
Quando il campione WBA dei superleggeri alla prima difesa Amir Khan (21-1) e Dimitriy “The Star of David” Salita (30-0-1) calcheranno la stuoia, in gioco ci sarà molto di più di quanto faccia pensare il riconoscimento dell’ente planetario.
I due protagonisti hanno ognuno a loro modo molto da dimostrare.
Il ventiduenne detentore britannico ha apertamente dichiarato di voler lasciare il segno con una vittoria di spessore, che metta a tacere le orde di critici che col tempo si sono accaniti su di lui persino in patria.
Affacciatosi sullo scenario professionistico con l’aura del predestinato, il pugile di origini pakistane si è presto inimicato molti tifosi, in parte a causa dell’antipatia che sempre ingenerano i vincenti e in parte a causa di alcune sue pecchi fra le sedici corde che l’hanno fatto vedere ad alcuni come un bluff, erede di Audley Harrison.
Il ventisettenne ucraino di stanza a New York, invece, ha da dimostrare innanzitutto di meritare la chance offertagli, quando è plebiscitaria l’opinione che non lo vorrebbe a livelli tali da potersi misurare per una cintura mondiale.
Anche per lui c’è il sospetto che a sospingerlo tanto in alto ci sia stata la notorietà acquisita per fatti che esulano dallo sport guantato e che parlano di una fede vissuta in maniera permeante.
Entrambi hanno in comune diversi sassolini nella scarpa che vorrebbero togliersi definitivamente, accusati spesso di essere cresciuti in una bambagia che non sempre li ha protetti dai venti freddi.
Molto differente per forma, ma identica per sostanza è anche la loro profonda fede religiosa, su cui si è puntato molto ed in maniera che spesso ha sconfinato dal colore al cinico business.
Khan è un musulmano praticante che confessa: “La religione aiuta la mia boxe. Spiritualmente e mentalmente mi aiuta a rilassarmi sapere che Dio è accanto a me”.
Allo stesso modo Salita, fervente ebreo ortodosso, dice: “Dio è con me dentro il ring e questo mi ispira”.
Il loro cammino, accomunato da una certa prudenza nella gestione delle avversità, ha però capitoli molto diversi.
Il padrone di casa è balzato agli onori della cronaca ai tempi del dilettantismo, precisamente alle Olimpiadi di Atene 2004, che l’hanno visto sorprendente medaglia d’argento alla verde età di 17 anni.
Persino la sua rivincita con il cubano Mario Kindelan, andata in scena alcuni mesi dopo, suscitò grande interesse mediatico e lo vide splendido trionfatore sotto le telecamere dell’importante emittente ITV.
Al momento del suo passaggio al professionismo, avvenuto nel luglio 2006, tutto sembrava preannunciare l’arrivo del nuovo personaggio traino del movimento inglese, con molti aspetti in comune con quel “Prince” Naseem Hamed che l’aveva preceduto e che per lui era idolo.
Spettacolare, giovane, con una conquista dilettantistica di pregio al collo e con quelle origini che affondano nel Pakistan e la fede musulmana a renderlo un simbolo di moderna integrazione, sembrava tutto fosse stato predisposto per farne una fra le più brillanti stelle del firmamento globale.
Con nel mirino l’abbattimento del record inglese di precocità sul trono iridato, appartenente proprio ad Hamed, i media e gli sponsor si sono subito interessati a lui, sostenendone la scalata.
L’esperto promoter Frank Warren, consapevole del gioiello fra le sue mani, si è mosso con estrema prudenza, ma ciononostante la fretta di emergere e di convincere, unita ad attacchi scriteriati e mascella di cristallo, hanno fatto più volte tremare la convinzione di essere di fronte a un fenomeno.
Più volte con le terga adagiate sul tappeto, si è cercato di dare una svolta ingaggiando il trainer cubano Jorge Rubio, ma ciò non ha condotto ai risultati sperati.
