Osservando le stelle: Juan Manuel Marquez

E-mail Stampa PDF




Juanma_Marquez
L'ultimo imperatore atzeca - di Matteo Biancareddu


 

Nel 1999, Juan Manuel Marquez è a tutti gli effetti un re senza corona. L’indubbia classe ed il rango degli avversari superati non gli sono ancora valsi la possibilità di competere per un titolo mondiale. In realtà, la WBO lo ha da tempo nominato sfidante ufficiale del campione mondiale Naseem Hamed – che, tuttavia, negli ultimi due anni si è sempre sottratto al confronto. Vista la permissiva indulgenza della WBO verso il detentore, Marquez dirotta il proprio interesse verso un’altra corona mondiale; quella che orna la testa di Freddie Norwood, detentore del titolo WBA. Il giorno 11 settembre 1999, il ventiseienne Juan Manuel Marquez ha finalmente l’occasione di conquistare la cintura iridata. A Las Vegas, nel prestigioso Mandalay Bay Resort & Casino, il re senza corona reclama lo scettro del campione. Freddie Norwood, pugile ventinovenne nativo di Saint Louis, difende il titolo dei pesi piuma WBA per la prima volta dopo averlo riconquistato. Esattamente un anno prima, infatti, era stato destituito da campione per aver ecceduto di ben settecento grammi il limite di peso della categoria. In quell’occasione, Norwood si accingeva a difendere per la terza volta il titolo vinto contro Antonio Cermeno a marzo del 1998. La WBA rese vacante la corona, che lo stesso Cermeno si aggiudicò battendo Genaro Rios – già sfidante di Norwood. A quel punto, Cermeno dovette accettare il confronto con il detentore deposto, che venne riconosciuto vincitore con un verdetto non unanime e si laureò di nuovo campione mondiale. Il pugile di Saint Louis, imbattuto in trentasei incontri e gratificato del generoso appellativo di “Little Hagler”, è un mancino aggressivo e scorbutico. Marquez, invece, è un colpitore d’incontro esplosivo, abilissimo nelle combinazioni a due mani e molto evoluto sul piano tattico. Quando il match ha inizio, il primo motivo d’interesse è dato dall’atteggiamento dei due rivali: Norwood rifiuta il centro del ring e gira verso sinistra per inquadrare l’avversario con il mancino, tenendo la guardia sempre molto raccolta. Marquez, per contro, gira verso sinistra per sottrarsi al mancino del campione e per trovare angolazioni favorevoli ai colpi d’incontro. L’inattesa boxe di rimessa praticata da Norwood mette a disagio lo sfidante, costretto a farsi carico dell’iniziativa. Nel secondo round, Marquez prova ad entrare con il jab, ma il colpo è bloccato dal campione – che, rispondendo con due corti ganci sinistri d’incontro, coglie l’avversario fermo sul colpo e lo manda al tappeto. L’atterramento subìto non ha alcuna ripercussione sul pugile messicano, che riprende il controllo dell’incontro. In ogni round, Marquez propone la boxe migliore per intraprendenza e contenuti tecnici, ma patisce la tattica ostruzionistica e cinica di Norwood – che inaridisce e sporca le azioni dello sfidante per poi speculare sui pochi colpi messi a segno. Nell’ottavo round, un bel gancio sinistro d’incontro di Marquez scuote il campione – che, per evitare di cadere al tappeto, poggia il guantone destro a terra. E’ un atterramento evidente, ma l’esperto arbitro Joe Cortez manca di rilevarlo. Norwood limita i rischi nei trenta secondi che lo separano dal suono della campana, rifugiandosi poi all’angolo per cercare di recuperare. Ma il suo incontro con la stuoia è soltanto rimandato: negli ultimi secondi del round seguente, il campione tenta di rientrare con il diretto sinistro sul jab di Marquez, che replica prontamente con un diretto destro doppiato da un gancio sinistro; quest’ultimo colpo centra l’avversario durante il suo tentativo di uscita verso destra e lo costringe al tappeto. Norwood si riprende molto bene, tanto da aggiudicarsi forse i due round finali – detti championship rounds in quanto spesso decisivi per l’attribuzione della vittoria. Norwood appare certo di aver vinto, ma in realtà il successo di Marquez sembra piuttosto chiaro. Lo è anche per Harold Lederman, il giudice che cura la compilazione di un cartellino personale per conto dell’emittente televisiva statunitense HBO, che trasmette il match in pay-per-vieuw. Il cartellino di Lederman riporta un punteggio di 115-111 appannaggio di Marquez. Lo sconcerto è dunque ancora più straniante, quando il ring announcer proclama vincitore Freddie Norwood con gli sbalorditivi punteggi di 117-112, 115-111 e 114-112. A Marquez non resta da fare altro che accettare la sconfitta e procrastinare ulteriormente la conquista di un titolo mondiale.

