Ai confini dell’impossibile -
di Matteo Biancareddu
Il 17 settembre 1999, il filippino Manny Pacquiao, campione mondiale dei pesi mosca per il WBC, perde la corona per mano del thailandese Medgoen Singsurat, che lo prostra con un violento destro al corpo nel corso della terza ripresa. Il 14 novembre 2009, lo stesso Pacquiao domina e batte per K.O.T. il portoricano Miguel Angel Cotto, campione mondiale dei welter per la WBO nonché re conclamato dei colpi al corpo. Tra i due avvenimenti, dieci anni e quattordici chili di differenza.
La storia sportiva di Manny Pacquiao è tanto eccezionale da fare invidia a qualsiasi sceneggiatura cinematografica. Nell’intera storia della boxe mondiale, forse i soli Henry Armstrong e Sam Langford hanno descritto parabole simili a quella tracciata dal pugile asiatico. Una scalata vertiginosa alla graduatoria delle classi di peso, costellata dalla conquista di titoli mondiali in sei categorie diverse; un’evoluzione fisica, tecnica e temperamentale quasi inverosimile, destinata ad arricchire la già corposa mitologia della “Noble Art”.
Manny Pacquiao inizia la carriera professionistica nel 1995, quando esordisce appena diciassettenne nella categoria dei minimosca. L’impellente necessità di passare alla categoria superiore si manifesta a febbraio dell’anno seguente, dopo un match perso contro il modesto connazionale Rustico Torrecampo: Pacquiao, avendo ecceduto di quasi mezzo chilo le 111 libbre concordate, è obbligato a indossare guanti più pesanti di quelli del proprio avversario – che, niente affatto a disagio per l’inferiorità fisica, risolve l’incontro nel terzo round con un gancio sinistro al fegato. Passato nella divisione dei mosca, Pacquiao colleziona dodici vittorie consecutive, strappando il titolo dell’Oriental and Pacific Boxing Federation al thailandese Chokchai Chokvivat. La conquista di questa cintura rappresenta un passo importante: essendo l’OPBF un ente affiliato al WBC, aggiudicarsene il titolo potrebbe valere l’occasione di competere per la corona mondiale del WBC. Il 4 dicembre 1998, Pacquiao batte per K.O. all’ottavo round il campione WBC Chatchai Sasakul, spogliandolo del suo titolo e diventando campione mondiale tra i pesi mosca. Ma il regno del pugile filippino è di breve durata: il 17 settembre 1999, Pacquiao raccoglie la sfida di Medgoen Singsurat, un imbattuto pugile thailandese suo coetaneo. Singsurat è un combattente aggressivo ma accorto: malgrado lo stile arrembante, si muove molto sul tronco e avanza al riparo di una guardia ermetica. Pacquiao, dopo aver subìto un’autentica opera di demolizione, si arrende ad un potente destro al corpo, consegnando al rivale la propria corona. In realtà, la destituzione del pugile filippino è stata ratificata già prima dell’incontro, quando la bilancia ha nuovamente sorpreso il campione oltre il limite di peso stabilito. Determinato a risolvere la questione della crescita fisica, Pacquiao passa immediatamente nella categoria dei supergallo, saltando a piè pari quelle dei supermosca e dei gallo. Nella nuova divisione, il pugile filippino conquista subito il titolo internazionale del WBC, credenziale ideale per ambire al titolo mondiale dello stesso ente. Tuttavia, la proposta di combattere per un titolo mondiale viene inoltrata a Pacquiao dall’ente IBF – che, dovendo far fronte all’improvvisa defezione dello sfidante designato, ha scelto come sostituto il pugile filippino. Sebbene l’offerta giunga appena due settimane prima del match, Pacquiao non può certo rifiutarla: il 23 giugno 2001, il ventiduenne pugile asiatico sale sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas per contendere il titolo al sudafricano Lehlohonolo Ledwaba, campione mondiale IBF da oltre due anni. Il match, duro e combattuto, si dispiega sotto il pieno controllo dello sfidante – che, animato da una determinazione feroce, colpisce l’avversario da ogni angolazione, costringendolo al tappeto già nel secondo round. Il potente jab di Ledwaba non serve a rintuzzare gli assalti del filippino, né sono un deterrente efficace i ripetuti colpi al corpo, digeriti dallo sfidante con insospettabile e disarmante disinvoltura; Pacquiao entra nella guardia dell’avversario da ogni direzione, muovendosi brillantemente attorno al rivale e battendolo sempre sul tempo. Nel sesto round, il naturale epilogo del confronto: un tremendo diretto sinistro al volto