di Maurizio Roveri
Lo hanno apprezzato in Spagna, in Australia, in Thailandia. Per un po’ ha fatto anche il torero sfidando i tori in corride di beneficenza. Ha affrontato 4 campioni del mondo. Dopo la boxe è stato istruttore di equitazione, chef e ad Adelaide ha aperto il “Balanzone”, per 10 anni il più famoso ristorante italiano d’Australia

E’ stato un re senza corona. Vincenzo Pitardi era un buon pugile. Anzi, sul piano tecnico e tattico, un ottimo pugile in anni ruggenti della boxe quando c’erano eserciti di pugili e già diventare campioni nazionali era un’impresa perché la concorrenza era spietata. I mitici Anni Sessanta. A quei tempi, per esempio, in Italia nella categoria dei pesi leggeri professionisti c’erano una cinquantina di “prima serie”. Adesso, nel 2009, ce ne sono sette-otto. Ho visto Vincenzo nel dicembre scorso, il pomeriggio di Santo Stefano, a bordo ring. E poi nei primi giorni di gennaio. Parlammo a lungo. Mi raccontò la sua vita. Così intensa, interessante, piena di emozioni, di storie. Proprio come lui la sognava da ragazzo. Pitardi il giramondo, il boxeur italiano che ha combattuto 43 volte all’estero in 59 volte che è salito sul ring, mi confidava: “Se io avessi avuto un manager importante, di quelli che avevano peso, sarei diventato campione d’Europa”. E invece non ha vinto alcun titolo, da professionista. Bravo, apprezzato, applaudito. Però non aveva chi lo potesse veramente valorizzare e tutelare. Aveva vinto contro Melissano, quel 29 aprile del 1967 a Pesaro. Lo fecero perdere. Aveva probabilmente stravinto contro Carmelo Coscia, a Forte dei Marmi, il 15 ottobre 1969: l’arbitro (che era anche giudice unico) trovò modo di dare un verdetto di parità, che salvò il titolo italiano di Coscia. Per anni Pitardi è stato nella top ten della graduatoria italiana dei leggeri. E appare anche al quinto posto in una classifica australiana. “La verità è percezione, la realtà è conoscenza”. E Vincenzo, per conoscere meglio la vita, per capirla più profondamente e per apprezzarla in modo totale, è stato un viaggiatore. Un grande viaggiatore. Non gli mancava nulla, da giovanissimo a Bologna. Economicamente la sua famiglia stava bene. Avrebbe potuto tranquillamente portare avanti la sua vita nella sua città. Invece, no. Fin da ragazzetto aveva sete di conoscenza. La voglia di vedere, scoprire, capire, imparare, lo hanno portato a viaggiare. Sulle strade dell’Europa e del mondo. In tante città diverse. Provando ogni volta nuove esperienze. Sempre accompagnato dalla sua abilità fra le dodici corde di un ring e dallo spirito del viaggiatore. Pitardi, negli anni del pugilato, gli anni intensi della gioventù, ha conosciuto tanti personaggi. Pugili bravi, pugili strani, campioni affermati e poveri cristi “suonati” che tiravano a campare, managers furbi ma anche i furbastri. E’ stato in Germania, in Austria, tantissimo in Spagna, ha combattuto anche in Finlandia, Danimarca, Australia, Thailandia, Inghilterra. Ha avuto tanti amici, perché sapeva adattarsi ad ogni situazione, inoltre sapeva farsi voler bene. Ha conosciuto ovviamente anche belle ragazze, perché Vincenzo aveva un certo fascino, e poi è normale quando ci si trova da solo e da single in terre straniere: tutto questo, ovviamente, prima di conoscere la ragazza bolognese che gli rapì il cuore. Paola, che è stata per sempre la donna della sua vita. Dal giorno del matrimonio, nei primi Anni Settanta, fino all’ultimissimo giorno di vita di Vincenzo, qualche settimana fa in Australia. Il pugile giramondo ha fatto tante altre cose nella vita, dopo avere smesso di tirar cazzotti sul ring. Ha fatto anche il torero, per un po’, ma quando ancora era boxeur. Appesi i guantoni al chiodo, è stato proprietario di un maneggio, istruttore di equitazione, chef. Da trentacinque anni s’era trasferito nel Paese deglii aussie, il più vasto Stato dell’Oceania, dove ad Adelaide aveva aperto “Il Balanzone” un ristorante italiano destinato a diventare il più famoso ristorante italiano d’Australia.
