Il re meno amato - di Matteo Biancareddu
Floyd Mayweather Jr è nato per fare il pugile. La Natura lo ha destinato precisamente a questo, instillando nel suo corpo le misteriose gocce di magia che brillano soltanto nei fuoriclasse. Nella meccanica di un fisico che sembra un’opera d’ingegneria, la sacra fiamma del talento ha aggiunto la meraviglia dell’impossibile. Mayweather è come un dono che gli Dei della boxe hanno fatto al proprio popolo, così che le folle avessero un nuovo re da adorare. Ma un re, per quanto grande e vincente, deve sempre sapersi ingraziare il favore della gente, badando di non darlo mai per acquisito. Mayweather, invece, si è inimicato le platee in più occasioni, dilapidando simpatie e consensi per motivi diversi. La sua storia, pur lastricata di trionfi, abbonda di episodi che non cesseranno mai di ispirare interpretazioni e fomentare dibattiti. Mayweather è – e sempre resterà – uno dei pugili più discussi nell’intera storia della boxe.
Il 3 ottobre 1998, Floyd Mayweather Jr sfida Genaro Hernandez, campione mondiale dei superpiuma per il WBC. Mayweather, ventunenne del Michigan, è unanimemente considerato dai critici come un predestinato; nel suo record, diciassette incontri disputati e vinti. Hernandez, invece, è un pugile californiano di trentadue anni con quaranta match all’attivo; campione dei superpiuma da oltre due anni, detenne il titolo WBA della categoria già dal 1991 al 1994, ma lo lasciò vacante per sfidare – senza successo – il campione mondiale WBO dei pesi leggeri Oscar De la Hoya. La sconfitta subita per mano del “Golden Boy” è rimasta l’unica nella carriera del pugile di Los Angeles, che raccoglie la sfida del giovane Mayweather dopo aver difeso il proprio titolo in quattro occasioni. Sul ring dell’Hilton Hotel di Las Vegas, il confronto tra Floyd Mayweather e Genaro Hernandez inizia con un round interamente sacrificato allo studio tattico. Il campione, dotato di un fisico longilineo e allampanato, gira verso sinistra e punge l’avversario con il jab, mostrando così l’intenzione di attuare una tattica elusiva e attendistica. Mayweather, pur essendo un colpitore d’incontro dalle attitudini difensive, deve adeguarsi alla condotta del rivale e farsi carico dell’iniziativa. Nella seconda ripresa, lo sfidante trova i primi varchi nella guardia del campione – che, pure, padroneggia un’ottima tecnica difensiva: il diretto destro di Mayweather, portato d’anticipo o d’incontro sul jab dell’avversario, centra il bersaglio in più occasioni; l’efficacia dell’azione induce il pugile del Michigan a ripetere lo schema sistematicamente, facendo seguire al destro altri colpi in combinazione. Incapace di risolvere il problema, Hernandez tenta sortite offensive più frequenti, consentendo così a Mayweather di esercitare le proprie abilità di incontrista. Il gancio sinistro d’anticipo e in uscita che mortifica gli attacchi del campione è un colpo spettacolare ed efficace: oltre a permettere l’uscita dalle corde, converte un’azione difensiva in un attacco incisivo e frustrante. Hernandez, sprovvisto di altre armi, tenta di sporcare il confronto chiudendo la distanza, ma viene battuto anche su questo terreno da un avversario già smaliziato a dispetto della giovane età. Nell’intervallo tra l’ottavo e il nono round, Genaro Hernandez si arrende alla totale superiorità dello sfidante, ritirandosi dalla contesa. A soli ventuno anni, Floyd Mayweather è il nuovo campione mondiale dei superpiuma per il WBC.
