, l’inglese che in quei campionati ha eliminato proprio Cammarelle nei quarti. Un gradino sotto il cubano Savon Cotilla, lo statunitense Dominic Angelo Breazeale e il giovane kazako Ivan Dychko.

Il nemico più pericoloso? Come da tempo risponde lo stesso Cammarelle, anche io dico: “La schiena”. Se non gli farà male, Roberto potrà regalarci un’altra grande emozione.

dartor.torromeo@gmail.com        (Per leggere gli articoli precedenti clicca sulla sigla "succ")