Tratto da Iltempo.it
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Di Augusto Frasca
Non fu un incontro. Fu un massacro. Joe Frazier reso cieco da una cataratta e dai colpi dell'avversario, e Mohammad Ali, mai come in quella occasione prossimo al collasso, con le premonizioni di una malattia che ne avrebbe più avanti segnato il fisico in maniera irrimediabile e che la diretta televisiva avrebbe impietosamente rivelato al mondo, il braccio tremolante incollato alla fiaccola olimpica, ai Giochi di Atlanta del 1996. Trentacinque anni, da allora. Due pugili messi per la terza volta l'uno di fronte all'altro in carriere che avevano ricevuto per entrambi le stimmate iniziali della notorietà nelle affermazioni sui ring olimpici di Roma e di Tokyo. Vittoria ai punti di Frazier nell'esordio del 1971 al Madison su quindici riprese, rivincita ai punti di Clay, tre anni dopo, sempre sul ring di New York. Quella sera dell'1 ottobre 1975, all'Araneta Coliseum di Quezon City, area metropolitana di Manila, l'avvio era stato favorevole al trentacinquenne Ali, con una progressiva rimonta dell'avversario, di quattro anni più giovane, nelle fasi centrali dell'incontro. Fu la quattordicesima ripresa a sciogliere definitivamente i dubbi, con Frazier, il volto tumefatto, le gambe rese protesi inerti, mortificato dalla riserva d'energie di Ali. Non fu necessario il gong per chiamare i pugili al centro del ring per gli ultimi tre minuti di assalto e per l'assegnazione del titolo mondiale. Nella pausa precedente l'ultima ripresa, dall'angolo del suo assistito, il procuratore Eddie Futch aveva comunicato all'arbitro il ritiro di Frazier. Come gli accadeva sovente, dopo aver riempito l'avversario di insulti prima e durante l'incontro, a risultato acquisito, Ali gli rese onore, dichiarando che mai si era sentito vicino alla morte come in quella occasione e dinanzi a tale antagonista. Nelle cronologie e nella retorica del pugilato internazionale, quella serata fu archiviata come The Thrilla in Manila, il brivido di Manila. Fu, per molti versi, uno degli eventi dominanti nella carriera di entrambi i pugili.
Ritiratosi per la prima volta nel 1976, dopo un tentativo, fallito, di recupero del titolo statunitense contro George Foreman, salito un'ultima volta sul ring, per soldi, nel 1981, preda successivamente dell'emarginazione sociale propria di molti pugili, soprattutto statunitensi e di colore, Joe Frazier trovò più avanti un provvidenziale sostegno economico in Larry Holmes, campione mondiale dei pesi massimi del 1978 al 1985, uno dei rari pugili capace di affrancarsi, al termine della carriera, dai micidiali meccanismi della società americana.
Per Muhammad Ali, che aveva vissuto la sua svolta esistenziale nel decennio precedente convertendosi alla religione islamica, modificando il nome originario di Cassius Clay, sottraendosi alla sorte plebea di nero povero e subendo pesanti conseguenze - squalifica, ritiro del titolo, multa di 5 milioni di dollari e condanna al carcere, evitata all'ultimo momento - per il suo rifiuto di arruolarsi per la guerra in Vietnam, la carriera procedette ancora a lungo, con titolo perso, riconquistato e infine definitivamente perso con la sconfitta prima del limite patita nel 1980 da Larry Holmes.
Instancabile promotore di se stesso, formidabile ambasciatore della sua razza e della difesa dei diritti dei neri, palese ispiratore nel '68 della plateale protesta dei velocisti statunitensi sul podio olimpico di Città del Messico, Ali non è stato il più forte pugile della storia.
Ma l'impareggiabile estetica del suo pugilato, l'entità iconoclasta delle sue provocazioni, l'immensa, ipertrofica, ostentata autoreferenzialità che gli impediva d'essere secondo e comunque suddito, unite a vicende umane che una formidabile macchina pubblicitaria rese uniche, ne hanno fatto uno delle figure emblematiche dello sport del ventesimo secolo, consacrandone l'immortalità.
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