Passano addirittura tre anni e quattro mesi prima che il re senza corona abbia un’altra occasione per guarnire la propria fronte. In quel frattempo, Marquez ha messo in fila dieci vittorie – nove delle quali per K.O. – contro avversari di buona quotazione; su tutti, l’australiano Robbie Peden – futuro giustiziere di Nate Campbell in ben due occasioni, la seconda delle quali con il titolo IBF dei superpiuma  in palio. Il match con Peden, valevole come semifinale per il titolo mondiale IBF dei pesi piuma, si conclude nell’intervallo tra il nono e il decimo round: l’australiano, piegato in due sullo sgabello, vomita sangue a più riprese nel secchio, pagando così il prezzo di un possente montante sinistro allo stomaco incassato – ma non digerito – verso la fine del round.

Il 1° febbraio 2003, Juan Manuel Marquez torna sul ring del Mandalay Bay Resort & Casino di Las Vegas, già teatro dello sfortunato tentativo mondiale di tre anni prima. L’avversario è Manuel Medina, messicano di Tijuana. All’età di quasi trentadue anni, Medina ha già una carriera lunghissima alle spalle, fatta di sessanta incontri vinti e dodici persi. Più volte campione mondiale dei pesi piuma per il WBC e – soprattutto – per l’IBF, Medina è reduce da una contestata sconfitta per Majority Decision contro il pittoresco statunitense Johnny Tapia, che gli è costata la perdita del titolo mondiale IBF. Dopo aver spodestato il campione, lo stesso Tapia ha subito lasciato vacante la corona per sfidare il messicano Marco Antonio Barrera, dal quale è stato nettamente battuto ai punti. Vista la natura controversa della sconfitta precedente, Medina è stato nominato dall’IBF co-sfidante al titolo mondiale vacante; l’altro contendente, invece, è stato indicato dall’esito della semifinale che – come detto – ha opposto Juan Manuel Marquez a Robbie Peden. Fin dall’avvio, il match tra Marquez e Medina propone un tema tattico definito e costante: il pugile di Tijuana prende il centro del ring e gioca il ruolo dell’attaccante, mentre Marquez si muove sulle gambe e attende l’avversario. Medina è un pugile molto agile negli spostamenti e dotato di buon ritmo, ma difetta di potenza e – soprattutto – appare a disagio nell’attuazione di una tattica aggressiva. In realtà, il primo beneficiario di tale tattica è proprio Marquez, libero di esercitare le proverbiali abilità d’incontrista. Nel secondo round, Medina prova ad entrare con il diretto destro; Marquez, veloce come la folgore, blocca il colpo con il guantone sinistro e sferra un tremendo gancio con la stessa mano, facendo seguire con altrettanta rapidità un potente gancio destro e un montante mancino. Medina – manco a dirlo – crolla al tappeto, ma si rialza generosamente e, pur patendo, resiste fino al termine della ripresa. Nei round successivi, Marquez gestisce il confronto da dominatore, continuando a battere l’avversario sul tempo e sulla velocità. Il calvario del coraggioso Medina si conclude nella settima ripresa, quando i colpi di Marquez si infittiscono e Medina – atterrato una seconda volta da due ganci sinistri in successione – viene opportunamente tratto in salvo dall’arbitro. Con un’altra vittoria per K.O., Juan Manuel Marquez conquista il titolo mondiale IBF dei pesi piuma: il re ha finalmente indossato la tanto agognata corona.

