LO SCHERMO E IL RING Il doppio spettacolo
A cura di Alessandro Leone sceneggiatore e critico cinematografico
Seconda ripresa. Prima del suono 1
È una delle icone inossidabili del cinema Charlot boxeur. The Champion del 1915 è la prima incursione di Chaplin nel pugilato. Prima di lui, un pioniere del burlesco europeo come Marcel Fabre (in Italia conosciuto come Robinet), nel ’13 in Robinet Boxeur parodiava la boxe con l’avventura di un gradasso convinto di battere il campione con soli otto giorni di allenamento, generando con i guantoni solo caos e distruzione: ne facevano le spese persone, oggetti, muri e perfino un tram, presi gratuitamente a cazzottoni. Anche il francese Max Linder e l’americano Mack Sennett (rispettivamente con i corti Max champion de boxe e The Knockout) nello stesso periodo avevano mescolato comicità e agone sportivo, intuendo il potenziale di gag contenuto in uno scontro fisico che non si riducesse al conflitto eterno tra poliziotti e furfanti. L’avvento dei grandi attori, e una certa autonomia produttiva, dalla metà degli anni ’10 in poi, trasforma le comiche da bizzarri contenitori di burle, dove la trama esile è poco più che un pretesto, in racconti più strutturati, capaci di coinvolgere emotivamente lo spettatore.
Al tempo di The Champion si stava definendo con sempre maggiore consapevolezza la figura del vagabondo alle prese con il difficile “mestiere di esistere” in una società divisa per classi: il vagabondo in cerca di pochi centesimi per sopravvivere coglie – o cerca di farlo – tutte le opportunità che la vita può offrire. Così passeggiando senza meta incrocia una palestra, dove cercano sparring partners per il campione. Allettato dalla ricompensa, Charlot accetta la sfida con imprudenza infantile. Un ferro di cavallo nel guantone farà il resto, mentre i gag legati alla preparazione al match saranno il preludio all’effetto comico di Charlot sul ring: il classico balletto sul quadrato di un corpo capace di deformarsi per effetto del contatto con avversario, arbitro, oggetti di scena, e ovviamente le corde, che definiscono uno spazio “elastico”, per natura quindi soggetto a deformazione, luogo terribile dove è possibile soccombere o trovare gloria. Charlot “pugile per caso” è ridicolo perché cerca una via risolutiva sovvertendo le regole che impongono concentrazione, forza e precisione, in balia del solo istinto di sopravvivenza che lo trasforma in furetto imprevedibile.
Nel ’28 Chaplin ritorna tra le corde in uno dei suoi capolavori. Il lungometraggio Luci della città (Citylights) ritrova il vagabondo più maturo ma sempre impegnato in una difficile sopravvivenza alla miseria: il film è articolato in un intreccio che mescola commedia e melò, dove il vagabondo è scambiato per un facoltoso gentiluomo da una fioraia cieca. Il pugilato vi entra nella seconda parte quando Charlot, per guadagnare il denaro necessario all’operazione agli occhi che permetterà alla bella fioraia di riacquistare la vista, tenterà la via del ring per intascare la borsa. Ancora una volta siamo di fronte ad un corpo estraneo in un ambiente definito da regole precise. L’avventura pugilistica del vagabondo si divide tra spogliatoio e ring (lo vedremo anche in Keaton). Qualche panca e un tavolone per le prime cure mediche, lo spogliatoio è un camerino dove ci si prepara all’entrata in scena, un dietro le quinte caratterizzato dalla crescente tensione: lo spettatore è vicino a Charlot e ne condivide le inquietudini, quando uno dopo l’altro arrivano i boxeur malconci che lo precedevano; mentre il ring è il vero teatro dell’assurdo dove sprigionare ancora una volta energie pulsionali, ingaggiando un duello che si trasforma in danza: Charlot gira intorno all’arbitro che diventa perno passivo dell’azione, per colpire a tradimento l’avversario, poi lo confonde con movimenti inusuali, poi gioca con la corda del gong ridefinendo i tempi del round. Ma questa volta il clown non vince: nonostante, stordito, confonda il suo secondo con l’amata fioraia, le regole del ring, come quelle della vita, sono implacabili, il sogno di spuntarla nell’happy-end da commedia grottesca sfuma nell’incubo della realtà drammatica. Si ride a denti stretti di fronte a Charlot sconfitto. La soluzione sarà altrove; il ring ha saggiato comunque le doti caratteriali dello sventurato di fronte alla sfida terribile del dolore fisico.
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