abbatte al tappeto il campione – che, seppure scosso, si rialza coraggiosamente per essere stroncato nei secondi seguenti. Manny Pacquiao, dopo un’impressionante prova di forza e temperamento, strappa a Ledwaba la corona IBF, diventando campione mondiale nella divisione dei supergallo. Nell’incontro successivo, il campione filippino affronta il campione WBO Agapito Sanchez per la riunificazione dei rispettivi titoli. Il 10 novembre 2001, il match tra i due campioni si conclude al sesto round con una Decisione Tecnica di parità: Pacquiao, ferito da una testata accidentale dell’avversario già nella seconda ripresa, viene fermato dal medico nel corso della sesta, quando un’altra testata involontaria di Sanchez aggrava la lacerazione sopra l’occhio destro. Inoltre, al pugile dominicano vengono anche detratti due punti per colpi bassi; in assenza di questo provvedimento arbitrale, il verdetto dei giudici gli sarebbe stato favorevole. Il match di riunificazione, sporcato da troppi episodi controversi, partorisce un esito neutro: entrambi i pugili mantengono il titolo che già detenevano. Pacquiao difende il titolo IBF in altre tre occasioni, valendosi sempre della guida tecnica di Freddie Roach – che, lavorando sui difetti difensivi del pugile filippino, contribuirà in modo determinante al suo completamento tecnico.
Salito nella categoria dei pesi piuma, Pacquiao è atteso alla sfida con Marco Antonio Barrera. A quasi trent’anni, Barrera è già una leggenda del pugilato messicano: a lungo e a più riprese campione WBO dei supergallo, è salito tra i piuma per chiudere l’imbattibilità, la carriera e la bocca di Naseem Hamed; quindi, ha inferto la prima sconfitta in carriera anche al connazionale Erik Morales, che aveva beneficiato di un generoso verdetto non unanime nel match di riunificazione dei rispettivi titoli mondiali tra i supergallo. Combattente di orgoglio e coraggio leonini, Barrera pratica un pugilato essenziale ma vibrante, i cui cardini sono il jab e le formidabili combinazioni di tre colpi. Il 15 novembre 2003, Pacquiao ha un’opportunità preziosa: battendo Barrera, entrerebbe a pieno titolo nell’esclusiva cerchia dei pugili migliori al mondo. Come già si è visto, sciupare le opportunità non è prerogativa del pugile filippino: dopo aver subìto un atterramento fasullo nel primo round, Pacquiao afferra le redini del match e le mantiene saldamente fino all’epilogo, che matura nel corso dell’undicesimo round. Barrera, tempestato di diretti destri e sinistri sparati da angolazioni apparentemente impossibili, si trascina fino alla penultima ripresa sorretto soltanto dal proprio orgoglio di guerriero messicano. Dopo due atterramenti subiti e un tentativo di eliminare il rivale con una testata, il prode combattente azteca si piega alla velocità e alla potenza di Pacquiao.
Il match con Barrera non aveva alcun titolo mondiale in palio; perciò, Manny Pacquiao lancia la propria sfida al pugile che domina la categoria dei piuma. Juan Manuel Marquez, messicano come Barrera, detiene i titoli mondiali IBF e di Super Campione WBA; li ha conquistati dopo una lunga rincorsa, guadagnandoseli con reiterate prove di classe e di forza. Trentenne di Città del Messico, Marquez è un colpitore d’incontro veloce ed esplosivo; l’arguzia tattica, il lavoro di gambe, le magistrali combinazioni a due mani, i colpi al corpo e la tempra d’acciaio sono gli elementi qualificanti del suo pugilato. L’8 maggio 2004, Pacquiao ha l’occasione di diventare campione mondiale nella terza categoria di peso. Il match inizia sotto il marchio del tema tattico dettato da Marquez: il campione messicano lascia il centro del ring all’avversario e gira verso sinistra, rintuzzando con il jab i tentativi di attacco in avanzamento del rivale; quando Pacquiao forza l’affondo e prova ad incrociare il mancino sull’uscita verso sinistra dell’avversario, Marquez esercita le proprie qualità di incontrista e colpisce in controtempo, doppiando spesso i colpi. Quando invece attacca, il messicano muove un passo verso sinistra ed entra con il gancio mancino, doppiando poi il colpo con il destro. Per contro, Pacquiao cerca di inquadrare l’avversario con il sinistro, misurando la reattività e la rapidità del campione con le proprie proverbiali accelerazioni. Il primo round del match è una pietra miliare nella storia della boxe moderna. Verso la metà della ripresa, Pacquiao