Non pago, Marquez intende unificare il proprio titolo mondiale con il titolo vacante di Super Campione mondiale della WBA. Questo titolo, pur essendo distinto dal titolo mondiale regolare, ne ha in realtà la stessa valenza; sotto le motivazioni pretestuose che puntualmente benedicono l’invenzione di nuove qualifiche, allignano sempre i soliti, gretti appetiti economici. Il 1° novembre 2003 è il giorno in cui Juan Manuel  Marquez, battendo lo statunitense Derrick Gainer per Decisione Tecnica alla settima ripresa, annette il titolo di Super Campione mondiale WBA al proprio titolo mondiale IBF.

(Le immagini dell'indimenticabile sfida tra Juanma Marquez e Manny Pacquiao)


La prima difesa dei due titoli unificati è in programma per il giorno 8 maggio 2004, quando Marquez affronta a Las Vegas il rampante filippino Manny Pacquiao. Mancino di venticinque anni, Pacquiao è un autentico prodigio di velocità e potenza: il suo deflagrante sinistro sortisce sugli avversari gli effetti di una fucilata. Sebbene sia stato sconfitto due volte per K.O., guadagnandosi la fama di pugile che non regge i colpi al corpo, Pacquiao è imbattuto da oltre quattro anni e mezzo; nel suo ultimo match, ha battuto per K.O.T. all’undicesimo round il grande Marco Antonio Barrera, destando impressione per il dominio esercitato sull’avversario. Già campione dei pesi mosca per il WBC e dei supergallo per l’IBF, Pacquiao si sta rendendo protagonista di un’esponenziale crescita fisica e tecnica. Nell’immenso ventre dell’MGM Grand, Juan Manuel Marquez e Manny Pacquiao stanno per consegnare alla storia della boxe mondiale un evento di portata epica. Nel primo round, il disegno tattico del campione si manifesta chiaramente: Marquez, conoscendo la pericolosità del mortifero sinistro di Pacquiao – gira verso sinistra e lavora di jab; per attaccare o colpire d’incontro, invece, muove un passo verso sinistra e sferra con il mancino un body-shot o un gancio alla testa, doppiando eventualmente il colpo con il diretto destro. Pacquiao, invece, cerca di affondare con il sinistro sugli spostamenti in uscita o in arretramento del campione, provandone i riflessi e la velocità con accelerazioni esplosive. Inizialmente, la sapiente regìa di Marquez incanala il match nei binari voluti; ma a metà del round, subito dopo aver portato un ottimo gancio sinistro di rimessa al mento dell’avversario, Marquez viene a trovarsi sul corridoio di avanzamento di Pacquiao – che, facendosi strada con il jab, accorcia la distanza con un’accelerazione fulminea ed esplode un terribile diretto sinistro al mento del messicano. Il campione, colpito mentre arretrava, cade di peso; si rialza prontamente, ma è annebbiato dagli effetti del colpo. Dopo il conteggio, Pacquiao forza l’assalto risolutivo: il jab, aggressivo e insistente, per aprire un varco; il sinistro, simile ad un missile, per annientare l’avversario. Marquez, da autentico guerriero messicano, accetta la sfida e prova a replicare colpo su colpo; ma Pacquiao appare irrefrenabile: un altro diretto sinistro, un altro atterramento.  Marquez si rimette in piedi anche stavolta, ma la precoce interruzione dell’incontro per K.O. sembra ormai prossima e ineluttabile. Pacquiao torna all’attacco, deciso a completare l’opera di demolizione; Marquez, sorretto da un orgoglio spaventoso, tenta ancora di rintuzzare gli assalti del rivale. Dopo uno scambio furioso, Pacquiao spinge il campione verso le corde e lo centra con un gancio sinistro mentre cercava di uscirne. E’ il terzo atterramento; ma non è ancora quello decisivo. Mancano trenta secondi alla fine del round e Marquez, di nuovo sulle proprie gambe, si prepara a combattere un’autentica battaglia per la sopravvivenza. Pacquiao attacca con furia e vigore inesausti; Marquez, con un coraggio quasi inverosimile, tenta ancora di rispondere. Sul suo volto piovono in frenetica successione quattro, cinque, sei ganci sinistri che abbatterebbero un toro; ma Juan Manuel Marquez ha fermamente deciso che non tornerà al tappeto e, difatti, non vi torna. A partire dal secondo round, ha inizio un altro match. Marquez, tornato a disporre della piena efficienza fisica, prende le redini dell’incontro e recupera gradatamente lo svantaggio nei punteggi accumulato nella prima ripresa. Il sinistro di Pacquiao torna ad essere limitato dalla tattica del campione, tanto che lo sfidante filippino è indotto a provare il gancio destro – un colpo che porta con poca efficacia. Marquez, invece, lavora al corpo con buona regolarità, senza tuttavia riscontrare effetti tangibili; soprattutto, doma Pacquiao colpendolo d’incontro e di rimessa, riuscendo perfino a scuoterlo in talune circostanze. E’ il caso del magnifico gancio destro largo che Marquez, dopo una finta con il sinistro, fionda sulla mascella del rivale verso la metà del sesto round. Fino alla fine dell’incontro, le singole riprese sono oggetto di una disputa piuttosto equilibrata: Marquez mostra di avere il controllo del match; Pacquiao mette a segno i colpi più duri. Al termine del confronto, l’identificazione del vincitore appare incerta come poche altre volte nel passato. I giudici stessi finiscono per rappresentare nei propri verdetti le diverse istanze dell’opinione comune: il primo riporta il punteggio di 115-110 a favore di Pacquiao; il secondo ha rilevato un punteggio identico, ma appannaggio di Marquez; il terzo ha nel cartellino un pareggio – che, alla luce degli altri due responsi, costituisce il verdetto finale. Questo risultato salomonico, pur scontentando entrambe le parti, appare profondamente giusto: dopo un match nel quale i contendenti si sono generalmente equivalsi, dichiarare vincitore uno dei due per un’inezia sembra un’operazione forzata e impietosa.