Il nuovo campione difende il proprio titolo in cinque occasioni, affrontando e battendo sfidanti che, malgrado i buoni numeri dei rispettivi record, non rientrano nella cerchia dei migliori pugili della categoria. Il 20 gennaio 2001, invece, Floyd Mayweather raccoglie la sfida di Diego Corrales, un imbattuto pugile californiano di ventitré anni. Corrales ha disputato e vinto trentatré match, costringendo al K.O. ventisette dei propri avversari; nel 1999 ha conquistato il titolo IBF dei superpiuma, difendendolo poi in tre occasioni. Quando i due protagonisti salgono sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas, il pubblico si aspetta di assistere a un match spettacolare ed equilibrato: Corrales è un colpitore temibile, apparentemente in grado di porre a dura prova le abilità difensive di Mayweather. Tuttavia, la realtà dei fatti si mostra del tutto diversa da quella prevista e auspicata: il pugile californiano, rigido sul tronco e impacciato negli spostamenti, non riesce mai a tagliare il ring né tantomeno a trovare la misura; Mayweather, invece, danza senza posa sulle dita dei piedi, colpendo l’avversario d’anticipo e uscendo dalla sua guardia con movimenti felini. La totale assenza di reattività nel rivale induce Mayweather a portare più colpi in combinazione, con effetti spettacolari che si traducono nelle esclamazioni di meraviglia e ammirazione del pubblico. L’ormai proverbiale gancio sinistro d’anticipo sortisce effetti devastanti, sorprendendo regolarmente l’avversario con la mascella sguarnita. Il colpo, spesso doppiato con un gancio al fianco, è lo strumento inclemente di un autentico supplizio: Corrales, ostinandosi a tenere il guantone destro alla stessa altezza del sinistro, continua a subire i fulminei ganci mancini del rivale. Il settimo round sembra poter essere quello conclusivo: giusto in apertura, un perentorio gancio sinistro al volto costringe finalmente il californiano al tappeto; rialzatosi, Corrales si trascina fino al minuto finale della ripresa, quando un altro gancio mancino lo fa ruzzolare sulla stuoia. Tornato in posizione verticale, il generoso californiano si accascia nuovamente negli ultimi secondi prima dell’intervallo, investito alle corde da una furente scarica di colpi. L’imminenza della pausa lo strappa al suo destino, comunque già scritto. Nei due round seguenti, Mayweather gioca con l’avversario come il gatto con il topo, differendo ulteriormente l’epilogo del confronto; infine, il campione sferra l’assalto definitivo nella decima ripresa, atterrando il rivale in due occasioni e provocando l’intervento pietoso del suo allenatore. Nell’intero arco dell’incontro, Corrales è sempre stato alla mercé di Mayweather, che lo ha usato alla stessa stregua di un qualsiasi sacco da allenamento. Con questa formidabile prova di forza, Floyd Mayweather si consacra come uno dei migliori pugili al mondo.
Dopo aver difeso il proprio titolo contro Carlos Hernandez e Jesús Chavez, Mayweather abbandona la corona per salire di categoria; la fortunata militanza nella divisione dei superpiuma si conclude senza un incrocio con Acelino Freitas o con Joel Casamayor, i pugili più accreditati a sfidarlo. Nella divisione dei pesi leggeri, Mayweather affronta subito il messicano Jose Luis Castillo, campione mondiale per il WBC. La prova è molto impegnativa: Castillo è un aggressore implacabile, provvisto di una struttura tecnica che lo rende ancor più temibile e pericoloso. I numeri appuntati sul suo record suggeriscono una forte inclinazione al K.O., inflitto o subìto che sia: delle quarantacinque vittorie conseguite, ben quarantuno sono culminate nel K.O. dell’avversario; per contro, le quattro sconfitte rimediate hanno avuto lo stesso epilogo. Il 20 aprile 2002, Floyd Mayweather sale sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas con il fardello di un pesante svantaggio fisico nei confronti del campione: sulla bascula, Castillo ha fatto registrare un peso di ben 147 libbre e mezza, mentre Mayweather si è fermato nove libbre sotto. Quando l’incontro ha inizio, il tema tattico che lo percorrerà si presenta subito con chiarezza: Castillo, da aggressore qual è, cerca di accorciare la distanza entrando da sinistra; servendosi del piede posteriore come perno, il messicano segue la rotazione dell’avversario e reagisce puntualmente ai cambi di direzione, mantenendosi sempre in asse. Mayweather attua la solita tattica elusiva, sfruttando l’avanzamento costante del rivale per assestare improvvisi colpi in controtempo e uscire prontamente. Nei primi due round, la condotta di Mayweather si rivela efficace: Castillo non riesce a chiudere l’avversario e ne subisce i colpi d’anticipo e in uscita, pur difendendosi con attenzione. A partire dalla terza ripresa, il campione taglia il ring con determinazione ed efficacia molto maggiori, iniziando ad attuare un metodico bombardamento al corpo. Nei round successivi, la pressione esercitata da Castillo aumenta costantemente, supportata da un ritmo forsennato e da un’efficacia sempre maggiore negli spostamenti. Mayweather, soffocato dall’aggressione senza tregua del rivale, tenta di frenarne l’incedere con i propri colpi in controtempo, ma si trova sempre più spesso nella condizione di doversi difendere alle corde o in quella – meno onorevole – di scappare dall’avversario. In realtà, entrambi i pugili mettono a segno pochissimi colpi puliti; Castillo, in particolare, colpisce soltanto ai fianchi, irretito dalle prodigiose abilità difensive di Mayweather. In mancanza di elementi più concreti, il fattore discriminante è rappresentato dalla supremazia sul ring, che sembra essere appannaggio di Castillo. Per giunta, il campione non accusa il minimo calo fisico fino al termine del match, aggiudicandosi anche i cosiddetti Championship Rounds. Alla fine dell’incontro, Larry Merchant – commentatore dell’emittente televisiva HBO – si pronuncia a favore di Castillo, mentre Harold Lederman – giudice demandato dalla stessa HBO alla compilazione di un cartellino super partes – vede vincente il campione in carica con il punteggio di 115-111. I tre giudici dell’incontro, invece, non sono dello stesso avviso: il vincitore del match è Floyd Mayweather Jr, che si aggiudica il titolo mondiale WBC dei pesi leggeri battendo Jose Luis Castillo con gli sconcertanti punteggi di 116-111, 115-111 e 115-111.
