Maestro della Noble Art, fu il precursore del pugilato moderno - di Gianni Virgadaula
C’è stato un tempo in cui essere il detentore della cintura mondiale dei pesi massimi era il sogno più ambito, l’onore più alto, la gloria più grande. Non a caso lo scrittore Jack London scriveva: “Preferirei di gran lunga essere campione del mondo dei pesi massimi, che il re d’Inghilterra, il presidente degli Stati uniti o il kaiser di Germania”. Oggi però, in un momento storico e sociale in cui tutte le cose importanti hanno perduto valore, anche il titolo dei massimi, che fu di Jack Dempsey e di Joe Louis, di Rocky Marciano e di Muhammad Alì, risulta scaduto ed inflazionato. Prova ne sia che attualmente abbiamo tanti campioni di sigla, di cui spesso, neppure gli addetti ai lavori ricordano il nome. Ma chi fu il primo campione dei massimi dell’era moderna? Il suo nome era James John Corbett. Era nato il 1° settembre 1866 a San Francisco, e la sua storia merita di essere raccontata per rivalutarne la figura che, forse perché risalente al periodo romantico della boxe e troppo ammantata di leggenda, non ha mai goduto della giusta considerazione. Eppure Nat Fleischer “la Bibbia del pugilato”, che di pugili se ne intendeva, inserì Corbett - detto “Gentleman Jim” - nell’Olimpo della boxe, collocandolo fra i primi 10 massimi di tutti i tempi. E non a torto. Il californiano era un pugile completo, elegante e di classe cristallina. Aveva un pungente jab sinistro, un ottimo destro, un eccellente gioco di gambe, un non comune senso tattico e una straordinaria abilità difensiva.
Guidato saggiamente dal suo manager Billy Brady, James Corbett conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi il 7 settembre 1892, all’ Olympic Club di New Orleans, mettendo k.o. al 21° round il bostoniano John L. Sullivan, considerato sino ad allora l’uomo più forte del mondo, un autentico mito. Quel match fu il primo ad essere combattuto con le nuove Regole di Queensberry e in cui i contendenti usarono guanti da 5 once (sino ad allora tutti i campionati del mondo si erano svolti a pugni nudi). La vittoria di Corbett, sebbene nettissima, non attirò su di lui le simpatie dei tifosi che non digerirono affatto la sconfitta del loro beniamino. Gentleman Jim comunque continuò per la sua strada e detenne il titolo sino all’infausta data del 17 marzo 1897. Quel giorno , a Carson City, il campione dette una possibilità al coriaceo Bob Fitzsimmons, lo scozzese di Elston (Cornovaglia), che già nel 1891 si era cinto del titolo mondiale dei medi battendo Jack Dempsey (da non confondere con l’omonimo campione dei massimi).L’incontro, il primo ad essere immortalato da una macchina da presa cinematografica, fu dominato in lungo e in largo da James Corbett per ben 13 riprese. Ma lo scozzese, sebbene surclassato dalla tecnica e dalle veloci ed efficaci combinazioni del campione, resistette stoicamente. Non a caso era detto “l’uomo di ferro”. Arrivò quindi il quattordicesimo round, e lì Fitzsimmons, d’improvviso, inferse dritto al cuore di Corbett un colpo maligno che abbatté il rivale. Quel pugno, che in seguito sarebbe stato chiamato colpo al “solar plexus” non diede scampo al campione, gli tagliò il fiato e le gambe, e dopo il rituale conteggio dell’arbitro, Bob Fitzsimmons venne dichiarato il vincitore. Ma se lo scozzese si era fregiato del titolo più prestigioso della boxe, comunque non aveva saputo dimostrare di essere superiore a Corbett. Questo almeno fu il commento unanime di tutti i cronisti che assistettero al combattimento. Ed ancora, il 19 marzo 1897, dopo la cruenta sfida sul New York Journal si leggeva “Gli americani hanno scoperto di amare Jim Corbett”. L’articolo era firmato da Bob Davis.