SPIRITUALITA’ E FILOSOFIA .
Negli anni della maturità, e una volta ceduta l’attività di ristoratore, Vincenzo Pitardi si era dedicato fortemente alla lettura. Spingendosi alla scoperta di argomenti delicati e profondi. L’esistenza umana, la ricerca della spiritualità. Guardando Voyager, immergendosi nello studio delle Piramidi (“ho dei libri che sostengono che le Piramidi non sono state costruite dagli Egiziani, ma la loro straordinaria realizzazione apparterrebbe ad un popolo vissuto molto molto tempo prima degli Egiziani”), studiando le teorie di Einstein, scoprendo Tiziano Terzani il grande scrittore di viaggi e di attualità (morto nel 2004), viaggiatore di conoscenza e di pace, tra i massimi conoscitori del continente asiatico. E facendosi, in particolare, illuminare dai concetti espressi dal dottor Deepak Chopra nel suo best-seller Corpo senza età, mente senza tempo. “Da vent’anni mi dedico alla meditazione – confidava Vincenzo - è una tecnica che ti rinforza mentalmente attraverso l’osservazione”. E usava la sua storia coe esempio. “Vedi, io ero un tipo un po’ irrequieto. Tendevo ad innervosirmi, principalmente nel periodo del dopo pugilato quando avevo il maneggio e insegnavo equitazione. Poi, quand’ero verso i cinquant’anni, ho scoperto la tecnica della meditazione. Che non significa meditare. Anzi, non c’è da meditare. Dovresti cercare di fermare la mente, per poter trovare dentro di te la pace, la serenità totale”. Pitardi non è stato un pugile famoso, seppur fosse bravo. Non sono in tanti, oggi, a ricordarsi di questo boxeur bolognese che ha prodotto la maggior parte della sua attività all’estero. Però è bella la sua storia. Interessantissima. Me la sono fatta raccontare. E voglio proporla – almeno nelle sue parti più significative – ai lettori di Boxeringweb. Curiosità, aneddoti, avventure. Il romanzo di un pugile-viaggiatore-torero-ristoratore-filosofo.
NEL SOTTOCLOU DI CAVICCHI
La prima volta sul ring. A Bologna. Era il 29 gennaio 1962. “Chiaro che me lo ricordo bene quel giorno. E come non potrei? Fu il mio debutto da pugile professionista. Ricordo il palasport gremitissimo perché quella sera combatteva Cavicchi, lui reggeva il clou e faceva sempre il pienone. Immaginatevi, io debuttante e davanti a tanta gente. Eh, un po’ di paura l’avevo. Paura di deludere. E invece… feci davvero un bel combattimento. Anzi, forse il migliore fra quelli (non tanti) disputati sul ring della mia città. Vinsi bene ai punti, sconfiggendo Tomaselli”. Successivamente, Vincenzo disputa altri due match nel tempio di Piazza Azzarita: nel marzo dello stesso anno e nel gennaio 1963. Ancora vittorie ai punti. Poi, ecco che lo spirito del viaggiatore prende il sopravvento. Pitardi vuole conoscere nuovi spazi, scoprire altre dimensioni. Viaggiare è sognare. Sognare è vivere. Soprattutto quando si è giovani, è bello ed è importante avere curiosità. La curiosità e il piacere dell’avventura spingono Pitardi fuori dai confini dell’Italia, portandolo sulle strade e sui ring della Germania, dell’Austria, della Spagna. E’ costantemente in movimento in quel 1963 gonfio di emozioni. Dalla tedesca Weser-Ems Halle di Oldemburg alla Stadthalle di Vienna, dalla Frankehalle di Wurzburg a Salamanca nel territorio spagnolo di Castilla y Leon. E poi le Canarie, dove diventa un beniamino: quattro combattimenti sul ring di Las Palmas e tre sul ring di Tenerife. E nuovamente la Germania. Un’attività intensa, a 25 anni: da marzo a novembre del 1963 sostiene 12 match all’estero. Con 9 vittorie, 1 pari e 2 sole sconfitte (ai punti). Vincenzo cercava gloria lontano dalla sue radici, da quella sua Bologna che in quel