Anzi, con una beffa del destino, sulla strada dell’enfant prodige è arrivato l’uragano Breidis Prescott, carneade colombiano dalle mani pesantissime, che lo ha spazzato via in 54 secondi.
La sterzata, questa volta quella giusta, è giunta quando Khan si è affidato al rinomato Freddie Roach, plasmatore del fuoriclasse Pacquiao, che con lui ha fatto un ottimo lavoro, portandolo nella sua Wild Card Gym di Los Angeles per incanalare le sue energie (auto)distruttive.
Da allora nell’ultimo anno ha inanellato tre convincenti affermazioni ai danni del discreto Oisin Fagan, del leggendario campionissimo al tramonto Marco Antonio Barrera e soprattutto in luglio di Andriy Kotelnik, ottimo detentore al quale ha strappato la corona, tra l’altro salendo di una categoria.
Nonostante una prova positiva e una dimostrazione di maturità, sebbene non fra le più spettacolari, l’inglese di Bolton non si è certo accaparrato un grande seguito.
La trasmissione in pay-per-view ha fatto registrare la magra cifra di 35,000 acquisti, che dimostra disinteresse verso le gesta del ventiduenne, ancor più che avversione.
Salita la notorietà, invece, l’ha raggiunta proprio grazie alla sua fede, a cui è stato dedicato un bellissimo documentario del 2007 intitolato “Unorthodox Stance”, in un gioco di parole fra la posizione di guardia e il suo credo ebreo ortodosso.
A creare ancora maggior attenzione attorno a questo suo assalto planetario c’è stata la conquista iridata di un paio di settimane fa da parte di Yuri Foreman, bielorusso di fede ebrea tanto forte da acquistare la nazionalità israeliana.
“The Star of David” è anche modello per la sua comunità attuale che è quella di Brooklyn, dove si è trasferito con la famiglia all’età di nove anni.
La sua religione non è natia, ma frutto della conversione avuta nel 1999, quando venne in contatto con un rabbino mentre assisteva la madre morente di cancro al seno.
I suoi stretti principi ebrei gli hanno procurato diversi problemi per la difficoltà di conciliazione con i sacrifici richiesti dalla boxe.
In pochi credevano che avrebbe potuto sfondare con un fardello così pesante sulle spalle, ma lui è stato saldo tanto nella fede quanto nella convinzione pugilistica, con il sogno di emulare gente come Ted “Kid” Lewis, due volte mondiale dei welter fra 1915 e 1917, Benny Leonard, re dei leggeri fra il 1917 e il 1924, Maxie Rosenbloom, sul tetto dei mediomassimi nei primi anni ‘30, Abe Attell, fenomenale piuma dei primi anni del secolo scorso, e Max Baer, colosso di spessore eterno.
Pugilisticamente è cresciuto allo Starrett City Boxing Club, che ha plasmato campioni quali Zab Judah, Shannon Briggs e Luis Collazo.
Entrato nei locali della palestra quando aveva sulle spalle tredici primavere, si è subito meritato la stima del trainer Jimmy O'Pharrow, che di lui dice: “Il ragazzo sembra russo, prega come un ebreo e combatte come un nero”.
Nonostante fosse l’unico bianco del gym newyorkese, è sempre stato accolto bene e ciò gli ha permesso di vincere i New York Golden Gloves e di laurearsi campione americano under 19.
Fedele al motto riportato sulle pareti: “Successo è 2% di talento e 98% di impegno”, ha iniziato a farsi strada a torso nudo a partire dal 2001, quando il suo rivale attuale aveva appena quattordici anni.
Un lento cammino senza particolari sussulti, né verso l’alto, né verso il basso, affrontando e sconfiggendo praticamente solo collaudatori.
Solo nel marzo 2006 il suo record a tutt’oggi immacolato ha rischiato di macchiarsi, quando è finito due volte al tappeto alla prima ripresa del match contro Ramon Montano.