Ma né il favore della stampa, né la solidarietà della gente, poterono lenire il dolore di Gentleman Jim, che mai avrebbe dimenticato quella sconfitta, tragica come nessun altra sconfitta del ring, perché oltre al titolo di campione del mondo dei pesi massimi, il californiano perse pure i genitori,
Patrick Corbett infatti, padre di Jim, aveva scommesso sul figlio tutte le sue fortune e perdette ogni avere. Per la vergogna si tolse la vita dopo avere ucciso la moglie. Un dramma umano questo che va oltre l’inimmaginabile, e che ci fa comprendere quale immane dolore colpì Corbett. Egli però, dopo due anni di quasi inattività, trovò dentro di sé le risorse per riprendere la scalata al titolo.
Avrebbe voluto misurarsi nuovamente con Fitzsimmons e dimostrare ancora una volta di essergli superiore, ma il pugile scozzese alla sua prima difesa del titolo era finito k.o. in undici riprese contro lo sfidante Jim Jeffres. Gentleman Jim lanciò allora la sua sfida al nuovo campione, che un tempo era stato anche suo sparring partner.
L’incontro si svolse al Seaside Athletic Club di Coney Island l’11 maggio del 1900, e Corbett, nonostante i suoi 34 anni, ridicolizzò Jeffres, di nove anni più giovane, per 22 riprese. Tuttavia, nonostante la netta superiorità, lo sfidante ancora una volta non trovò il colpo risolutore. In più, nel corso del 19° round, Jeffres, che certo non eccelleva per correttezza, colpì lo sfidante con il guanto aperto provocandogli uno squarcio ad un sopracciglio: una ferita che condizionò Corbett nelle riprese successive. Al 23° round lo sfidante, per proteggere il profondo taglio, alzò la guardia scoprendo lo stomaco, da sempre il suo punto debole, e lì Jeffres infilò prontamente un hook devastante. Jim rimase paralizzato dal colpo, e il successivo destro che il campione gli sparò in faccia, lo fece rovinare al tappeto senza più energie. Seduto, con le braccia penzolanti sulle corde del ring, attese il conteggio dell’arbitro incapace di rialzarsi. Dopo il match, Corbett avrebbe detto che quella sconfitta gli dava una mortale amarezza e la sensazione di avere subito una tremenda ingiustizia. Rimane il fatto, che ancora una volta egli dimostrò di essere il pugile più tecnico e il campione più completo fra quelli allora in attività, ivi compreso lo stesso Jeffres che, non a caso, lealmente, lo riconobbe sempre suo maestro. E comunque c’è da dire che Corbett aveva già dimostrato il suo inarrivabile talento ancor prima di divenire campione del mondo, nell’epica sfida da lui sostenuta il 21 maggio 1891 contro il formidabile nero Peter Jackson. Quello fu senz’altro il match più duro del campione californiano, e rimane anche il più leggendario. Il combattimento si svolse a San Francisco, città natale di Jim, e durò ben 61 riprese, ovvero quanto quattro combattimenti mondiali da 15 riprese. Finì pari, ma fu una lotta fra titani, uno scontro terrificante, eppure leale come pochi. Sullivan “The Boston strong boy”, aveva rifiutato di incontrare Jackson perché disprezzava i neri e non li riteneva degni di battersi con un bianco. Corbett invece volle dimostrare che un vero campione doveva sapersi confrontare con tutti gli avversari che ne erano degni, a prescindere dal colore della pelle. E non è un caso, che dopo il match Corbett-Jackson , ci fu un notevole incremento di pugili neri in tutte le palestre degli Stati Uniti, e anche questo è un merito da addebitare a Gentleman Jim.
Smessi i panni di pugile nel 1903 –. dopo una ultima sfortunata sfida a Jeffres, - Corbett godette sempre di una immensa popolarità. Recitò a teatro in “Gentleman Jack” e in molte altre commedie, come già aveva fatto quando era campione del mondo, e divenne anche un valente cronista . La sua vicenda umana e sportiva venne portata sul grande schermo dal grande regista Raoul Walsh, che nel 1942 realizzò per la Warner Bros il film “Il sentiero della gloria” (Gentleman Jim), con Errol Flynn e Alexis Smith .
James Corbett morì a Bayside ( New York) il 18 febbraio 1933. Egli fu veramente un grande del ring, un autentico maestro della Noble Art , ma nulla potè contro il suo avversario più implacabile...la sfortuna.
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