momento aveva grandi attenzioni per personaggi più esperti, più conosciuti e dunque più popolari: Cavicchi in primis, ma anche Nobile, Parmeggiani, Carati. Altri tempi, gli anni sessanta, quando il pugilato era seguitissimo. “Lasciare l’Italia e seguire altre strade faceva parte della mia natura, perché fin da ragazzetto accarezzavo l’idea di girare il mondo e imparare le lingue di altri popoli e le loro abitudini, la loro cultura. In parte, però, questa decisione di andare a fare attività all’estero è stata anche una scelta obbligata. Nel 1960 ci sono state le Olimpiadi a Roma e per quel grande evento la Federazione si tenne stretta tutti i più forti pugili italiani dilettanti, li stipendiavano come professionisti affinché rimanessero dilettanti e partecipassero ai Giochi. Infatti fu un successo per la Nazionale italiana. Dopo, per gli altri pugili che non avevano fatto le Olimpiadi diventava difficile entrare nelle riunioni, trovare degli ingaggi, purchè tu non fossi legato ad un manager importante. A Bologna la Sempre Avanti e l’Accademia Pugilistica s’erano divise. Io ero con Leone Blasi, che allenava Cavicchi ma come manager aveva messo su una scuderia sua. Blasi faticava ad inserirmi in qualche riunione, mi piazzava da qualche parte quando c’era un buco. Lui non era legato ad un organizzatore importante. E così combattevo pochissimo. Appena tre match nel primo anno da professionista. Di pugili professionisti in quegli anni ce n’erano tanti, tanti più di adesso. Ma io, il pugilato, l’amavo. L’amavo profondamente. E volevo farlo in tutti i modi. Si presentò l’opportunità di andare in Germania. Accettai. Volli tentare quell’esperienza. Mia madre non voleva che andassi via. Noi stavamo bene di famiglia, e lei cercò di convincere mio padre affinché contrastasse la mia scelta. Mio padre, invece, mi appoggiò. Lui si ricordò di quand’era ragazzo e voleva dedicarsi alla scherma, ma i suoi genitori si opposero. Per tutta la vita mio padre ha rimpianto di non aver potuto fare scherma. “Non voglio che anche mio figlio possa avere dei rimpianti”, disse. “Lascialo fare, lascialo andare”, rispose a mia madre. “Vedrai che quando sarà là, da solo, e si accorgerà di quanto la vita sia assai meno semplice di quella che vive a casa sua, ritornerà presto”. Quelle parole stimolarono il mio orgoglio. E io ho stretto i denti, per dimostrare che avevo carattere e che ero pronto ad affrontare il destino. Là in Germania lavoravo in una fabbrica di cioccolato. Lavavo anche le padelle. Quando c’era da fare un match, in qualunque angolo della Germania, me lo dicevano all’improvviso, il giorno prima, e dovevo arrangiarmi da solo perché non mi pagavano il viaggio. All’inizio fu davvero dura. C’era da soffrire. Ma sono stato contento di avere sofferto, perché la vita è tutta un’esperienza. E il mio destino volevo essere io a scegliermelo, a costruirmelo. Per arrivare a goderti intensamente i momenti felici, devi necessariamente passare dai momenti duri. Nella mia vita ho conosciuto gli uni e gli altri. Le rose e le spine”. “E adesso che ho settantuno anni, mi sento come una persona che ha vissuto tante vite. E che ha fatto tante esperienze. Al punto che se dovessi morire oggi, sarei contento. Cos’altro ho da chiedere ancora alla vita? Ho conosciuto molte cose. Ho conosciuto la tristezza ma anche tanta gioia. Credo d’avere avuto una vita bellissima. Da giovane ho fatto quello che ho voluto. Le cose che volevo fare, ho avuto il coraggio di farle. Ho girato il mondo, ed era nei miei sogni. Com’era nei miei sogni l’Australia. Dove poi sono andato a vivere con mia moglie. E dove è nata mia figlia Sharon”.