Il messicano in realtà non è proprio un colpitore, come indicano le sue due sole vittorie anzitempo in ventisette uscite, e questo permise a Salita di riprendersi e di chiudere il match sulle otto riprese con un verdetto di pareggio.
Da allora ha sostenuto e vinto senza infamia né lode sei confronti contro opposizione di secondo piano.
Anche per questo in molti si domandano come possa essere giunto così in alto nelle classifiche WBA, visto anche che le altre tre principali sigle nemmeno lo annoverano fra i primi quindici di categoria.
Anche a lui l’arduo compito di zittire i critici.
A sostenerlo non c’è solo la comunità ebraica, ma anche la squadra cestistica del Maccabi Haifa, che lo sponsorizza, e il sindaco della sua Grande Mela adottiva Michael Bloomberg, che ha pubblicamente dichiarato di tifare per lui.
L’incontro di sabato si prospetta abbastanza interessante sulla carta, anche se qualcuno insinua che il challenger possa rappresentare un agnello sacrificale credibile sull’altare di un campione in cerca di riconoscimento.
Indubbiamente Khan è il più dotato dei due, con un talento che è abbastanza evidente, seppure non esente da talloni d’Achille che potrebbero tenerlo sempre distante da una definitiva consacrazione.
A inizio carriera aveva un’aggressività e un’ansia di sbalordire che mettevano in primo piano le sue meravigliose armi migliori, ma esponevano anche i suoi punti deboli.
Il lavoro di Roach, come è stato anche per Pacquiao, si è indirizzato proprio su questa strada, curando l’accorta e prudente strategia e limando i difetti di gioventù.
Sacrificando un po’ l’attacco, Khan si è fatto più attento in difesa, mostrando una pazienza e una calma che mai aveva esibito.
Ora il britannico sfrutta meglio il jab e colpisce di più con le combinazioni, conservando la sua strabiliante rapidità, ma perdendo sotto il profilo della precisione e della potenza.
Infatti, contro Kotelnik i suoi fendenti sono sembrati meno efficaci e meno girati, sebbene più frequenti e meno rischiosi.
Incrementando la quantità, il giovanissimo di Bolton si è fatto anche bersaglio meno tangibile.
Il suo allenatore, avendo avuto sotto le proprie cure in un’un occasione lo sfidante, ha individuato nel lavoro al corpo la chiave per vincere il match, soprattutto quando allarga il gomito sinistro prima di portare il gancio.
Permangono dubbi sull’incassaggio di Khan, ma è altresì vero che Salita non è propriamente un colpitore.
Il challenger si è preparato sulle Poconos Mountains in completo ritiro, per poi trasferirsi a Newcastle ed allenarsi alla locale North Road Gym e alla Glenn McCrory's.
Per meglio curare anche l‘anima, ha preso contatti con Dave Lewis, un rabbino del posto.
Il ventisettenne di Odessa non ha particolari difetti, con una boxe concreta, ma senza voli.
E’ un osso duro, sostenuto da grande caparbietà e ottima condizione fisica, che però non sa andare oltre lo svolgimento di un compitino diligente.
Abbastanza rapido e mobile, non è spettacolare né esplosivo, con doti nella media e poco sopra la mediocrità.
Pregevole il suo jab, come pure i suoi ganci, che peccano però sotto il profilo della potenza.
Anche la sua mascella non sembra a prova di bomba, sebbene non sia mai stato messo KO.
Una lettura accettabile vuole che il suo stile sia tagliato a pennello per far fare bella figura a Khan, che è dato dai bookmaker come chiaro favorito.
Infatti, non ha fatto mistero dei suoi progetti futuri, che parlano di sbarco sui ring a stelle e strisce.
I nomi da lui chiamati in causa sono eminenti: Juan Diaz, Erik Morales, Juan Manuel Marquez e persino il connazionale Ricky Hatton.
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