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Nella stessa settimana re Juan Carlos di Borbone abdicava dal trono di Spagna e il suo “suddito” Rafael Nadal riconquistava quello tennistico di Francia.

Juan Carlos I non finirà probabilmente i suoi giorni in un monastero come fece cinque secoli prima Carlo V di Spagna, lasciato il suo regno su cui “non tramontava mai il sole”; si  augurerà,   però,  che i riflettori dei media si allontanino da lui e dagli scandali che imbarazzano la corte. Se Nadal avesse perso la finale si sarebbe dunque  parlato di una doppia abdicazione a distanza di pochi giorni, con  il trono di Parigi strappatogli  da quello stesso Djokovic che già l’anno scorso gli aveva impedito il nono titolo consecutivo a Montecarlo, il “suo giardino”. Si sarebbe evocato il fallimento della prova del nove, o la kabala dei multipli di tre, il numero trinitario, della perfezione, o chissà, qualche cinefilo avrebbe ricordato il rischio di varcare  La nona porta di Polanski, unione di angelo e demonio, estasi e annientamento.

Mi si potrebbe contestare il termine di “riconquista” del titolo dell’open di Francia da parte di Nadal: lui era infatti  già il re di Parigi, dal 2005, e la riconquista fu solo nel 2010, dopo la sua unica sconfitta con Soderling l’anno precedente. Eppure per la prima volta, proprio da quando era cominciata quella che sarebbe dovuta essere la sua stagione, la terra battuta europea, e si attendeva il riscatto dalla finale di Melbourne, tra gli esperti, la stampa, gli appassionati e tifosi  aleggiavano dapprima lo sconcerto, le ipotesi, poi le previsioni,  le sentenze, quasi mancasse solo l’immagine ufficiale della coppa dei moschettieri sollevata da Djokovic per completare i segnali evidenti del declino del re della terra rossa: la sconfitta con Ferrer a Montecarlo, fra il tripudio del pubblico francese che, si sa, ama Federer e vorrebbe vederlo trionfare nel Principato; quella ancora più sorprendente con Almagro nel piccolo regno  nadaliano di Barcellona, le dichiarazioni di Rafa di averle sofferte, di avere lui stesso dei dubbi, il muoversi incerto nei primi games a Madrid, come se non si ritrovasse; l’essere finalista e poi vincitore senza convincere, anzi, dopo essere stato travolto sia sul piano tecnico sia nella velocità da Nishikori.

Gianni Clerici già dopo le sconfitte di Indian e Miami, aveva accreditato la voce di un collega americano su un misterioso malanno alla gamba dello  spagnolo che  gli impediva il movimento completo dell’arco del diritto; i suoi tifosi spiavano con preoccupazione la schiena incerottata, o vociferavano di crisi sentimentali per l’assenza della fidanzata in alcuni tornei; quelli di Federer speravano in un altro regalo di “papà” ai gemelli maschi come era stato alle sorelle: il doppio slam di Parigi e di Wimbledon nel 2009.

La finale del Master 1000 di Roma pareva il preludio della fine, come se Rafa, dopo l’infortunio alla mano di Nole che l’aveva fermato per due settimane, avesse incontrato alla fine il suo destino, l’uomo che non poteva sconfiggere, e che aspettava solo il suo momento, la domenica parigina  di giugno, per completare il career slam.

L’onda lunga del passaggio di consegne sembrò materializzarsi subito a Parigi, con l’esordio dalla porta di servizio per il suo re: il detentore del titolo che comincia il suo cammino  non il primo giorno, non sull’amato campo centrale, ma sul Lenglen,E’ il beniamino Roger Federer, che pure non ama giocare la prima domenica, ad aprire il torneo maschile sullo Chatrier e toccherà a Gulbis quasi scusarsi con il pubblico per averlo battuto negli ottavi. Quel che è successo nella seconda settimana di Parigi è ormai noto: lo stesso sconcerto che da Montecarlo a Roma aveva accompagnato un Nadal  che non sembrava più in grado di far male, ha colto tutti gli appassionati vedendolo risorgere e non solo distruggere Murray  (sì, proprio quel Murray che lo aveva fatto tanto soffrire in una serata romana), ma spegnere anche il sogno di Djokovic in finale, come se una serie televisiva che conoscessimo sotto la direzione di un certo regista fosse stata affidata per alcune puntate ad un altro,  e lo spettatore si orientasse a stento fra le storie e i personaggi che pure credeva di conoscere, e  per le due puntate conclusive di fine stagione fosse ritornato il J.J. Abrams di sempre.

Ma non tutto è stato chiarito, alcuni personaggi rimangono oscuri, e mi riferisco al pubblico del Lenglen e soprattutto dello Chatrier l’ultima domenica: era con Nadal, come non lo era mai stato negli anni precedenti, aveva sempre e solo subìto le sue vittorie e applaudito alla cerimonia. Ora invece, incitava ad “andare a vincere”, e non erano solo le voci dei soliti bambini che in tutto il mondo si sentono sempre invocare il nome di Rafa. Mi chiedo se sia giunto il giorno dell’amore, dopo quelle dichiarazioni amare del campione spagnolo a Parigi nel 2009, non solo battuto da Soderling, ma dallo Chatrier che fino all’ultimo aveva sostenuto lo svedese. “ Spero che un giorno mi ameranno, e mi incoraggeranno.- E’ stata la domenica 8 giugno, cinque anni dopo? I Francesi hanno avuto bisogno di sentire la fragilità del campione per dargli forza? Oppure quelle bandiere spagnole sventolate e la partecipazione così rumorosa da confondere Djokovic nell'ultimo servizio erano di un pubblico spagnolo accorso in massa, e i francesi erano in parte  indifferenti alla vicenda, come quell’uomo che passeggiava tranquillamente con il cane nei vialetti del Roland Garros e inquadrato per un attimo nei cambi di campo?

Nel film “Momenti di gloria” di Hugh Hudson, mentre gli atleti inglesi alle olimpiadi del 1924 a Parigi si allenano sulle spiagge della Normandia, un vecchio fa correre il suo cane e li guarda: è indifferente o partecipe a quella festa di gioventù?