Osservando le stelle: Sergio Martinez

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La meraviglia nascosta- A cura di Matteo Biancareddu

 

MartinezSergioNell’anno di Grazia 2010, Sergio Gabriel Martinez riscuote finalmente l’ingente credito maturato nei confronti della Sorte e della boxe. All’età di trentacinque anni, il pugile argentino ottiene il riconoscimento internazionale che ha lungamente agognato e pienamente meritato, affrancando così la propria carriera dal limbo cui pareva essere stata condannata. Per guadagnarsi il rango che gli compete, Martinez ha superato non solo gli avversari più forti, ma anche gli inconvenienti che la sfortuna e l’inettitudine altrui hanno regolarmente disseminato sul suo cammino. La rivalsa finale, per quanto tardiva, è un atto di giustizia nei riguardi dell’atleta e della boxe.

L’inizio della grande storia di Sergio Martinez può essere fatto risalire al 19 febbraio 2000. Al Mandalay Bay Resort & Casino di Las Vegas, Erik Morales e Marco Antonio Barrera stanno per mettere in scena il primo atto della propria leggendaria trilogia d’incontri. Nell’attesa, il pubblico – in verità ancora sparuto – si distrae con i match di contorno, tra i quali si distingue per interesse quello che oppone il peso welter messicano Antonio Margarito al pari peso argentino Sergio Martinez. Il ventiduenne Margarito è un picchiatore duro di nocche e di mascella, temprato dai ventitré incontri sostenuti nei primi sei anni di attività professionistica. Malgrado le tre sconfitte subite, il pugile di Tijuana è un elemento in ascesa costante, reduce da undici vittorie consecutive. Il venticinquenne Martinez, invece, è imbattuto in diciassette incontri che ne hanno rivelato le pregevoli doti tecniche. Di tali capacità il pugile argentino offre un saggio nel primo round: abilissimo nel gioco di gambe, Martinez entra nella guardia dell’avversario con velocità e tempismo, uscendone tanto rapidamente da rendere vana qualsiasi reazione. Sul piano tattico, la condotta dell’argentino riserva una sorpresa: pur combattendo in guardia destra, Martinez esegue la rotazione verso sinistra, entrando così nella traiettoria del terribile diretto destro di Margarito. Questa scelta, per quanto originale, valorizza le notevoli abilità difensive del talento argentino: vedendo il destro partire da lontano, Martinez ha la possibilità di mandarlo a vuoto con i movimenti dei piedi e con le schivate, per poi rientrare colpendo d’incontro o di rimessa. Fin dall’inizio della ripresa, la metodica aggressività con la quale Margarito taglia il ring porta spesso l’argentino nei pressi delle corde, riducendo gli spazi e le vie d’uscita a sua disposizione; Martinez cerca di eludere la pressione con repentini cambi di direzione, ma il pugile messicano lavora bene con gli spostamenti, tracciando traiettorie che gli consentono di rimettersi prontamente in asse con l’avversario. In questa situazione, Martinez agisce d’anticipo entrando con uno scattante diretto sinistro doppiato da un gancio destro in uscita; al secondo colpo fa immediato seguito un rapido spostamento laterale con flessione sul tronco, che vanifica le repliche dell’avversario e consente l’uscita dalla sua guardia. Quando Margarito prova ad entrare facendosi strada con il jab, Martinez esce dal corridoio di avanzamento con uno spostamento verso destra, blocca – o schiva – il colpo e risponde con un guizzante jab destro doppiato da un potente diretto sinistro. Il primo round, scandito da questi temi tattici, scorre sotto il controllo del pugile argentino, che appare in grado di arginare e rintuzzare le poderose cariche del rivale. Margarito, pur centrato da fendenti precisi e maligni, non recede minimamente dalla propria condotta aggressiva, dimostrando una tenuta ai colpi quasi disarmante. Nei secondi finali del round, l’implacabile pressione del picchiatore messicano inizia a portare frutti concreti: inchiodato finalmente l’avversario alle corde, Margarito lo investe con una tremenda scarica di colpi simili a martellate; Martinez si difende al meglio, ma un diretto destro di pesantezza inaudita quasi lo scaraventa fuori dal ring, costringendo l’arbitro a sanzionare l’atterramento. La ripresa si conclude subito dopo, negando così al messicano la possibilità di completare l’opera di demolizione. I tre minuti iniziali hanno dimostrato che la sola abilità tecnica non sottrarrà Martinez al confronto fisico con il roccioso avversario. I round successivi si rincorrono sul filo dell’equilibrio: Martinez è preciso tanto nelle sortite offensive quanto nelle azioni difensive, mentre Margarito è sempre più incisivo negli scambi di colpi a corta distanza. Lo scontro all’arma bianca diventa il motivo dominante della sesta ripresa: Martinez, non avendo più la forza e la lucidità per tenere il match nei binari voluti, accetta gli scambi ogniqualvolta Margarito li proponga, uscendone regolarmente con le ossa rotte. Sfiancato soprattutto dai devastanti colpi al corpo, Martinez tenta disperatamente di sopravvivere alla furia distruttrice del messicano, cercando il clinch con frequenza sempre maggiore; Margarito arretra per sfuggire agli abbracci del rivale e continua a colpire senza tregua. Alla fine del settimo round, il naturale epilogo del confronto: Martinez, ormai alla mercé dell’avversario, viene opportunamente giudicato in difesa passiva dall’arbitro, che provvede a dichiararlo fuori combattimento. La vittoria proietta Margarito verso traguardi ambiziosi; Martinez, invece, deve leccarsi le ferite e smaltire le ripercussioni psicologiche della disfatta.