LA VITA E’ UN SOGNO
Era già scritto nel destino. L’Australia sarebbe diventata casa sua. Quel Continente lontanissimo, che a noi italiani negli anni sessanta appariva così misterioso, incuriosiva e affascinava il giovane Pitardi. Nell’intervista Vincenzo rivela che “quando usciva in edicola Boxe Ring, lo compravo e immediatamente andavo alla pagina dedicata al notiziario dalla terra dei canguri. Il perché? Non lo so di preciso. Forse perché diversi pugili italiani andavano a combattere là. Quel mondo mi affascinava. Diventò il mio sogno. E quando nel luglio 1968 mi capitò di andarci, me ne innamorai immediatamente. E perdutamente”. E’ il 26 luglio del 1968.Vincenzo Pitardi sale su ring del Festival Hall di Melbourne. Quell’italiano decorosissimo che ha già combattuto in quasi tutti gli angoli d’Europa viene ingaggiato per collaudare il lanciatissimo e fortissimo Johnny Famechon, 44 match vinti e appena 4 perduti fino a quel momento, e campione del Commonwealth. E’ pugile dall’enorme talento, Famechon. Pronto a conquistare il mondo. Sei mesi più tardi, infatti, l’australiano conquisterà il titolo dei pesi piuma della World Boxing Association sconfiggendo alla Royal Albert Hall di Londra un altro personaggi mitico, lo spagnolo Josè Legra. Ebbene, quella notte del ’68 Vincenzo Pitardi regge più che dignitosamente per 10 rounds. Non sfigura davanti all’uomo che diventerà poi Campione del Mondo. Il bolognese si fa apprezzare, raccoglie applausi e si guadagna un altro ingaggio in Australia. Sempre a Melbourne. La data è il 20 settembre 1968. Pitardi incontra, e batte, James Skelton. Un bel successo ai punti, sulla distanza delle dieci riprese. “Quando rientrai in Italia, proposi a mia moglie di andare a vivere là. Ci eravamo appena sposati, lei rimase sconcertata da questa idea, non era d’accordo. Ma poi è venuto il giorno che abbiamo fatto il grande salto e ci siamo trasferiti”. Il capitolo-Australia è ampio, importante, comprende più di trent’anni della vita di Pitardi. E’ un capitolo che riprenderemo più avanti. Adesso, con il racconto, facciamo un bel salto indietro. Riportiamo la macchina del tempo alle prime avventure di Pitardi all’estero, ai giorni ruggenti della Spagna, quando Vincenzo ha fatto anche il torero.
SPAGNA, CAZZOTTI E CORRIDE
Pitard era arrivato a Madrid nell’estate del ’63 dopo aver trascorso l’inverno in Germania, viveva in una hosteleria nei pressi della famosa Puerta del Sol. Il manager che lo aveva accolto in Spagna gli aveva promesso due match al mese. Animato da un grande entusiasmo, Pitardi s’era immediatamente tuffato in un rigorosissimo allenamento quotidiano, nei sotterranei del palazzo dello sport, dove c’erano 35 ring. E pugili di ogni tipo. Faceva i guanti tutti i giorni con Sombrita, uno che andava forte a quei tempi (si sarebbe più avanti battuto con Sandro Lopopolo, perdendo, con il palio la cintura europea dei superleggeri). Ed era uno spettacolo, ogni volta che si allenavano insieme. Ma il manager spagnolo un giorno fece una proposta… indecente a Pitardi. Lo faresti un match con Sombrita? Sa, lui ha la chance europea, gli servirebbe un match di collaudo, ma tu dovresti perdere… Se ci stati, dopo ti garantisco che ti faccio fare tanti match. “Che cosa? – rispose Pitardi – no, non può chiedermi questo! Non è corretto. E’ contro il mio modo di pensare e di essere. Non lo farei mai”. Così rispose Vincenzo. Fiero della sua onestà. Il manager spagnolo s’inventò un perfido sorriso. Passò un mese, passarono due mesi, e Pitardi non combatteva mai. Continuava ad allenarsi duramente, ma per lui non c’era mai un incontro. Il manager, al quale Vincenzo aveva osato dire no, trovava tutte le scuse per non farlo salire sul ring. Frattanto, il bolognese era diventato molto amico di