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La Boxe e il Cinema 1: Il doppio spettacolo

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A cura di Alessandro Leone, sceneggiatore e critico cinematografico

Inizia, con questo articolo, una nuova rubrica intitolata "La Boxe e il Cinema", che si affianca ad altre non strettamente "pugilistiche", ma che spaziano anche nell'ambito della Psicologia e della Sociologia, con l'intento di evidenziare come la "Noble Art" sia portatrice di valori e di implicazioni culturali di portata "universale". Buona lettura!

Prima ripresa. Fu subito amore

1895. Lo spettacolo del cinematografo era ancora avvolto da stupore e meraviglia misti a scetticismo. Per molti l’incomprensibile meccanismo che dava vita alla fotografia aveva del magico, per altri del diabolico. Per qualcun altro rappresentava semplicemente una nuova forma di spettacolo, destinata a tracciare una parabola breve.
Tra i cortissimi filmati che giravano in quegli anni pionieristici di fine ottocento, più che altro registrazioni di vita quotidiana o gag costruiti recuperando le divertenti burle del teatro vaudeville, i fratelli Lumière avevano ben pensato di mettere in scena, davanti ad una macchina da presa rigorosamente ferma su un piedistallo, due pugilatori improvvisati. In Boxeurs en tonneaux era lontanissima l’intenzione di rappresentare un vero incontro, quanto un comico duello con guantoni tra baffuti omoni dentro due botti di vino vuote. Così, uno di fronte all’altro, sferrando colpi improbabili in precario equilibrio, divertivano certamente un pubblico generico che, all’epoca, guardava al cinema con curiosità, alla ricerca di gradevole intrattenimento e senza pretendere forme di racconto.
Il cinematografo non sarebbe stato possibile senza le invenzioni di Thomas Edison, che creò nel 1888 il Kinetoscopio, cassone provvisto di un oculare che permetteva di visionare una pellicola che girava al suo interno. Tra il 1894 e il ’96 girò una serie di brevissimi filmati, portati in fiere e luna park, tra cui Hornbacker-Murphy fight, messa in scena di un incontro di boxe. Tra serie esibizioni e parodie, il pugilato faceva impazzire il pubblico, così che non mancava mai in nessuna esibizione del nuovo cinematografo, indipendentemente dal luogo di proiezione.

È datata 1897 quella che sembra la prima testimonianza filmata di un incontro reale: il titolo mondiale dei massimi, disputato a Carson City nel Nevada, tra il detentore James Corbett e lo sfidante Bob Fitzsimmons, che ebbe la meglio sul pugile gentiluomo, come Corbett amava definirsi. Del 1899 invece un altro mondiale dei massimi a Coney Island, quello tra Tom Sharkey e Jim Jeffrey: 25 riprese, di cui è possibile ancora oggi vedere degli stralci. Per i curiosi basterà digitare su Youtube i nomi degli sfidanti di entrambi i match per visionarne alcuni passaggi. È un bianco e nero ormai segnato dal tempo dove i corpi paiono ectoplasmi senza peso, a un passo dalla definitiva dissoluzione.
Nessuna notizia certa invece su un ipotetico materiale girato addirittura nel 1895 sul tetto del Madison Square Garden tra Young Griffo e Charles Barnett. È comunque significativo che il neonato cinematografo potesse trovare nella documentazione di un evento sportivo un compromesso spettacolare tra la propensione al racconto del reale e l’evoluzione in chiave drammatica del racconto di fiction: la boxe è “cinegenica” e da quel momento attraverserà, seducente, il secolo XX, ammaliando generazioni di registi ed entrando inevitabilmente nella storia del cinema.

Una autentica neomitologia per immagini regalerà in più di cento anni racconti di pura fantasia; più spesso rappresentazioni fedeli (ma lecitamente romanzate) di campioni veri come Jack La Motta, Rocky Graziano, Alì, lo stesso James Corbett che ebbe il volto di Errol Flynn nel film di Raoul Walsh Il sentiero della gloria (Gentleman Jim del 1942); mentre in altre occasioni i pugili passeranno dal ring al cinema, prestando volto e corpo, da Carnera a Max Bear a Tiberio Mitri, in pellicole non necessariamente ispirate alla loro biografia sportiva. Numerosi ovviamente i documentari tra cui spicca, pare scontato, Quando eravamo re di Leon Gast, sull’incontro leggendario tra Alì e Foreman che infiammò lo Zaire e gli appassionati di tutto il mondo.

Lontani da uno sterile enciclopedismo, cercheremo di identificare attraverso alcuni classici come e perché il cinema sia stato capace di trasferire sullo schermo lo spettacolo fisico della boxe, con quale sguardo alcuni tra i maggiori cineasti abbiano rappresentato le storie dei campioni e il contesto in cui quelle storie sono nate e si sono consumate. E ancora, come lo scontro tra corpi atletici, la sua dimensione mitologica e tragica al tempo stesso, sia diventato per alcuni attori sfida al proprio corpo e metafora della pratica recitativa: la doppia performance sul ring contenuto nello schermo è spettacolo nello spettacolo.




 

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