coglie un’incertezza di Marquez e affonda con decisione: il jab, guizzante, misura la distanza per il detonante diretto sinistro seguente, che abbatte l’avversario al tappeto. Marquez si rialza, ma appare frastornato; così, Pacquiao prova a sferrare l’assalto decisivo. Il campione, ardente d’orgoglio, continua ad attuare la propria tattica, cercando di spostarsi lateralmente e colpire d’incontro; ma i suoi riflessi ancora appannati lo condizionano, esponendolo una seconda volta al diretto sinistro del filippino. Dopo essere crollato nuovamente al tappeto, Marquez si risolleva ancora, reggendosi sul proprio inossidabile temperamento. Con un coraggio portentoso, il pugile messicano tenta di replicare colpo su colpo al rinnovato attacco di Pacquiao; ne nasce uno scambio che vede prevalere il filippino. Portato verso le corde, Marquez cerca di uscire verso sinistra, ma Pacquiao incrocia la traiettoria del fendente mancino con una mirabile torsione del busto; il campione, gettato di nuovo a terra, sembra a un passo dal baratro. Torna in piedi per cercare di arrivare alla pausa: alla fine del round mancano trenta secondi; sarà un’autentica battaglia per la sopravvivenza. Dopo il conteggio dell’arbitro, Pacquiao si scaglia sull’avversario con furia ultimativa: una fitta serie di ganci sinistri piove sul mento del campione – che, con volontà ferrea, s’impone di restare in piedi. L’intervallo è il punto di svolta dell’incontro. A partire dal secondo round, Marquez torna a tessere la propria tattica; le singole riprese, pur essendo generalmente equilibrate, scorrono sotto la sua conduzione. Pacquiao patisce il tempismo del rivale, faticando a trovare il bersaglio con il sinistro; il campione, invece, colpisce d’anticipo, d’incontro e di rimessa con regolarità. Nel sesto round, il pugile filippino viene scosso da un pesante gancio destro largo; più tardi, sarà Marquez a rischiare l’atterramento sugli effetti di un bellissimo gancio sinistro d’incontro. Al termine delle dodici riprese, i cartellini dei giudici devono identificare il vincitore. I tre punteggi, per quanto divergenti, si conciliano in un verdetto di perfetta parità: 115-110; 113-113; 110-115. Un responso giusto, anche se Pacquiao avrà motivo di rammaricarsene: il giudice Burt Clements, responsabile del 113-113, rivelerà in seguito di aver registrato la prima ripresa con il punteggio di 10-7 anziché con quello di 10-6; questa differenza di un punto ha cambiato la sostanza del suo punteggio finale e, per diretta conseguenza, quella dell’intero verdetto.
(Le immagini del 1° match tra Pacquiao e Morales):
Dopo il rocambolesco pareggio con Marquez, Pacquiao continua la propria scalata alle classi di peso: passato nei superpiuma, è atteso al difficile confronto con Erik Morales. Messicano ventottenne, Morales è già una figura mitica: ha conquistato titoli mondiali in tre categorie di peso diverse, risultando imbattibile nei supergallo; si è inoltre cimentato in tre incontri epici con Marco Antonio Barrera, consegnando alla storia della boxe una trilogia tra le più esaltanti di ogni tempo. Le sole due sconfitte appuntate sul suo record – composto per il resto di quarantasette vittorie – gli sono state inflitte proprio da Barrera, con il quale ha coltivato una rivalità tanto sincera quanto appassionante. Il 19 marzo 2005, Manny Pacquiao ed Erik Morales salgono sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas senza alcun titolo mondiale da disputarsi; un paradosso, specialmente nell’era delle innumerevoli corone iridate. In realtà, l’incontro tra i due pugili ha la valenza di uno scontro al vertice della categoria. Morales è un pugile completo: molto mobile sulle gambe, ha un acume tattico notevole, capacità coordinative eccellenti e abilità tecniche di raro pregio; pur essendo un combattente generoso, per giunta imprevedibile come pochi nella conduzione degli attacchi, possiede un’ottima tecnica difensiva. Conosciuto a buon diritto come “El Terrible”, Morales ha coniato l’appellativo “Terribleña” per identificare una combinazione di colpi di propria invenzione, la cui composizione prevede un montante destro fintato, un gancio destro, un montante sinistro e un diretto destro portati con armonia ed elasticità. Quando il match tra Manny Pacquiao ed Erik Morales ha inizio, si delinea subito un tema tattico molto simile a quello che percorse la sfida tra il pugile