Senza voler indulgere alla cultura del sospetto, è doveroso citare l’ignobile misfatto di cui Margarito si macchierà il giorno 24 gennaio 2009. Il pugile messicano, poco prima di un match mondiale contro Shane Mosley, sarà sorpreso negli spogliatoi mentre imbeve i propri bendaggi in una sostanza dalle proprietà simili a quelle del gesso; una volta asciugatasi, tale sostanza avrebbe indurito la fasciatura rendendola contundente. E’ ragionevole supporre che tale pratica – lungi dall’essere episodica – sia ricorsa regolarmente nella carriera di Margarito, così da inficiare l’esito di molti incontri. Ovviamente, non esiste prova che dimostri l’adozione di questo accorgimento anche in occasione del match contro Martinez; in quell’incontro, tuttavia, i colpi del picchiatore messicano sono sembrati avere una forza d’urto fuori dal comune.

Dopo aver collezionato ben ventisette successi consecutivi, Martinez ha finalmente l’occasione di competere per un titolo mondiale: il 4 ottobre 2008, il pugile argentino contende il titolo WBC “ad interim” dei superwelter al trentatreenne congolese Alex Bunema. Già vincitore di validi pugili quali Walter Matthysse, Roman Karmazin e Vince Phillips, Bunema conta trenta vittorie e cinque sconfitte in carriera. Sul ring di Temecula, in California, Martinez impartisce all’avversario una severa lezione, costringendolo alla resa dopo il settimo round. La conquista del titolo “ad interim” dovrebbe preludere alla disputa del titolo mondiale regolare; prima, però, Martinez deve difendere la cintura dall’assalto di Kermit Cintron. Portoricano ventinovenne, Cintron è un terribile picchiatore: delle trenta vittorie appuntate sul suo record, ben ventisette sono maturate prima del limite; le due sole sconfitte sono state altrettanti K.O. inferti dalla mano pesante di Antonio Margarito. Già campione mondiale dei pesi welter per l’IBF, Cintron combatte il match di esordio nella divisione dei superwelter. Il 14 febbraio 2009, il BankAtlantic Center di Sunrise ospita uno degli scandali più riprovevoli degli ultimi decenni; ne sono protagonisti nonché artefici l’arbitro Frank Santore Jr e i giudici Ged O’Connor e Peter Trematerra. Nel settimo round di un incontro che Martinez tiene stabilmente in pugno, un perfetto sinistro del pugile argentino colpisce Cintron alla punta del mento; il pugile portoricano, tradito dalle gambe, adagia le terga sulle corde e viene contato dall’arbitro. Non avendo ancora recuperato il controllo nervoso degli arti inferiori, Cintron resta al tappeto e replica al conteggio dell’arbitro protestando le proprie oscure ragioni; quindi, una volta dichiarato fuori combattimento, riesce finalmente a rialzarsi e rinnova i propri reclami nei confronti dell’arbitro, trascinandosi dietro il proprio angolo e riscuotendo l’incondizionata approvazione del pubblico. L’oggetto delle rimostranze è una fantomatica testata cui Cintron imputa l’atterramento. Persuaso dalle insistenze del millantatore portoricano, l’arbitro Santore richiama all’ordine il festante Martinez, comunicandogli la decisione di far riprendere il match dal round successivo. Il pugile argentino, incredulo per il ripensamento e risentito con l’avversario, domina l’ottavo round entrando nella guardia di Cintron a proprio piacimento e ridicolizzando la grossolana lentezza del rivale. L’incontro giunge al limite delle dodici riprese sotto l’autorevole controllo di Martinez, che si rimette ai giudici per essere risarcito del maltolto. Ma i giudici O’Connor e Trematerra completano la beffa e lo scempio, ratificando entrambi un punteggio di 113-113 che vanifica il 116-110 per Martinez annotato dal giudice Kaczmarek. Con un grottesco pareggio per Majority Decision, Martinez viene derubato per la seconda volta nello stesso match.

