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La Boxe e la mente - Il bullismo e il Pugilato

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A cura di Valeria Imbrogno


arancia


Cosa può fare un impiegato
di Manhattan per diverstirsi il venerdì sera in tempi di recessione? Semplice, imita Brad Pitt e Edward Norton nel film "Fight Club ". Indossa i guantoni e se le dà di santa ragione con un pugile professionista. In realtà  il fenomeno di questi incontri del tipo "il bello contro la bestia" si è diffuso parecchio e anzi, intriso forse troppo dei vecchi concetti di virilità, viene oggi utilizzato a fini commerciali anche in alcuni spot pubblicitari.

Un esempio palese della diffusione massiccia di questo fenomeno anche nel nostro paese  è  l’attualissimo  spot di una marca d’abbigliamento in cui Fabrizio Corona,  “bullo nostrano”, non perde occasione  di indossare i panni di un  pugile duro  e vittorioso in una location proprio stile fight club.

La società di oggi manda dei messaggi in cui la violenza serve a primeggiare, dominare e avere successo. Ma perché proprio l'uso della violenza? L’avvento di una nuova sensibilità egocentrica più che altruista ha mutato il rapporto con l’immagine  della violenza. Un esempio, per rispondere, lo si trova nello sport. Pochi anni fa, quasi tutti i giovani impazzivano per il wrestling che veniva trasmesso in televisione mostrando combattimenti e violenza senza regole. Nel pugilato, che è comunque uno sport in cui si combatte, le regole ci sono e c'è un grande rispetto per l'avversario; è il contrario della violenza, poiché insegna ai pugili ad essere uomini e a convivere pacificamente con gli altri. In carcere per esempio  insegna ai ragazzi   il rispetto per l’autorità, il sacrificio del lavoro in palestra ed in altri luoghi, la voglia di superare i propri limiti e soprattutto ad  impiegare le proprie capacità fisiche e psicologiche al servizio di qualche buona causa piuttosto per intimorire qualche altro ragazzo.

Generalmente accade che i comportamenti vissuti in famiglia vengano riproposti nella relazione con i coetanei. Di solito il comportamento avviene per due meccanismi: quello dell'apprendimento e della rivalsa. Il bambino che in famiglia assiste a scene di violenza, tende a riportare questo comportamento in classe o nel suo ambiente. Mentre, un bambino che può aver vissuto sulla sua pelle la violenza, può essere predisposto a subirla anche fuori dal nucleo familiare. In genere  il violento va a ricercare il ragazzo più debole, la cosiddetta vittima designata. Il ragazzo aggressivo pero’ non è meno problematico di quello che la violenza la subisce. Si deve  infatti partire dal presupposto che l'aggressività fa parte della natura umana e che la si deve controllare e contenere. Azioni queste che vanno fatte fin dall'infanzia affinchè il fenomeno della violenza venga contenuto.

Non si diventa violenti o bulli all'improvviso: é importante osservare e lavorare il prima possibile su comportamenti aggressivi, perché la violenza è un’abitudine  molto difficile da destrutturare quando si organizza in maniera forte e soprattutto impedisce di sviluppare competenze sociali, emozioni ed empatia, che servono per crescere in maniera armoniosa. Il potenziale aggressivo è lo strumento con cui l’uomo prova a misurarsi con la natura, con il prossimo e con se stesso: l’aggressività del pugilato non è fine a se stessa poichè il vero insegnamento è quello di rendere efficaci e costruttive le energie negative e distruttive.

Fromm diceva che si convive con un’ aggressività che per sua natura è neutra e volta all’affermazione positiva dell’uomo e una distruttiva stimolata dai processi culturali patologici. Per sua natura pero’ l’aggressività è forza vitale e non dovrebbe essere repressa.

L'aggressività tra gli esseri umani è sempre esistita, ma oggi il fenomeno è in aumento perché la società si è trasformata e si è purtroppo riempita di processi culturali patologici. In quella che viene definita aggressività naturale rientra, troppo spesso ancora, il concetto di  virilità come desiderio di affermazione che si manifesta con un potenziale aggressivo: il prof. Mansfield definisce la virilità come fiducia in una situazione di rischio il quale può essere tanto un pericolo quanto una situazione di competizione in cui si contesta l’autorità del soggetto stesso. L’uomo virile è precisamente quello che non cambia il proprio comportamento a seconda delle circostanze e non ricorre all’inganno. Tuttavia oggi è semplicemente definita come machismo o forma di prepotenza di bassa lega.

 La verità è che oggi questa virilità è disoccupata. Lo è perché per la prima volta nella storia si sta vivendo in  una società neutrale rispetto ai generi, che si propone di annullare le differenze sessuali e quindi non ne definisce i  diritti e i  doveri. Non esiste alcun impiego onesto o onorevole per gli uomini virili. Così la virilità, e ovviamente anche la femminilità, non sono più modelli che possono guidare il  comportamento.
Una verità credo che risieda proprio nel fatto che gli uomini sono troppo orgogliosi e il loro orgoglio li conduce al terrore. Per contrastare queste tendenze gli esseri umani dovrebbero pensare a se stessi come esseri dotati di diritti  alla vita o alla libertà, anziché concentrarsi sulla dignità e l’orgoglio.

Fatelo presente  al sig. Corona....

 

 




 

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