filippino e Juan Manuel Marquez: come già Marquez, così anche Morales gira verso sinistra pungendo con il jab; il lavoro di piedi è il fattore determinante sia nelle azioni difensive sia in quelle offensive. Quando Pacquiao cerca di incrociare il sinistro in avanzamento, spesso Morales gli sfugge con gli spostamenti in arretramento o in uscita; altre volte, invece, il messicano contrattacca con colpi d’anticipo o d’incontro. La tattica, pur essendo assimilabile a quella già usata da Marquez, trova in Morales un interprete di impareggiabile maestria: l’esecuzione del jab e degli spostamenti con i piedi è un magnifico esempio di classe e tecnica. Sorpreso dall’efficacia delle contromisure oppostegli, Pacquiao è meno deciso del solito nell’assunzione dell’iniziativa; viceversa, Morales usa il jab sia per chiudere le traiettorie del filippino sia per ricavare le proprie, rientrando sui movimenti in avanzamento del rivale e caricandolo con lunghe serie di colpi. Pacquiao cerca di tagliare la strada all’avversario, ma riesce nell’intento solo a tratti; in alternativa, cerca di invertire il senso della rotazione, prendendo a girare verso destra per inquadrare il rivale con il sinistro. L’incontro, fitto di scambi e capovolgimenti di situazioni, vive di riprese molto combattute ed equilibrate, nelle quali il valore tecnico della contesa è pari all’intensità delle emozioni. Con il passare del tempo, Morales s’impone sempre più come il padrone del confronto, sebbene Pacquiao lo impegni duramente negli scambi a media distanza. Verso la fine del match, il messicano esibisce una guardia destra che sortisce l’effetto di disorientare l’avversario. Dopo un penultimo round splendido per intensità e agonismo, l’incontro giunge alla conclusione; Morales vince ai punti ancor più chiaramente di quanto i punteggi diano ad intendere, ma Pacquiao non esce ridimensionato: pur perdendo nettamente, il filippino ha retto il confronto con un avversario di straordinaria qualità.
Che il duello tra Pacquiao e Morales sia una questione tutt’altro che archiviata è un’eventualità prevedibile di per sé; ma l’incrocio che va in scena allo Staples Center di Los Angeles il 10 settembre 2005 ha la valenza di una conferma. I due pugili sono impegnati nella stessa riunione: il filippino affronta il messicano Héctor Velazquez; Morales combatte contro lo statunitense Zahir Raheem. L’abbinamento dei due incontri non ha altra funzione che quella di preannunciare la futura rivincita. Mentre Pacquiao si sbarazza senza difficoltà del proprio avversario, Morales cade inopinatamente contro Raheem, che prevale con un verdetto unanime ai punti. Sulla scorta di questi opposti risultati, i due rivali tornano ad incontrarsi il 21 gennaio 2006. Nel teatro del Thomas & Mack Center di Las Vegas, il match inizia con un round piuttosto ragionato, i cui temi tattici corrispondono a quelli della sfida precedente. Ma nella seconda ripresa si scatena la battaglia: Pacquiao, molto aggressivo e determinato, riesce a colpire duramente l’avversario nel modo che gli era stato impedito per l’intera durata della prima sfida, ovvero con il mancino incrociato sull’uscita verso sinistra di Morales. Il pugile messicano, scosso, deve aggrapparsi con una mano alle corde per evitare di cadere al tappeto. Rispetto al primo match, Pacquiao sembra migliorato sotto diversi aspetti: molto più attento in difesa, il filippino gestisce meglio il ring e porta con efficacia il gancio destro anche come colpo singolo. Morales, superate le difficoltà del secondo round, riprende a praticare il proprio pugilato, controllando con compostezza le sfuriate del rivale e conducendo sortite offensive sempre ben costruite; ma deve far fronte al ritmo imposto dall’avversario – che, ogniqualvolta si presenti l’opportunità, propone lo scambio. Il messicano, da guerriero qual è, non fa niente per evitare lo scontro a viso aperto; così, nel sesto round si trova sul punto di finire al tappeto in due frangenti diversi. Pur continuando ad attuare il proprio schema tattico, Morales viene attratto sempre più spesso negli scambi, che vedono Pacquiao assestare colpi duri e puliti. Al decimo round, l’inevitabile cedimento del pugile di Tijuana, demolito dagli impressionanti fendenti dell’avversario. Manny Pacquiao costringe Erik Morales al primo K.O. della sua carriera, vendicando la sconfitta subita nel primo match.
