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Oh Bongo, Bongo, Bongo, stare bene solo al Congo, non mi muovo, no no…...

Forse ci sarebbe stata già una nota triste nella sigla introduttiva  dell’ Australian open, se Tommasi e Clerici ne fossero ancora le voci. televisive. O avrebbero aspettato  l’alba, quando Clerici si chiedeva se ad ascoltarli ci fossero gli ultimi nottambuli non ancora addormentati o i lavoratori mattinieri :” Ma sicuramente ci starà seguendo il  nostro amico, il  magliaro  Ottavio Missoni, che salutiamo. Lui  ha tutto, Rino, proprio tutti i canali dalla sua mega antenna, anche channel 7 australiano-“, finiva spesso per aggiungere. Mi sono chiesta, quindi,  se, e come, il nostro “vecchio” duo avrebbe comunicato la propria partecipazione alla scomparsa di Vittorio Missoni proprio in quei giorni di gennaio…chissà, forse avrebbe accennato al fatto che quello sarebbe stato il primo anno in cui “non sono sicuro, Rino, che Ottavio sia davanti al teleschermo”, o avrebbe scelto il silenzio.

Poiché  le voci di Tommasi e Clerici non accompagnano più i nostri slam notturni (e nemmeno i “rossi” e “verdi” diurni) , di giorno ne possiamo però cercare traccia nei loro scritti sui quotidiani e on line, pur mancando l’immediatezza della diretta, le associazioni libere, le loro “formule omeriche”: circoletto rosso, 4-1 pesante,  “chiamato a giocare di fino rivelava le sue umili origini”,…”e lì chi c’è?”, ecc.

Nelle loro pagine sull’Australian open 2013  non ho trovato naturalmente nessun accenno alla scomparsa e alle vane ricerche dell’aereo di Vittorio Missoni, ma  si avvertiva comunque  una presenza-assenza :quella del tennis che raccontavano “dal vivo” mentre ne evocavano unu migliore, lontano, delle racchette di legno, del serve and volley e dei giocatori che erano anche grandi personaggi. Non era certo un tema nuovo, per loro, e tanto meno, credo,  un riverbero del dolore dell’amico Missoni, ma il perdurare della  malinconia  nei loro articoli di questi ultimi due anni, in particolare, sulle finali maratone fra Nadal e Djokovic. Clerici aveva già manifestato al termine delle 5 ore e 53 minuti della finale di Melbourne 2012, il suo distacco dalle celebrazioni dei colleghi:- Finale epica?- si chiedeva su La Repubblica del 30 gennaio dell’anno scorso. Il pubblico  e molti presunti cronisti vanno scambiando  la lunghezza del match e la sua drammaticità per una storica partita. Di Rafa, quell’infantile energumeno, aveva ammirato il coraggio paradossale, oltre ogni razionalità., ma era  un tennista che giocava per lo più in difesa, costretto a perdere campo e spesso graziato da un Djokovic superiore quanto tatticamente cieco, incapace di chiudere a rete gli scambi, e totalmente dimentico della smorzata, colpo che sarebbe divenuto irraggiungibile per un avversario incollato ai teloni di fondo.

Sarà ancora più esplicito sei mesi dopo, nell’intervista per il Venerdì di Repubblica ripresa da pianeta tennis.com del 17/6/2012:. Stuzzicato sul “più grande di sempre” liquida subito la questione con un -Se conosci il gioco non puoi dire chi è il migliore di sempre, adesso si gioca un turbotennis, con racchette costruite con materiale spaziale, il gioco è totalmente cambiato, non  puoi stilare una classifica- rivela di preferire uno dei pochi che non ha mai visto,  e probabilmente ha contribuito proprio il mito a farmene innamorare. Era Bill Tilden, un ragazzone che vinse Wimbledon nei primi anni 20 e disse:”Adesso chi mi vuole battere venga a New York”, tornò dopo 10 anni e rivinse Wimbledon a 37 anni... Il gioco di oggi è ripetitivo e noioso con solamente colpi da fondo campo e la colpa è di queste nuove racchette ipertecnologiche che ti permettono di trovare degli angoli impossibili. Se vai a rete ti becchi per forza un passante. E’ diventato uno sport noioso che non ho la forza di abbandonare per questione di abitudine ma non mi piace più…”.