Scampato al pericolo corso contro Pacquiao, Juan Manuel Marquez difende i propri titoli dagli assalti di Orlando Salido e Victor Polo, per poi esserne spogliato per decisione dei rispettivi enti, che ne sanzionano così il prolungato periodo di inattività. Il re è di nuovo in cerca di una corona. La individua nel titolo mondiale WBA in mano a Chris John, pugile indonesiano di ventisei anni. Per disputare lo scettro al detentore, Marquez deve volare fino in Indonesia. Il 4 marzo 2006, il pugile di Città del Messico sfida il campione mondiale dei pesi piuma per la WBA. John, titolare della cintura da quasi due anni, è un pugile dotato di una linea stilistica elegante e inappuntabile, cui associa un’ottima tecnica difensiva e una velocità di braccia notevole. Marquez, consapevole di dover impressionare i giudici per riuscire a detronizzare un campione mondiale nel suo Paese di residenza, inizia l’incontro deciso ad aggiudicarsi i singoli round con un buon margine di certezza. Il match, molto bello sotto i profili tecnico e tattico, vede il campione limitarsi ad un uso sistematico ed assiduo del jab, mentre il pugile ospite, giocando sul tempo da par suo, riesce a colpire con combinazioni pregevoli e veloci. Il quinto round, in particolare, viene dominato dallo sfidante, che apre in più occasioni una breccia nell’ottima guardia del rivale. Marquez combatte con autorevolezza e disinvoltura sempre maggiori, fondando la propria serenità sulla manifesta difficoltà di John a costruire iniziative consistenti. Nel nono e nel decimo round, Marquez colpisce più volte l’avversario eseguendo lo stesso schema d’azione: avanzamento verso sinistra, gancio sinistro al fianco o – più spesso – al volto e overhand alla testa. La combinazione, attuata con velocità e coordinazione eccellenti, diventa il grimaldello ideale per forzare la difesa del campione. Nella decima e nell’undicesima ripresa, l’arbitro commina a Marquez la detrazione di due punti complessivi, punendo così i ripetuti colpi bassi del messicano. Il provvedimento, legittimo ancorché severo, appare comunque dettato dai continui isterismi di cui sono preda gli uomini all’angolo di John. Il pugile indonesiano conclude l’incontro battendosi con orgoglio, ma pare destinato ad una schiacciante sconfitta ai punti. Quando, al suono del gong di chiusura, l’intero angolo di Chris John balza sul ring per portare in trionfo il campione in carica, si ha la sensazione di straniamento che sempre accompagna la visione di una scena grottesca e paradossale. La lettura del verdetto finale, invece, è un brusco tonfo nella realtà più fosca e torbida della boxe: John viene riconosciuto vincitore con gli unanimi – e incommentabili – punteggi di 116-110, 117-11 e 116-112.