Una simile stortura non può che esigere un provvedimento riparatore: il 7 dicembre dello stesso anno, Mayweather e Castillo si ritrovano sul ring per dirimere finalmente la questione. Nel ventre del Mandalay Bay Resort & Casino di Las Vegas, il nuovo campione concede la rivincita al proprio predecessore. Questa volta, la tattica elusiva di Mayweather si rivela efficace: gli assalti di Castillo vengono vanificati dai colpi d’incontro e dal movimento costante del campione, che legittima la propria qualifica gestendo l’incontro con il piglio autorevole del fuoriclasse. Paradossalmente, i punteggi dei giudici – per quanto concordi – sono meno ampi che nel verdetto del match precedente.
Dopo due difese del titolo contro Victoriano Sosa e Phillip N’dou, Mayweather è pronto per il passaggio alla categoria dei superleggeri. Nella nuova divisione, il pugile del Michigan affronta il coriaceo mancino DeMarcus Corley in un match valevole come incontro eliminatorio per la disputa del titolo WBC. Mayweather supera Corley e, nell’incontro seguente, surclassa Henry Bruseles, guadagnandosi così la possibilità di sfidare il campione mondiale WBC Arturo Gatti. Trentatreenne canadese di origine italiana, Gatti è un pugile che sarebbe potuto appartenere degnamente all’epoca eroica della boxe. Il suo temperamento indomito e la sua incredibile capacità di sovvertire le situazioni più disperate gli sono valsi l’amore incondizionato di innumerevoli sostenitori e la costruzione di una fama che trascende il valore oggettivo dei risultati conseguiti. La sua partecipazione a quattro incontri insigniti della qualifica di “Fight of The Year” dalla rivista “The Ring” è un fatto tutt’altro che casuale: quando combatte Arturo Gatti, lo spettacolo è garantito. Il 25 giugno 2005, Floyd Mayweather sale sul ring della Boardwalk Hall di Atlantic City per sfidare il campione WBC dei superleggeri, ormai noto come “The Ultimate Blood and Guts Warrior”. Il pugile canadese, di stanza appunto nel New Jersey, è un picchiatore animato da un orgoglio incommensurabile; il terribile gancio sinistro e i colpi al corpo sono le sue armi principali. L’inizio del match riserva una sorpresa: il campione, anziché aggredire come d’abitudine, si rifugia dietro una guardia da counterpuncher, tenendo il braccio sinistro lungo il fianco e il guantone destro accanto al mento. Questa scelta non è un fatto inedito nella carriera di Gatti, ma appare singolare come arma tattica da opporre a un pugile attendista come Mayweather. In realtà, la guardia del campione tradisce la volontà prioritaria di neutralizzare il diretto destro e il gancio sinistro dell’avversario, considerati come i colpi più pericolosi nel repertorio di Mayweather. L’atteggiamento difensivo del pugile canadese pregiudica fatalmente la varietà e l’incisività delle iniziative offensive, senza peraltro fornire i vantaggi previsti sul piano difensivo: il diretto destro di Mayweather centra la testa dell’avversario con facilità irrisoria e regolarità disarmante, causando scompensi evidenti con il succedersi delle riprese. Il campione, oltre a mantenersi sulla linea di tiro del rivale, resta sul posto anche dopo aver subito il colpo, consegnandosi così ai fendenti che sempre più spesso Mayweather combina al destro iniziale. Alla fine del sesto round, Gatti è distrutto; la decisione di non rialzarsi dallo sgabello appare sensata come poche altre nella carriera del gladiatore canadese. Mayweather vince l’incontro con una prova da dominatore, diventando campione mondiale nella terza categoria di peso. Il suo trionfo, tuttavia, è macchiato da un episodio che lo ha visto protagonista verso la fine del primo round, quando ha atterrato l’avversario con una scorrettezza non sanzionata dall’arbitro Earl Morton. Mayweather lascia Atlantic City con una vittoria schiacciante, ma forse con meno tifosi di quanti ne avesse prima del match.