Pare fargli eco, dopo il primo slam del 2013, Julien Rebouillet che dalle pagine dell’Equipe, dopo aver celebrato nel titolo “Sua maestà Djokovic” lancia l’allarme:- Il duello tra Djokovic e Murray non è leggendario come Federer-Nadal, Sampras-Agassi e Borg-McEnroe. Il serbo e lo scozzese giocano allo specchio come Lendl-Wilander, manca la magia. Per cinque anni ci aspettano finali così? Bisogna sperare che Nadal torni quello di prima, che Federer sia immortale, che Murray cerchi la vittoria per vie diverse e che emergano i giovani”.  

Bring back Navratilova”. Con il grido di uno spettatore del loggione, che Clerici traduce con “Aridatece Navratilova”, lo scriba (come ama definirsi) conclude la sua cronaca della finale femminile Azarenka-Li, iniziata con un quadro di colore degli spalti che già anticipava , però, il giudizio critico sulla partita:- L’aspetto di maggior interesse è stato, secondo me, l’ingresso in campo e il palleggio, durante il quale mi sarei creduto a Pechino, non solo per i duemila cinesi presenti, ma per gli applausi della maggioranza degli altri 13.000 spettatori. Riportava poi dati sconfortanti “È mai possibile, mi domando infine, raggiungere la rete 14 volte su 100 punti (Azarenka) e 6 su 92 (Li Na) e giocare in tutto due smorzate in due ore e 40 minuti? E si illuminava solo nel ricordo d figure  del passato remoto o recente- Troneggiante in mezzo al campo, l’argentea coppa sollevata al cielo, Margaret Court riceveva, insieme alle finaliste Viktoria Azarenka e Li Na l’applauso di un pubblico troppo giovane per conoscerla. «Almeno avessimo visto lei in campo» diceva Tony Roche) non meno annoiato di me dalla mediocrità dello spettacolo…- Qualcuno, come il neo allenatore della cinese, Carlos Rodriguez, ritiene che due cadute sul maledetto cemento, quand’era in vantaggio di un set, siano state la causa principale del su e giù della sua benefattrice. Nella mia ingenuità rimango a domandarmi se l’indimenticabile rovescio della sua prima assistita, la Henin, non sia stato un dono degli Dei, più che un insegnamento del presunto maestro.

Anche in Rino Tommasi troviamo lo stesso sguardo sul tennis di oggi: : proprio lui, apparentemente meno emotivo, meno “poeta”, di Clerici, ma non meno visionario, più sintetico, lucido e rigoroso nelle sue analisi , commentando la finale maschile si ritrova  a rimpiangere la compostezza stilistica di Frank Sedgman, il tennis esplosivo di Rod Laver, il delizioso gioco di volo di Stefan Edberg, il furore aggressivo di Boris Becker e la genialità di John McEnroe. Mi chiedo se fosse inevitabile che i nuovi materiali e l’esasperata specializzazione portassero ad un impoverimento dello spettacolo che comunque c’è stato. In altre parole, il tennis di qualche anno fa era più divertente e chiedo al lettore di perdonare questo mio malinconico sfogo ma sento di dovere esprimere, almeno sotto forma di rimpianto, uno stato d’animo che penso possa essere condiviso da molti appassionati.”

Non lo condivido, caro Tommasi, ma lo capisco; vi leggo lo stesso smarrimento di quando, davanti ad un film, mi trovo a fantasticare come sarebbero stati quei personaggi, quella storia, diretti da un regista del passato o del presente,  o magari in bianco nero: Mi manca la leggerezza di Rohmer,  vorrei che De Oliveira vivesse per altri cent’anni ….avrei voluto invecchiare con Antoine Doinel di Truffaut  Ma per lo sport è diverso,come per Hiikmet “Il mare più bello è quello che non ho ancora navigato”, per me la partita più bella è quella che non si è ancora giocata.  Dello sport ricordo tutto con emozione, ma non  vorrei tornare indietro,: forse perché non rimpiango la mia giovinezza, ma mi piace ascoltare i ragazzi e le ragazze, partecipare alle loro emozioni,: e lo sport è giovinezza che si rinnova sempre: questi atleti ci danno forse il decennio più intenso della loro vita, ed io mi accosto a loro  un po’ come mi accosto ai miei studenti, con curiosità, interesse e, non mi vergogno a dirlo, con tenerezza..