Dopo aver subìto quella che, senza tema di obiezioni, può essere definita a buon diritto come una rapina, Marquez vince il titolo mondiale “ad interim” della WBO battendo il thailandese Terdsak Kokietgym; quindi, difende la cintura mettendo K.O. al nono round il combattivo filippino Jimrex Jaca. Malgrado la promozione a campione assoluto, decretata dalla WBO dopo che il detentore Scott Harrison ha annunciato l’intenzione di abbandonare il titolo, Marquez lascia vacante la corona a sua volta e sale nella categoria dei superpiuma.

Nella nuova divisione, Juan Manuel Marquez è atteso alla sfida con il campione mondiale WBC Marco Antonio Barrera, suo connazionale e concittadino. Barrera è già una leggenda vivente della boxe messicana e mondiale, avendo conquistato titoli mondiali nelle tre categorie dei supergallo, dei piuma e dei superpiuma. Agonista irriducibile, Barrera pratica un pugilato nel contempo essenziale e spettacolare, i cui elementi migliori sono il jab e le magnifiche combinazioni di tre colpi a corta e media distanza. Il glorioso passato del campione dei superpiuma è popolato da avversari formidabili, con i quali sono spesso nate rivalità accese e appassionanti. E’ questo il caso del grande Erik Morales, un altro mito del pugilato messicano, battuto da Barrera in due delle tre battaglie che li hanno visti sfidarsi; altrettanto esemplare è il profilo di Naseem Hamed, peso piuma inglese di pari talento e arroganza, annichilito, punito e spogliato dell’imbattibilità dal fiero guerriero messicano. Tra gli altri avversari affrontati figurano Manny Pacquiao, Rocky Juarez, Robbie Peden, Paulie Ayala, Johnny Tapia. Il match tra Marquez e Barrera viene disputato il 17 marzo 2007 al Mandalay Bay di Las Vegas. Per l’intera durata del confronto, lo sfidante si dimostra superiore, aggiudicandosi una netta vittoria ai punti. Barrera protesterà per una svista dell’arbitro – che, nel corso del settimo round, ha erroneamente attribuito l’atterramento di Marquez a una scivolata. Tuttavia, il riconoscimento del Knockdown non avrebbe certo sovvertito l’andamento dell’incontro – che ha visto Marquez prevalere in modo chiaro e inconfutabile.