Non pago del terzo titolo mondiale, Mayweather decide di cercarne un quarto nella divisione dei pesi welter. Dopo un match di collaudo contro l’esperto Sharmba Mitchell, il fuoriclasse del Michigan lancia la propria sfida al mancino Zab Judah, campione mondiale della categoria per l’IBF. Il match viene disputato il giorno 8 aprile 2006 al Thomas & Mack Center di Las Vegas; i due contendenti, arsi da una rivalità che sconfina nell’avversione, si danno battaglia sin dall’inizio. I primi quattro round sono dominati dal mancino Judah, che lascia l’iniziativa all’avversario per colpirlo d’incontro o di rimessa. Due azioni del campione, in particolare, risultano indigeste a Mayweather: il jab destro seguito dal gancio destro d’incontro, che passa sul jab di risposta dell’avversario; il jab seguito da una schivata verso sinistra e dal rientro con il diretto mancino. Nella ripresa iniziale, Judah atterra Mayweather con un bellissimo gancio destro di prima intenzione, ma l’arbitro non ratifica il knockdown perché non vede il guantone di Mayweather mentre tocca il tappeto. Nel quarto round, il campione si ripete: dopo aver portato più volte il jab durante una veloce rotazione verso destra, Judah inquadra Mayweather e lo batte sul tempo sferrando un potente diretto sinistro. Il colpo scuote pesantemente la testa dello sfidante, che riesce comunque a superare il momento di difficoltà. A partire dal round successivo, Mayweather trova il modo per scardinare la guardia destra di Judah: seguendo la rotazione verso destra del rivale, il pugile del Michigan entra con il diretto destro doppiato dal gancio sinistro. Il campione prova a rispondere con orgoglio, ma la riscossa di Mayweather è tanto veemente da sottrarre all’avversario il controllo del match per la seconda metà del confronto. La pressione che Mayweather esercita sugli spostamenti del rivale coglie Judah del tutto sprovvisto di argomenti, forse anche per il timore di incorrere nei micidiali colpi d’incontro dello sfidante. Le fasi a corta distanza, sempre più frequenti per via della condotta aggressiva di Mayweather, sono dominate dallo sfidante, che alterna magistralmente i ganci ai body-shots. Il ritmo alto e il diretto destro di prima intenzione sono gli strumenti con i quali Mayweather sbaraglia le ultime resistenze di Judah, cui non resta altro che sfogare la propria frustrazione con un colpo basso intenzionale seguito da un vile fendente alla nuca. La condotta antisportiva del campione innesca una rissa che vede Roger Mayweather – zio nonché allenatore di Floyd – e lo stesso Judah tra i protagonisti più scatenati. Le schermaglie non si traducono in provvedimenti disciplinari; dopo aver contribuito a ricomporle toccando cavallerescamente il guanto dell’avversario, Mayweather impone la propria supremazia anche nelle due riprese conclusive, sbeffeggiando ripetutamente il nervoso rivale. Al termine di un match bello e animoso, Floyd Mayweather Jr viene riconosciuto vincitore per Decisione Unanime, diventando così campione mondiale nella quarta categoria di peso.
(Il filmato di Mayweather-Judah)
Mayweather lascia vacante il titolo pochi mesi dopo averlo conquistato; quindi, lancia la propria sfida all’argentino Carlos Baldomir, campione mondiale dei welter per il WBC. La scelta dell’avversario condanna Mayweather a una fitta pioggia di critiche: pugili come Miguel Angel Cotto, Shane Mosley, Antonio Margarito attendono con impazienza la possibilità di affrontarlo, ma vengono accuratamente evitati. Contro Baldomir, combattente roccioso ma lento, Mayweather vince con il massimo agio; il titolo mondiale WBC dei pesi welter si aggiunge alla sua nutrita collezione di cinture iridate.
