La Boxe e il Cinema - Il doppio spettacolo
A cura di Alessandro Leone, sceneggiatore e critico cinematografico
Riprendiamo, dopo la pausa estiva e con questo articolo, la rubrica intitolata "La Boxe e il Cinema", che si affianca ad altre non strettamente "pugilistiche", ma che spaziano anche nell'ambito della Psicologia e della Sociologia, con l'intento di evidenziare come la "Noble Art" sia portatrice di valori e di implicazioni culturali di portata "universale". Le due precedenti puntate, per chi non le avesse lette, risalgono al 28 Giugno e al 10 Luglio...
Terza ripresa. Prima del suono 2
Nella comica breve sul finire degli anni ’10, il ring è ancora un teatro ripreso frontalmente e il montaggio non interviene a definire espressioni dei volti, colpi particolari, reazioni a bordo ring. Lo spettacolo vive per gli effetti comici e non per la tensione drammatica, come avverrà nel cinema comico più maturo dello stesso Chaplin (Luci della città) e in Buster Keaton nel lungometraggio Battling Butler (Io e la boxe, 1926).
Keaton gioca su un equivoco e trasforma il dandy molliccio Alfred Butler in un campione di boxe, di cui è omonimo, per conquistare il cuore della ragazza amata e soprattutto la sua famiglia, connotata da una cultura basata su machismo e virilità esibita. Una messa in scena che rischia di pagare cara nel momento in cui deve affrontare il ring. Il vero Battling Butler pare assecondare il gioco e si impegna a prepararlo fisicamente. Ma il giorno del match negli spogliatoi il finto Butler, in attesa di giocarsi il titolo, prefigura il disastro guardano gli incontri che lo precedono da un finestrino che dà sull’arena. Sembra di essere in una cabina di proiezione da cui, attraverso la piccola apertura, si scorge lo schermo su cui scorre il film. Keaton descrive a meraviglia il meccanismo dello spettacolo cinema che contiene lo spettacolo boxe. Il film in questione però è una sequela di ko sul ring/teatro/schermo: uno spettacolo visto in campo lungo che fa tremare Buster/Butler. In realtà a sua insaputa il vero pugile sta combattendo e vincendo facilmente l’incontro; subito dopo raggiungerà Buster negli spogliatoi per punirlo con una sonora scarica di botte, reo di aver giocato con la sua identità. È a questo punto che il comico sovverte le logiche e il debole dandy, sotto gli occhi della sua amata, atterra il campione. Un match che si consuma lontano dalla ribalta, senza il conforto di quel recinto mobile che sono le corde e il pubblico. Vincere con un vero campione è parte di un sogno irrealizzabile che si concretizza per effetto del cinema, dove lo straordinario diventa possibile e credibile.
Tra Keaton e Chaplin, nel ’27 troviamo il nome di un altro maestro: Hitchcock, che esordisce nel cinema muto in Inghilterra per consacrarsi poi, maestro del brivido e della suspense, negli Usa dagli anni ’30 in avanti. The Ring (Vinci per me!) è tra i film più riusciti di questo periodo. È una sorta di melò dove il pugilato rimane all’inizio sullo sfondo. Il dilettante pugile da circo (interpretato da Carl Brisson) che, passo dopo passo, arriva a sfidare il campione (Ian Hunter) di cui si è invaghita la moglie, mette di fronte due attori-atleti. È interessante come nella vita Hunter fosse in realtà un pugile amatore, mentre Brisson praticò il pugilato professionistico. Così, a ruoli invertiti nella finzione cinematografica, la sfida li vede impegnati per il titolo ma anche per affermare il proprio diritto sulla donna contesa. Il ring come luogo del confronto ma anche come anello/bracciale, che il campione regala alla moglie del dilettante per conquistarla: un doppio senso che intreccia la trama sentimentale con i temi sportivi. Il match finale rivela l’intensità del conflitto tra i due uomini. La presenza della donna nel pubblico dapprima sconvolge il marito tradito, che quasi soccombe all’avversario; in un secondo momento, quando lei ravveduta passerà a incitarlo, una nuova energia gli permetterà di avere la meglio sul campione.
Da Chaplin a Keaton, passando per Hitchcock, la donna ha un ruolo centrale nelle storie di boxe: è spinta motivazionale, è soggetto da contendere, rappresenta come fosse uno specchio la necessità di riconoscersi in tutta l’ambita potenza virile. E così sarà fino ad epoche più recenti, pensiamo a Toro scatenato, all’epopea di Rocky, o alla statura morale della moglie del pugile denominato Cinderella Man. Ci soffermeremo nelle prossime settimane su questo elemento narrativo apparentemente secondario.
In The Ring comunque la presenza femminile, così ambigua così perturbante, permette ad Hitchcock di rinviare costantemente ad un epilogo che si annuncia drammatico, una resa dei conti che potrebbe giocarsi molto prima di salire sul quadrato. Lo spettatore del film arriva così al climax caricato, come fosse appassionato spettatore di boxe in attesa del match clou, accettando pienamente un finale che nei dettagli diventa racconto di uno scontro realistico: i secondi, l’arbitro, il contorno di pubblico, le macchine per le riprese, la sofferenza dei pugili. Gli scambi sono ritmati da un montaggio finalmente presente e funzionale all’emozione: campi lunghi si alternano a piani ravvicinati, addirittura a soggettive di entrambi gli avversari. Noi siamo sul ring.
È curioso poi come il finale ripristini le giuste distanze sportive tra i due attori/atleti: Ian Hunter, campione nella finzione ma modesto pugile nella realtà, viene ridimensionato anche nella finzione dai colpi perentori di Brisson, vero pugile nella vita.
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