Dopo una difesa del titolo contro Rocky Juarez, valoroso statunitense di origine messicana regolato ampiamente in dodici round, Marquez è pronto per un secondo match con Manny Pacquiao. Questo secondo incontro con il filippino nasce dall’esigenza condivisa di dirimere la questione irrisolta della prima sfida – archiviata con un pareggio che ha contrariato entrambi i contendenti. Il 15 marzo 2008, Juan Manuel Marquez e Manny Pacquiao tornano sul ring che ospitò la loro prima, epica battaglia. Il campione messicano ha trentaquattro anni, mentre Pacquiao ne conta ventinove. Dopo il pareggio con Marquez, il pugile filippino ha battuto avversari di valore come Erik Morales, Oscar Larios, Jorge Solis e Marco Antonio Barrera; con Morales, in particolare, ha combattuto tre incontri infuocati, perdendo il primo ai punti e vincendo i due rimanenti per K.O.T. alla decima e per K.O. alla terza ripresa. Sulla scorta di questi risultati, Pacquiao sale sul ring da favorito, essendo più giovane del campione e nel pieno di un’ascesa verticale. L’incontro, più tattico del precedente, vede Marquez più sciolto e intraprendente, in assenza del fardello psicologico rappresentato dai tre atterramenti che aprirono il primo match. Per contro, Pacquiao appare meno aggressivo e dirompente, forse per evitare di esporsi ai colpi d’incontro di Marquez. L’incontro, bello ed emozionante, si svolge sul filo dell’equilibrio; le riprese migliori per Marquez e per Pacquiao sono rispettivamente l’ottava e la decima. L’unico atterramento del match si registra nel terzo round, quando Pacquiao, durante uno scambio, blocca un destro di Marquez e risponde con due ganci folgoranti che abbattono l’avversario al tappeto. Nella seconda ripresa, tuttavia, Pacquiao stava per conoscere la stessa sorte, scosso pesantemente da uno spettacolare gancio sinistro d’incontro e dal montante sinistro successivo. L’ultimo round vede Marquez raccogliere i frutti di un proficuo lavoro ai fianchi, che prova duramente la resistenza del filippino. Anche questa volta, il verdetto è destinato a dividere e a dividersi: due giudici registrano il punteggio di 115-112, ma non in favore dello stesso pugile; il terzo, anche in questo caso autentico ago della bilancia, riconosce vincitore Pacquiao con il punteggio di 114-113. Manny Pacquiao, vincendo l’incontro per Split Decision, spoglia Juan Manuel Marquez del titolo mondiale WBC dei superpiuma, aggiungendo però i dibattiti circa l’esito del secondo match a quelli – mai sopiti – riguardanti il verdetto del primo confronto.

Dopo questa controversa sconfitta, Marquez sale nella categoria dei pesi leggeri per tentare la conquista di un titolo mondiale nella terza divisione di peso. Il 13 settembre 2008, il pugile messicano affronta il cubano Joel Casamayor all’MGM Grand di Las Vegas. L’incontro, pur senza avere alcun titolo in palio, è uno snodo cruciale nel cammino di Marquez verso un nuovo titolo mondiale. Casamayor è un vero fuoriclasse: ha una tecnica raffinata ed un acume tattico eccellente; conserva, inoltre, una velocità notevole, che sembra impermeabile al logorìo degli anni. Casamayor conta trentasette primavere, anche se ne dimostra meno. Per dieci round, il pugile di Guantanamo gareggia con Marquez in velocità, tempismo e scaltrezza. Alla fine della decima ripresa, due dei tre giudici hanno addirittura un punteggio di parità nei propri cartellini. Tuttavia, Marquez può ancora attingere ad un serbatoio di risorse fisiche e temperamentali che Casamayor ha ormai esaurito. Nell’undicesimo round, il pugile cubano esce da uno scambio con troppa superficialità, esponendo il mento scoperto ai colpi dell’avversario. La distrazione gli è fatale: Marquez lo centra perfettamente e lo manda al tappeto, costringendolo al K.O.T. nei secondi seguenti. La prova preliminare è stata superata; il re senza corona è pronto per conquistare un nuovo scettro. Il 28 febbraio 2009, Juan Manuel Marquez affronta il texano Juan Diaz per i titoli mondiali vacanti della WBO e di super Campione WBA. Diaz, venticinquenne di origine messicana, è un autentico aggressore: la straordinaria resistenza organica, l’inossidabile tenacia e la ricerca ossessiva della corta distanza lo qualificano come tale. Sebbene riesca a scaricare serie interminabili e fittissime di corpi al corpo, Diaz ha un pugno piuttosto leggero – efficace soltanto in senso cumulativo. Alla giovane età di vent’anni, Diaz conquistava il primo titolo mondiale per poi infilare un’esaltante striscia di vittorie – interrotta solo nel 2008 dal veterano Nate Campbell. Il match tra Marquez e il combattente texano si esaurisce come una fiamma in nove round roventi, densi di scambi forsennati a corta distanza. Diaz, come d’abitudine, porta una quantità impressionante di colpi; Marquez, non potendo fare altrettanto, sferra meno fendenti ma più incisivi. Con il passare del tempo, i formidabili montanti di Marquez piegano il coraggioso rivale – che capitola definitivamente nella nona ripresa. Juan Manuel Marquez, dopo un incontro entusiasmante, diventa campione mondiale WBO e Super Campione mondiale WBA dei pesi leggeri.