Il 5 maggio 2007 è il giorno in cui va in scena una delle sfide più lungamente anelate nella storia del pugilato moderno. Sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas, Floyd Mayweather Jr e Oscar De la Hoya sono finalmente l’uno di fronte all’altro per disputarsi il titolo mondiale WBC dei superwelter. Per anni si è favoleggiato della possibilità che i due s’incontrassero, ma l’ormai conclamata ritrosia di Mayweather ha sempre impedito l’organizzazione dell’evento. Con tutta probabilità, il ripensamento del campione dei welter è motivato dall’età di De la Hoya: a trentaquattro anni, il fuoriclasse californiano non è certo nel pieno dell’efficienza fisica, a maggior ragione dopo le numerose battaglie sostenute. Diversamente da Mayweather, infatti, De la Hoya si è sempre premurato di affrontare i migliori pugili del proprio tempo, anche a costo di sfidarli in categorie che non gli appartenessero; questa condotta lo ha già destinato all’Olimpo degli immortali, ma ne ha d’altro canto impoverito le risorse fisiche ed agonistiche. Campione mondiale in ben sei divisioni di peso, Oscar De la Hoya è un pugile completo, veloce di braccia e di gambe; il gancio sinistro portato dal basso verso l’alto è il colpo migliore del suo repertorio. Come spesso accade in casi del genere, l’incontro delude ampiamente le attese: i round, tesi ma poco combattuti, scorrono sull’equilibrio monotematico dettato dalla tattica conservativa di Mayweather. Lo sfidante si accontenta di gestire il confronto, costruendo la vittoria nei singoli round sulla propria invulnerabilità difensiva e sui pochi colpi messi a segno. Il campione, invece, attacca con la massima generosità, cercando – spesso invano – di tagliare il ring e colpendo soprattutto al corpo. Il controllo generale del match è saldo nelle mani di Mayweather, ma il campione dei welter rischia seriamente di regalare il verdetto a De la Hoya praticando un pugilato troppo avaro e parsimonioso. Alla fine dell’incontro, i tre giudici dichiarano vincitore Mayweather con un verdetto di Split Decision che restituisce il senso complessivo della sfida. Con questo successo, Floyd Mayweather Jr si laurea campione mondiale nella quinta divisione di peso.
Tornato nella categoria dei welter per difendere il titolo ancora in proprio possesso, Mayweather consolida la personale vocazione alla selezione oculata degli avversari accettando la sfida di Ricky Hatton, già campione mondiale imbattuto nella divisione dei superleggeri. Hatton è un pugile di temperamento e aggressività difficilmente eguagliabili, ma difetta di rudimenti tecnici fondamentali. Non avendo la struttura pugilistica di un elemento come Castillo, il pugile inglese carica Mayweather con la furia e la lucidità di un toro, andando regolarmente a vuoto e finendo per essere infilzato a metà del decimo round, quando un magnifico gancio sinistro d’incontro di Mayweather lo manda dritto contro il sostegno delle corde. La vittoria contro Ricky Hatton segna il ritiro a tempo indeterminato di Mayweather dall’attività agonistica.
Dopo una pausa durata ben ventuno mesi, Mayweather sceglie di affrontare il campione mondiale dei pesi leggeri Juan Manuel Marquez. Messicano di trentasei anni, Marquez è l’avversario ideale per un match di rientro: pur essendo un pugile di valore eccelso, non può competere in alcun modo con Mayweather sul piano fisico. Il catch weight di 146 libbre è ampiamente fuori dalla portata di campione messicano; ove ciò non bastasse, Mayweather eccede di due libbre il peso concordato, salendo sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas con la mole effettiva di un superwelter. Il 19 settembre 2009, un incontro senza storia si conclude con la chiara vittoria ai punti di Floyd Mayweather.
L’ultimo incontro disputato da Mayweather ha luogo il 1° maggio 2010. Nel ventre dell’MGM Grand di Las Vegas, Mayweather accetta la sfida di Shane Mosley, glorioso pugile di quasi trentanove anni. Anche Mosley, come già De la Hoya, beneficia della possibilità di sfidare Mayweather con un ritardo di diversi anni: il fuoriclasse di Pomona non è più il pugile che divenne campione mondiale in tre divisioni di peso; di quello splendido combattente non resta che il destro, la cui detonante potenza si è conservata intatta negli anni. Durante il secondo round del match con Mayweather, la potenza di quel destro deflagra in due occasioni, facendo tremare le ginocchia del rivale. Mayweather limita i danni ricorrendo a tutta la propria scienza difensiva; quindi, dismessa la scomoda veste dell’attaccante, torna a praticare il proprio pugilato, domando facilmente un avversario ormai povero di risorse fisiche ed agonistiche. Dopo aver persino irriso il rivale, Mayweather conduce serenamente in porto una netta vittoria ai punti che poco aggiunge alla sua gloria.
Attualmente, Floyd Mayweather Jr si prepara per la sfida a Victor Ortiz, campione mondiale dei pesi welter per il WBC. L’incontro dovrebbe preludere al futuro confronto con Manny Pacquiao, finalmente in predicato di disputarsi dopo un estenuante processo di negoziazione.
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