Sombrita. E Sombrita ad un certo punto s’accorse che Pitardi era preoccupato. Ne parlarono. Pitardi si confidò, gli raccontò tutto. Quel giorno, al rientro da un allenamento, Sombrita disse: Vincenzo, vieni con me, andiamo a salutare Don Vicente. Chi era Don Vicente? Era l’uomo che contava nella Federazione pugilistica spagnola. E, soprattutto, era il medico personale di Francisco Franco il generalisimo. “Don Vicente mi apprezzò quando gli dissi che mi piaceva la Spagna e che ero contento d’esserci e che mi sarebbe piaciuto continuare a vivere in Spagna. Lui capì il mio problema, chiamò il segretario e gli disse: Trova un match a questo ragazzo per sabato. E il sabato infatti salìì sul ring di Salamanca. Il sabato successivo mi venne offerto un combattimento a Malaga. E poi, i giorni delle le Canarie. Era il paradiso. Un bel periodo. Sette incontri in pochi mesi, fra Las Palmas e Tenerife. Ero diventato un beniamino. A Santa Cruz de Tenerife la Plaza de Toros si riempiva per la boxe, diecimila persone”. Dopo le Canarie, di nuovo la Germania, e la Finlandia. E ancora Madrid, dove il 18 settembre 1964 Vincenzo Pitardi tiene testa (perdendo soltanto ai punti in 8 rounds) ad un pugile che sarebbe poi diventato leggendario: José Legra, un tipo che nella sua lunga carriera professionistica ha vinto 134 combattimenti, è stato 7 volte campione d’Europa e 2 volte campione del mondo. Vincenzo incontrerà poi José Legra una seconda volta, nell’agosto 1966, quando il fenomeno catalano è già un re del ring con 75 vittorie all’attivo, e in quella occasione il bolognese verrà fermato al quinto round (consolandosi, tuttavia, con una borsa di 25 mila pesetas). Un anno prima Pitardi aveva incontrato un altro fenomeno, Pedro Carrasco, uno dei quattro campioni del mondo affrontati in carriera (Legra, Famechon e Buchanan gli altri). Sempre in combattimenti senza titolo in palio. Con Carrasco, uomo di grande stile e che di Vincenzo divenne grandissimo amico, il pugile di Bologna perse onorevolmente ai punti. Pitardi si faceva rispettare. Anche sfidando uomini di valore mondiale. Le sue prestazioni e la professionalità dimostrata in un’attività sviluppatasi quasi costantemente all’estero gli valsero l’Oscar intitolato a Cleto Locatelli quale miglior pugile italiano all’estero per il 1965. Un riconoscimento di prestigio, che in anni precedenti era stato assegnato a gente dello spessore di Sandro Mazzinghi, Bettini, Brondi. La notizia più clamorosa la riporta STADIO, il 5 agosto 1966. In prima pagina, vicino a grandi servizi calcistici realizzati da Aldo Bardelli e da Adalberto Bortolotti, e di ciclismo per la firma di Dante Ronchi, il quotidiano sportivo di Bologna pubblica una interessantissima indiscrezione. Con la foto di un torero. E’ lui, Vincenzo Pitardi. “Stadio”, quel venerdì d’inizio agosto, realizzava uno scoop annunciando che Pitardi probabilmente avrebbe lasciato il pugilato per entrare nelle arene a sfidare i tori. Sulle orme di Luis Folledo, bravo e coraggioso peso medio spagnolo che non riuscì mai a diventare campione d’Europa perché – nei suoi tre tentativi – trovò sulla sua strada Laszlo Papp, Nino Benvenuti, Carlo Duran. Ma davvero Pitardi voleva fare il torero? Non proprio, però ha voluto provare questa forte emozione. Ancora una volta il gusto della curiosità e della sfida lo portarono, seppure per breve tempo, a scoprire strade nuove. E intense sensazioni. Vincenzo non entrò in grandi arene, le sue erano piccole corride, ma il toro lo ha sfidato veramente. E ci vuole coraggio, comunque. Vincenzo ha rivelato così quell’esperienza, suggestiva ed eccitante. “Nel periodo di Barcellona, 1965 e 1966, noi pugili il mattino alle 8 andavamo sulla collina di Montserrat, nei dintorni della capitale catalana. Per