Dopo essere diventato campione nella terza divisione di peso, Marquez cede alle lusinghe del proprio orgoglio accettando la remunerativa proposta di un incontro con Floyd Mayweather Jr. Questi, dopo un lungo periodo di inattività, ha voluto la sfida con Marquez per garantirsi un match che fosse interessante ma privo di insidie. Le condizioni d’ingaggio, infatti, prevedono che l’incontro sia disputato al limite delle 144 libbre, un peso intermedio tra quelli dei superleggeri e dei welter. Marquez, cui sta larga financo la categoria dei leggeri, deve affrontare un fuoriclasse come Mayweather ad un peso oltremodo svantaggioso; per giunta, in occasione delle operazioni di peso ufficiali, il pugile statunitense denuncia un peso che eccede di due libbre quello stabilito. Il divario, notevole già in partenza, si estende ulteriormente; la sera dell’incontro, di fatto si sfidano un peso leggero e un superwelter. Il 19 settembre 2009, Marquez resiste orgogliosamente a Mayweather fino al termine dell’incontro, riportando una schiacciante sconfitta ai punti.

Dopo questo match, invero poco significativo, Marquez concede la rivincita a Juan Diaz, che non si è mai ripreso dalla sconfitta subita nel precedente incontro. Il 31 luglio 2010, al Mandalay Bay di Las Vegas, Marquez batte ai punti un Diaz ammansito, contribuendo alla precoce chiusura della sua carriera agonistica.

L’ultimo incontro di Juan Manuel Marquez è datato 27 novembre 2010; all’MGM Grand di Las Vegas, il campione pone in palio i propri titoli mondiali contro Michael Katsidis, pugile australiano di trent’anni. Katsidis, picchiatore generoso e aggressivo, non è certamente un fuoriclasse; ma è amato dal pubblico per via della propria spettacolarità. Marquez inizia l’incontro rintuzzando l’incedere di Katsidis con combinazioni veloci ed elaborate, il cui bersaglio sono soprattutto i fianchi dello sfidante. Nella terza ripresa, tuttavia, l’imprevisto: Katsidis, con un poderoso e perentorio gancio sinistro, sorprende Marquez con la mascella incautamente scoperta e lo manda al tappeto. Rialzatosi, il campione fa ricorso al proprio patrimonio di esperienze per uscire indenne dal successivo attacco di Katsidis – che, a dire il vero, pare piuttosto riluttante nella conduzione dell’assalto decisivo, temendo forse le repliche di Marquez. Superato il momento di difficoltà, il campione ingaggia con lo sfidante una battaglia serrata a corta distanza. Pur affrontando Katsidis sul suo terreno preferito, Marquez si impone per K.O.T. al nono round, elargendo una prova di forza impressionante.

Juan Manuel Marquez è tuttora il campione mondiale dei pesi leggeri. Considerato oltre ogni dubbio come uno dei migliori pugili al mondo, Marquez ha in programma per il 12 novembre 2011 un terzo match con Manny Pacquiao, suo rivale storico.