Tre mesi più tardi, il pugile sudamericano ha modo di consolarsi con il titolo mondiale del WBC, che gli viene assegnato dall’ente dopo la destituzione di Vernon Forrest dalla qualifica di detentore. Tuttavia, la cintura resta nelle mani di Martinez solo per pochi mesi; il pugile argentino ha infatti deciso di passare nella categoria dei pesi medi. Il 5 dicembre 2009, Sergio Martinez affronta Paul Williams nella nuova divisione di peso; questo match, pur non avendo alcun titolo in palio, designerà il pugile che proverà a rovesciare la dittatura instaurata da Kelly Pavlik nella categoria dei medi. Williams è un pugile statunitense di ventotto anni; al pari di Martinez, è mancino e proviene dalla divisione dei superwelter. I suoi 185 centimetri d’altezza e i trascorsi da peso welter hanno ispirato un lusinghiero paragone con Thomas Hearns; in realtà, Williams non ha nelle mani la potenza capricciosa ma deflagrante che il “Cobra di Detroit” sapeva sprigionare. Sul ring della Boardwalk Hall di Atlantic City, il match inizia con una netta demarcazione dei rispettivi ruoli: Martinez ruota verso sinistra lungo le corde, mentre Williams tiene il centro del ring e cerca di tagliare il quadrato. La rotazione verso sinistra scelta dal pugile argentino appare funzionale all’esigenza di sottrarsi al pericoloso mancino dell’avversario; questo accorgimento, tuttavia, viene presto contrastato dai puntuali spostamenti di Williams, che interviene sulla traiettoria del movimento di Martinez imponendo l’inversione della rotazione. Spesso chiuso alle corde, l’argentino trova il modo per uscirne portando un gancio destro d’anticipo e in uscita che ricorda quello usato da Floyd Mayweather Jr in situazioni simili; la difesa di Williams, tutt’altro che perfetta, tradisce difficoltà nella lettura del colpo. Durante le fasi iniziali del primo round, Martinez denuncia comunque un certo disagio per l’atteggiamento aggressivo del rivale, tendendo a subirne l’iniziativa; attaccato da Williams con il jab in avanzamento, il pugile argentino evita un gancio destro spostandosi verso la propria destra, ma incorre così nel gancio sinistro dell’avversario; il fendente, pur colpendo la tempia di Martinez in modo sporco, costringe il pugile di Buenos Aires al tappeto. L’atterramento ha forse l’effetto di pungolare il trentaquattrenne argentino, inducendolo a una reazione vigorosa. Subito dopo aver assaggiato il tappeto, Martinez scuote la mascella del rivale con un poderoso gancio sinistro a spiovere, le cui conseguenze si riflettono nell’irrigidimento delle gambe di Williams; quindi, giusto in chiusura di ripresa, il pugile argentino assesta un perentorio gancio destro alla mascella di Williams, ancora una volta scoperta: il pugile statunitense rovina sulle corde, dividendo con l’avversario l’esperienza del conteggio. A partire dal secondo round, il pugilato di Martinez si fa sempre più agile, sciolto e preciso: l’argentino entra nella guardia del rivale con tempismo e velocità, uscendone indenne grazie ai rapidi movimenti delle gambe e del tronco; la sua destrezza difensiva si sublima in un gioco di gambe sempre più vario, cui si sommano il continuo dinamismo e l’ottima lettura dei colpi. Malgrado l’abissale differenza d’allungo, il jab di Martinez mortifica quello di Williams; all’ineluttabile gancio destro d’anticipo si aggiunge il diretto sinistro al fegato, che induce l’avversario a sguarnire la mascella sul gancio destro seguente. Nell’ottavo round, questo schema d’azione spinge Williams sull’orlo di un secondo atterramento. Il pugile statunitense porta una quantità incalcolabile di colpi, pur difettando di precisione; l’abilità negli scambi a corta e media distanza gli vale la vincita dei singoli round nei quali Martinez si ostini ad accettare la battaglia. Tuttavia, la vittoria finale appartiene certamente al pugile argentino. Questa valutazione finale del match trova concordi tutti gli spettatori meno che i giudici, ancora una volta avversi allo sventurato sudamericano. Con un verdetto di Majority Decision che culmina nel delirante 119-110 del giudice Pierre Benoist, Paul Williams si aggiudica la vittoria.