fare footing. E lassù, dove l’aria era pulita, si allenavano anche i toreri. Spesso, dopo il footing, si rimaneva lì e organizzavamo delle partitelle di calcio: pugili contro toreri. Ricordo che c’erano tre matadores, cioè dei professionisti, anche bravi, gli altri erano dei novilleros: ragazzi interessanti, che si preparavano per diventare matador. Un giorno i toreri, che guardavano con molta curiosità i nostri allenamenti, ci chiesero di insegnar loro i movimenti del pugilato, le figure, i passi laterali e indietro che usavamo sul ring, la tecnica delle finte e delle schivate. “Bene, rispondemmo, ma voi in cambio ci insegnate a toreare. Io fui il più rapido ad imparare. Anzi, dopo un mese avevo assimilato talmente bene la tecnica dei toreri che mi dissero: Vincenzo, sei un fenomeno! Allora sorrisi e risposi: si vede che in un’altra vita ero un torero… Io sul ring sono sempre stato uno stilista. Il mio pugilato privilegiava la tecnica, la velocità, la precisione, l’intelligenza. Necessariamente dovevo far così, poichè non ero potente. Infatti io mi trovavo perfettamente a mio agio quando affrontavo i picchiatori, quelli che si buttavano dentro e magari in maniera scomposta. Li anticipavo, uscivo portandomi fuori dalla traiettoria dei loro colpi e rientravo con una scarica di pugni non pesanti ma veloci e precisi”. L’eleganza che Pitardi aveva fra le dodici corde gli permise di apprendere rapidamente la coordinazione dei movimenti dei toreri. Quando Vincenzo, dopo un litigio con il suo manager Casadei, venne mandato a Salamanca, ebbe l’occasione di conoscere - là nella Comunità di Castiglia e Leon - un torero. Questo ragazzo, un novillero, venne invitato in Estremadura dove un importante allevatore di tori in quel periodo stava tenendo un “tendadero”. Cioè dentro l’arena veniva provata la razza dei tori. Per verificare come i tori si comportavano davanti all’uomo, e anche davanti al piacador con il cavallo. Per capire, insomma, se erano “valienti” o no. I tori che non si dimostravano sufficientemente combattivi, venivano scartati: non avrebbero fatto le corride, sarebbero finiti al macello”. “Il novillero di Salamanca, partendo per il tendadero in Estremadura, mi disse: Vincenzo, vieni con me che ti faccio toreare. Arrivammo là, mi presentarono al proprietario, poi quando venne il momento che dovevo andare io… qualcuno gli fece presente che io ero un pugile, non un torero e non ero mai andato davanti a un toro in vita mia. L’allevatore mi guardò e rispose: Stai tranquillo, non preoccuparti, sto io al “quite”. Quitar in spagnolo vuol dire togliere. Cioè intervenire con la cappa o la muleta per distrarre il toro e togliere il torero dalle difficoltà”. “Si aprirono le porte, entra scattante un torello, il proprietario del tendadero lo verifica con tre o quattro capotate, poi si volta e mi fa: Vicente, es para ti”. “Era per me. Allora afferro la muleta ed entro. Il toro era lì, a cinque metri, cn le corna verso la mia direzione. Mi sono voltato indietro un attimo per chiedere come dovevo cominciare. “Por alto”, mi dice lui con grande tranquillità. Okay, toro, a noi… Non ci credereste: non avvertivo alcuna paura. Tutt’altro. Guardavo il toro negli occhi con la voglia di sfidarlo, mi sentivo invulnerabile, immortale. Come fossi stato El Cordobes, che era il mio idolo. Sono stati gli attimi più elettrizzanti della mia vita. E ad un certo punto ho sentito degli applausi. Il proprietario dell’allevamento aveva invitato al tendadero diverse persone e c’erano anche dei promoter, quelli che organizzano corride. Mi sono mosso bene attorno al toro, ho fatto una dozzina di figure e di passi, poi il toro mi ha preso la muleta e a quel punto ho lasciato andare e sono venuto via. Fra gli applausi”. “Poco dopo, mi