Dopo questa prepotente affermazione, Pacquiao batte pugili di buon livello, come Oscar Larios e Jorge Solis; soprattutto, disputa un terzo – e definitivo – incontro con Erik Morales, ormai ridotto all’ombra di se stesso. Il K.O., quasi come un sipario pietoso, cala già al terzo round, chiudendo tempestivamente una contesa impari. Il pugile filippino concede una rivincita anche a Marco Antonio Barrera, nel pieno anch’egli di un inclemente decadimento fisico. Il guerriero messicano resiste fieramente fino al termine dell’incontro, ma viene largamente sconfitto ai punti. A questo punto, sono finalmente maturi i tempi per una rivincita – questa sì – veramente opportuna e interessante. Il 15 marzo 2008, Manny Pacquiao e Juan Manuel Marquez si ritrovano sul ring del Mandalay Bay Resort & Casino di Las Vegas. A trentaquattro anni e mezzo, Marquez detiene e pone in palio il titolo mondiale WBC dei superpiuma. L’incontro, preceduto da un’attesa lunga e febbrile, vede i due contendenti fronteggiarsi con una circospezione iniziale che non aveva trovato spazio nel primo match. Nel secondo round, Marquez spinge Pacquiao sull’orlo dell’atterramento colpendolo con uno spettacolare gancio sinistro d’incontro doppiato da un montante sinistro. Il pugile filippino risponde nella ripresa seguente, bloccando un destro di Marquez e replicando con due folgoranti ganci corti al mento, sui cui effetti il combattente messicano va al tappeto. Ripresosi perfettamente, il campione domina l’ottava ripresa; nella decima, invece, Pacquiao mette a segno un bellissimo gancio sinistro d’incontro che indurisce le gambe dell’avversario. A chiusura di un match intenso e pregevole, l’ultimo round vede Pacquiao in evidente difficoltà, sfiancato dal metodico lavoro al corpo del rivale. Anche questa volta, il verdetto dei giudici non è unanime; non potrebbe essere altrimenti, visto l’equilibrio del confronto. I punteggi vedono prevalere Manny Pacquiao per una Split Decision dalle differenze minime. Con la conquista del titolo in palio, il pugile filippino si laurea campione mondiale nella terza categoria di peso.
Non pago, Pacquiao sale nella divisione dei pesi leggeri per sfidare lo statunitense David Diaz, campione mondiale dei pesi leggeri per il WBC. Mancino trentaduenne, Diaz è un pugile aggressivo, amante della corta distanza, ma non ha gli strumenti tecnici per reggere il confronto con Pacquiao. Il 28 giugno 2008, il pugile filippino batte il campione per K.O.T. al nono round, diventando campione mondiale nella quarta divisione di peso.
Il 6 dicembre 2008, Pacquiao si inerpica fino alla categoria dei pesi welter per sfidare Oscar De la Hoya, il leggendario fuoriclasse statunitense già dieci volte iridato in ben sei categorie di peso diverse. Pretenziosamente ribattezzato come “The Dream Fight”, l’incontro è in realtà un monologo di Pacquiao, che dispone a propria discrezione di un campione ormai anziano, logoro e – per giunta – sfibrato dai sacrifici profusi per tornare al peso dei welter.
Il 2 maggio 2009, Pacquiao esordisce nella categoria dei superleggeri per sfidare il pugile inglese Ricky Hatton. Sebbene l’incontro non abbia titoli di rilievo in palio, l’eventuale successo di Pacquiao avrebbe una valenza equiparabile alla conquista di una cintura mondiale, essendo Hatton un combattente tra i più validi nella categoria. Pugile grintoso e generoso, capace di slanciare il proprio coraggio fin oltre i limiti dell’incoscienza, Hatton è un aggressore ostinato e irriducibile. I suoi limiti tecnici e difensivi, per quanto evidenti, sono compensati dalle inestimabili risorse temperamentali. Quando il match inizia, appare subito chiaro come il pugile inglese sia destinato a farsi del male: un avversario come Pacquiao non può essere affrontato con una condotta arrembante e spavalda, a meno che non si voglia scendere anzitempo dal ring. Fedele al proprio stile di combattimento, Hatton finisce al tappeto due volte nel solo round iniziale, per poi subire uno spaventoso K.O. nella seconda ripresa. Il prodigioso gancio sinistro che lo tramortisce si fionda sulla mascella destra senza incontrare il minimo ostacolo. A seguito di questa tremenda disfatta, Ricky Hatton dovrà abbandonare definitivamente l’attività agonistica; Manny Pacquiao, invece, è ormai un fenomeno di portata storica, peraltro ancora in divenire.