Che la sconfitta di Martinez non sia stata effettivamente tale è un fatto acclarato; per questa ragione, il pugile argentino riceve ugualmente la proposta di sfidare Kelly Pavlik, campione mondiale dei pesi medi per il WBC e per la WBO. Ventottenne dell’Ohio, Pavlik è un picchiatore letale, capace di annientare l’avversario con un solo colpo. Salito sul trono dei medi dopo aver spodestato Jermain Taylor, il campione di Youngstown ha affermato la propria supremazia costringendo al K.O. chiunque lo abbia sfidato. Alto 185 centimetri, munito dei muscoli lunghi e sottili che contraddistinguono i picchiatori, Pavlik ha costruito la propria gloria sul detonante diretto destro, i cui effetti sugli avversari sono assimilabili a quelli causati da una fucilata. Il suo record vanta trentadue successi per K.O. su trentasei vittorie complessive, ma è sporcato dalla severa sconfitta riportata contro il leggendario Bernard Hopkins. Il 17 aprile 2010, Sergio Martinez sale sul ring della Boardwalk Hall di Atlantic City con la rabbiosa determinazione di chi è stato defraudato troppe volte dalla sorte. La tattica scelta per battere Pavlik è molto simile a quella che il pugile argentino adottò per affrontare Margarito: la rotazione verso sinistra, il diretto sinistro d’anticipo doppiato dal gancio destro in uscita, lo spostamento verso destra seguito dal rientro sul jab di Pavlik sono elementi che ricorrono in entrambi gli incontri. Del resto, Pavlik e Margarito sono due picchiatori che, al netto delle debite proporzioni e differenze, rispondono allo stesso modello di pugile. Il campione dell’Ohio, tuttavia, si dimostra poco aggressivo e piuttosto impacciato nel tagliare il ring, così da concedere all’avversario un ampio margine di movimento. Martinez approfitta della situazione dettando i tempi delle azioni e sfruttando gli spazi; i suoi attacchi per linee interne, sempre più autorevoli ed efficaci, trovano nell’avversario un bersaglio facile. Con il passare delle riprese, la superiorità dello sfidante assume persino i connotati della punizione fisica: nella seconda metà dell’incontro, le arcate sopraccigliari di Pavlik grondano sangue, testimoniando in modo eloquente l’incisività dei colpi subiti. Martinez controlla il match fino al termine, domando definitivamente un avversario ormai provato e frustrato. Questa volta, i giudici sono chiamati all’espletamento di una semplice formalità: i tre punteggi consegnano unanimemente la vittoria a Sergio Martinez, consacrandolo nuovo campione dei pesi medi per il WBC e per la WBO.

(Le immagini del 2° Martinez-Williams)


Il 20 novembre 2010, Martinez pone in palio il proprio titolo WBC contro Paul Williams. Sebbene l’incontro sia valevole per una cintura iridata, le regole d’ingaggio prescrivono l’osservanza di un catch weight fissato a 158 libbre. Sullo stesso ring che ospitò il primo match, Sergio Martinez si prende l’anelata rivincita nel modo più brutale e spettacolare possibile: dopo un minuto dall’inizio del secondo round, un formidabile gancio sinistro si abbatte sul mento di Williams, che stramazza quasi esanime al tappeto. Il colpo, portato con tutto il peso del corpo, è analogo a quello che scosse il mancino statunitense nel round iniziale del primo match. Con un K.O. destinato a rimanere negli annali della boxe moderna, Sergio Martinez s’impone definitivamente come uno dei migliori pugili al mondo.

L’ultimo match di Martinez viene disputato il 12 marzo 2011, quando il campione argentino raccoglie la sfida dell’ucraino Serhiy Dzindziruk. Longilineo mancino di trentacinque anni, Dzindziruk è provvisto di una linea stilistica eccellente, nobilitata da un jab pregevole. Già campione mondiale per la WBO nella categoria dei superwelter, Dzindziruk ha vinto i trentasette incontri disputati in carriera. A dispetto delle credenziali, lo sfidante si dimostra di gran lunga inferiore al campione, che gli infligge una punizione esemplare. Incapace di doppiare il jab con il sinistro di sbarramento, Dzindziruk viene travolto dalle impetuose iniziative del rivale, che schiva il diretto destro con uno spostamento verso la propria destra, per poi entrare nella guardia con il jab doppiato dal diretto sinistro. Il pugilato monolitico di Dzindziruk non contempla varianti utili; perciò, lo sfidante ucraino affronta inerme un calvario interminabile, che si conclude nell’ottava ripresa con tre atterramenti.

All’età di trentasei anni, Sergio Gabriel Martinez è Fighter of the Year in carica; nel prossimo match, il fuoriclasse argentino raccoglierà la sfida di Darren Barker, campione europeo dei pesi medi.