chiesero se volevo andare a fare una corrida di beneficenza, quelle che di solito fanno gli attori del cinema o altri personaggi conosciuti, non toreri ma capaci comunque di saperci fare abbastanza davanti al toro”. “Accettai. Ne ho fatte tre, di quelle corride di beneficenza. Una a Salamanca, una a Valladolid e l’altra in un paesino dell’Estremadura. Le prime due vestito con il “traho campero” e con il cappello da flamenco in testa. Ma in occasione dell’ultima, ho preteso di indossare il “traje de luces”, il vero abito del torero. Ci tenevo enormemente. Mi venne concesso. Ed è proprio la fotografia che pubblicò STADIO in prima pagina”. “No, non ho mai trovato un toro… figlio di puttana. Sono stato fortunato sotto quell’aspetto. Si trattava, in verità, di tori novillos, di tre anni. Paura? Mai sentita. Mi veniva tutto naturale. Non ho proseguito quell’esperienza perché non ero più un ragazzino, avevo ormai ventotto anni. E poi, se vuoi diventare un torero e arrivare ad uccidere i tori in vere corride, ti servono degli sponsor. La corrida mi affascinava, ma non mi sarebbe piaciuta l’idea di uccidere un toro. Nelle corride di beneficenza non si fa. Anche se il toro va a morire lo stesso, si sa, perché dopo aver affrontato l’uomo in una corrida il toro avrebbe imparato la lezione e la seconda volta sarebbe diventato molto più pericoloso…”. “Ho fatto più fatica dopo, con i cavalli”, ricorda. Sì, lasciata la boxe sul finire del 1969, e tornato a Bologna, Vincenzo Pitardi s’innamora dei cavalli. Aprendo a Rastignano la scuola d’equitazione Oasi Vip. Era un bel centro, signorile, quel maneggio. Con tre campi da tennis, un campo equestre all’aperto e uno al coperto. E un ristorante.
IL MATRIMONIO A CAVALLO
A proposito di cavalli. Nel 1971, il 10 giugno, Vincenzo sposa Paola. Con una cerimonia che è passata alla storia. Indimenticabile per l’originalità dell’idea. Tutti gli invitati dovevano presentarsi a cavallo. Sposi e invitati partirono da Rastignano, fino alle porte di Bologna. Vincenzo e Paola, come due attori del cinema. Belli, elegantissimi, su due stupendi cavalloni bianchi. E, dietro, otto paggi. Ovviamente a cavallo anche loro. Gestire l’Oasi Vip era sempre più impegnativo. “Sentivo lo stress, ero spesso nervoso e irrequieto. Così, dopo tre anni, decisi di darlo in affitto. E mi venne in testa una meravigliosa idea. L’Australia. GLI ANNI DEL BALANZONE Partirono per l’Australia, Vincenzo e Paola. Verso la metà degli Anni Settanta. Destinazione Melbourne. Vincenzo sperava di fare l’istruttore in una scuola di equitazione, ma non era semplice trovar posto. E allora, inizialmente, si adattò a fare il magazziniere alla Stock Distillery. Sua moglie lavorava in un negozio di abbigliamento. Dopo qualche mese Pitardi andò a trovare un amico che abitava ad Adelaide. “E quella città, più a misura d’uomo, mi piacque subito tantissimo”. I Pitardi dunque si trasferirono nella capitale dell’Australia meridionale. Vincenzo trovò lavoro come istruttore di equitazione. Paola faceva la manager in un supermarket. Nel 1979 nacque la loro figlia, Sharon. Poi… l’idea meravigliosa: aprire un ristorante italiano in Australia, anzi il “primo” ristorante bolognese. Vincenzo e Paola ci sapevano fare, perché avevano già collaborato con la madre di lei – la contessa Anna Pantaleoni Baroni – nella conduzione di un locale molto noto a Bologna, l’Antica Trattoria del Ragno, in via Murri. Lo chiamarono Balanzone. Sì, Balanzone. La maschera caratteristica della città di Bologna. Anzi, il dottor Balanzone, simbolo della scienza, personaggio della Commedia dell’arte, raffinato e al tempo stesso popolano. Il “Balanzone Bolognese Italian Cuisine” venne aperto nel 1986. Ebbe un grande successo. “Non soltanto per i nostri piatti, ma anche