Il 14 novembre 2009, Manny Pacquiao sfida il portoricano Miguel Angel Cotto, campione mondiale dei pesi welter per la WBO. Sebbene l’incontro sia valevole per un titolo mondiale di categoria, il limite di peso concordato è inferiore a quello della divisione di riferimento. L’espediente di fissare un catch weight è nell’interesse esclusivo di Pacquiao – che, non essendo un peso welter, rischia di patire il confronto fisico con un avversario più robusto. L’aspetto più interessante della vicenda è dato dal ruolo di Bob Arum, promoter di entrambi i pugili e, dunque, unico tessitore degli accordi relativi al match. Malgrado le restrizioni circa il peso, Cotto sale sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas in ottime condizioni di forma; del resto, il pugile portoricano è stato per lungo tempo il campione indiscusso e imbattuto dei superleggeri, prima di salire tra i welter per aggiudicarsi un altro titolo mondiale. Demolitore coraggioso, duro e aggressivo, Cotto è conosciuto soprattutto come un formidabile colpitore al corpo. L’unica sconfitta in carriera gli è stata inferta dal messicano Antonio Margarito, che gli ha tolto sia l’imbattibilità sia il titolo mondiale WBA. A dispetto delle due vittorie che sono seguite, Cotto sembra non essersi ancora ripreso del tutto dalla terribile punizione subita per mano del suo unico vincitore. Il match con Pacquiao, in effetti, pare confermare tale impressione: il fuoriclasse filippino domina la contesa, lanciando i propri attacchi da lontano e uscendo dalla guardia subito dopo averli portati, così da negare all’avversario la corta distanza. In effetti, i soli frangenti nei quali il portoricano mette a segno i propri colpi – perlopiù al corpo – sono quelli nei quali Pacquiao indugia nella guardia del rivale. Per il resto, il pugile filippino risulta imprendibile per velocità e mobilità. Quando, nel corso dell’ultimo round, lo sfidante intensifica i propri attacchi, Cotto viene finalmente tratto in salvo dall’arbitro, che gli risparmia così un’ulteriore bastonatura. Manny Pacquiao, battendo Miguel Angel Cotto per K.O.T., conquista il titolo mondiale WBO dei pesi welter e diventa campione iridato nella quinta classe di peso.
Dopo un’agevole difesa del titolo contro il ghanese Joshua Clottey, il fenomeno filippino cede all’allettante prospettiva di laurearsi campione mondiale nella sesta categoria diversa; così, il 13 novembre 2010 affronta il messicano Antonio Margarito per il vacante titolo mondiale WBC dei superwelter. Margarito ha l’immeritata possibilità di competere per la corona iridata dopo aver scontato una lunga squalifica, comminatagli per aver tentato di indossare dei bendaggi induriti nel gesso in occasione del match con Shane Mosley. Colto in flagrante dall’allenatore di Mosley, Margarito è stato denunciato e prontamente sospeso dall’esercizio dell’attività agonistica. Dopo questo increscioso e deprecabile episodio, l’intera carriera del pugile di Tijuana è stata riletta alla luce chiarificatrice della frode commessa, sebbene non sia stato provato l’impiego di bendaggi irregolari in altri incontri. D’altra parte, non può che destare sospetti il modo in cui Margarito ha quasi cambiato i connotati a Miguel Angel Cotto nel match che ha preceduto quello con Mosley. Comunque sia stata costruita, la fama di Margarito è quella del picchiatore che può annientare l’avversario con pochi colpi. Nessun dubbio, invece, sull’autenticità della mascella, la cui durezza è persino paragonabile a quella dei pugni. Sul ring, Pacquiao mortifica Margarito con la velocità, battendolo ai punti dopo una prova da dominatore incontrastato. La sesta corona è conquistata, anche se il valore del rivale certamente non la impreziosisce.
Dopo una placida difesa del titolo dei welter contro un remissivo Shane Mosley, Pacquiao attende il terzo match con Juan Manuel Marquez, programmato per il 12 novembre 2011. Ma l’incontro più anelato è quello che opporrebbe il fenomeno filippino a Floyd Mayweather Jr – l’unico pugile che possa contendergli il primato planetario.
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