e soprattutto per la bellezza del locale, per la novità, per la cortesia e per le recensioni favorevolissime che su di noi scrivevano i giornalisti. Furono fatti anche dei servizi televisivi”. Vincenzo Pitardi dunque è stato il primo a portare la vera cucina bolognese in Australia. “Loro, gli australiani, non sapevano niente del nostro mangiare. Conoscevano gli spaghetti al ragù e li chiamavano spaghetti alla bolognese, come succede in altre parti del mondo. Ma gli spaghetti alla bolognese non esistono. Noi abbiamo le tagliatelle. Le tagliatelle al ragù, quello è un tipico piatto bolognese. Come i tortellini e le lasagne. Nel mio locale ho lanciato anche il carpaccio di tonno, fu un successone. Ad un certo punto, il “Balanzone” di Adelaide era diventato il numero uno fra i ristoranti italiani dell’intera Australia. Erano i clienti stessi che lo dicevano. E fra i clienti avevamo tanta gente importante: avevamo giudici, avvocati, dottori, industriali, imprenditori, politici, anbasciatori. Il Primo Ministro venne a mangiare da noi, anche il Ministro del Sud Australia. E poi, personaggi del mondo dello spettacolo. Ad esempio, i Bee Gees. Quando il Gran Premio d’Australia di Formula 1 si correva all’Adelaide Street Circuit arrivava la squadra della Ferrari, ma anche piloti di altre scuderie erano nostri clienti. Quelli della Mercedes. E veniva anche Michael Shumacher, nei giorni della Benetton”. Volete sapere com’era il Balanzone’s menu? Per entrée c’era un antipasto emiliano (prosciutto, mortadella, salame, olive, servite con crescentine) a 5.50 dollari e i Gamberoni Balanzone (6 dollari); fra le minestre in brodo i passatelli (dollari 3.50) e la zuppa Imperiale (2.50). Il menu prevedeva diverse varietà di pasta, piatti da 6 dollari fino a 9.50. Tagliatelle verdi, tagliatelle al salmone, Balanzoni burro e oro, tagliatelle al ragù oppure con panna e funghi, i tortellini in brodo costavano 6 dollari (c’erano anche al pasticcio, al ragù o con panna e funghi perché evidentemente piacevano agli australiani, ma preferisco… sorvolare su quei gusti degli aussie: i veri tortellini bolognesi sono rigorosamente in brodo!). E ancora: Spaghetti Nettuno e Maccheroni alla contadina. Tra i secondi (carne e pesce) andavano forte il carpaccio (9 dollari), il Lombo al latte (9 dollari) e la Cotoletta Petroniana (9.50). Il dessert preferito era il dolce allo zabaglione. Ampia e raffinata la proposta dei vini, e si dice che molti VIP (soprattutto giudici) gradissero particolarmente… Dieci anni di successo (personale e finanziario) per lo chef-proprietario Vincenzo Pitardi, che nel 1995 di fronte ad un’offerta molto vantaggiosa vendette il ristorante.
BOXE SCUOLA DI VITA
Ancora una riflessione sulla boxe. Vincenzo diceva: “Ho sempre contestato quelli che considerano il pugilato come uno sport violento, quelli che dicono: come fanno due persone andare su un ring e darsi dei pugni? Chi ragiona in questa maniera, sbaglia di grosso. Io che il pugilato l’ho praticato per parecchi anni, cominciando da ragazzo e chiudendo quasi trentaduenne, mi sento di affermare che questo sport ti insegna il rispetto per le altre persone, ti insegna la disciplina, ti insegna a vivere con delle regole. Soprattutto, ti fa capire che cos’è davvero il valore dell’amicizia. Nessun altro sport sa esprimere in maniera così forte questo sentimento”. Giusto. I pugili sanno (meglio di altri atleti) che cos’è il sacrificio, che cos’è la sofferenza. Ecco perché i pugili si rispettano. E tra loro c’è grande lealtà. I pugili sanno che bisogna sempre rimanere umili, perché un giorno sei sul piedistallo della gloria ma la volta dopo potresti trovarti nella polvere. E’ la legge del ring, bella e spietata.i
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