
L’orgoglio di Portorico -
di Matteo Biancareddu
Il giorno 11 novembre 2004, MiguAngel Cotto inaugura il proprio dominio sulla categoria dei pesi superleggeri. Fra le mura amiche del Coliseo Jose Miguel Agrelot, il ventitreenne pugile portoricano batte il brasiliano Kelson Pinto per K.O.T. al sesto round, aggiudicandosi il titolo mondiale vacante della WBO. Nell’occasione, l’imbattuto demolitore caraibico riafferma le proprie qualità di aggressore duro e implacabile, offrendo un’impressionante prova di forza distruttrice. L’andamento del match è favorevole a Cotto fin dalla prima ripresa: la pressione esercitata dal pugile di Caguas costringe ben presto il longilineo avversario ad accettare la corta distanza; gli scambi che ne conseguono vedono prevalere regolarmente il portoricano, che flagella il rivale con il gancio sinistro e con autentiche bordate ai fianchi. Pinto si batte con generosità, ma non adotta le debite contromisure per tenere la distanza ed evitare gli scambi; così, il suo incontro degenera fatalmente in un calvario scandito da tre atterramenti, l’ultimo dei quali chiude la contesa.
Nel primo incontro di difesa del titolo, Cotto si sbarazza agevolmente dello statunitense Randall Bailey, che si arrende per ferita nel sesto round dopo aver assaggiato il tappeto in due occasioni. Ben più impegnativa – ancorché di durata altrettanto breve – è la sfida che, il 26 febbraio 2005, vede il campione portoricano opposto allo statunitense DeMarcus Corley. Mancino nativo di Washington, Corley è un granitico combattente di trent’anni, duro di mascella e pericoloso negli scontri a corta distanza. Già campione dei superleggeri per la WBO tra il 2001 e il 2003, lo sfidante di Miguel Angel Cotto sale sul ring del Coliseo Ruben Rodriguez di Bayamón per riprendersi la cintura che Zab Judah gli sfilò un anno e mezzo prima. Nel primo round del match, tuttavia, Cotto afferma recisamente la propria superiorità tecnica. Entrando da sinistra con il jab o con il diretto destro, il pugile portoricano riesce sempre a chiudere la distanza, tempestando l’avversario di ganci al corpo e alla testa. In uno di questi frangenti, Cotto centra il bersaglio con un preciso gancio destro al plesso solare, cui si aggiunge un gancio sinistro che costringe lo sfidante al tappeto. Quando Corley si rialza, il campione insiste nella propria metodica opera di demolizione, disponendo liberamente di un avversario frastornato e intimidito. Il pugile di Washington, provato dall’incessante bombardamento cui è sottoposto, scivola al tappeto una seconda volta, senza che l’arbitro sanzioni l’atterramento; quindi, in chiusura di round, sopravvive a stento all’ultima salva di colpi esplosa dal campione. Uscito indenne dalla tremenda ripresa iniziale, Corley si riprende nei minuti successivi, dispensando scorrettezze che Cotto si premura di restituirgli. Nel terzo round, la sorpresa: un ampio gancio destro dello sfidante spiove sulla tempia del pugile portoricano, traducendosi nell’intorpidimento degli arti inferiori. Pur con le gambe rigide e malferme per diversi, interminabili secondi, Cotto riesce a trarsi d’impaccio cingendo l’avversario in un clinch provvidenziale. Tuttavia, il campione rimane in balia dello sfidante per la rimanente parte della ripresa, rischiando addirittura la capitolazione. Il quarto round, invece, procede sul solco di un generale equilibrio: Cotto, beneficato dal minuto di riposo, riprende il controllo della contesa, mentre Corley rintuzza le avanzate dell’avversario con un insidioso gancio destro d’incontro. Intorbidito dalle persistenti scorrettezze reciproche, l’incontro matura l’epilogo nella quinta ripresa: il campione, assiduo e preciso nel tagliare il ring, chiude alle corde lo sfidante con frequenza crescente, mettendo a segno colpi potenti e puliti; due di questi atterrano Corley nel minuto finale del round, costringendolo ad accasciarsi nuovamente pochi secondi più tardi. Il secondo atterramento, scelto dal pugile statunitense in alternativa all’imminente punizione, suggerisce all’arbitro l’interruzione del match, poi contestata dalla parte dello sconfitto. Con tre atterramenti in cinque riprese, Miguel Angel Cotto regola e sgretola il coriaceo DeMarcus Corley, confermandosi campione della categoria per la WBO.
Dopo aver battuto l’uzbeko Muhammad Abdullaev per K.O.T. al nono round, Cotto raccoglie la sfida di Ricardo Torres, un pugile colombiano di ventiquattro anni. Al pari di molti connazionali più o meno illustri, Torres è un picchiatore con poca tecnica e mani pesanti come macigni. Delle ventotto vittorie appuntate sul suo record, ben ventisei sono maturate prima del limite. Il 24 settembre 2005, due combattenti irriducibili e imbattuti si fronteggiano sul ring della Boardwalk Hall di Atlantic City. L’inizio del match è favorevole al campione, che trova agevolmente la distanza e porta le proprie combinazioni di ganci al corpo e alla testa. Torres, per contro, cerca di colpire di rimessa con il diretto destro e – soprattutto – con il gancio sinistro, ma le sue azioni risultano piuttosto prevedibili. Nella prima ripresa, il pugile di Barranquilla cade al tappeto su una pregevole combinazione di tre colpi, lasciando presagire uno sviluppo unidirezionale del confronto. Ma la ripresa seguente riserva un sensazionale colpo di scena: Cotto, incurante delle insidie che si celano nei guantoni dell’avversario, propone uno scambio prolungato a corta distanza, costringendo lo sfidante a difendersi spalle alle corde; da questa posizione, il picchiatore colombiano sventaglia una serie di ganci poderosi, due dei quali fanno vacillare paurosamente l’incauto portoricano. Fiutando l’occasione, Torres moltiplica e infittisce gli attacchi, costringendo infine l’avversario al tappeto. Tutt’altro che intimorito, Cotto non recede dalla propria condotta aggressiva: nei due round seguenti, il campione di Caguas ammacca i fianchi dello sfidante con un impressionante numero di bordate terribili, che certamente fiaccano la resistenza del pugile sudamericano. Verso la fine del quarto round, Torres torna al tappeto sugli effetti di un sinistro al corpo. L’incontro sembra essere ormai nelle mani di Cotto, ma il suo vizio di stare sui colpi torna a costare caro nel quinto round, quando Torres quasi lo stende per la seconda volta con un gancio destro doppiato da un montante sinistro; lo stordimento causato dai colpi subiti condanna il pugile portoricano a lunghi minuti di sofferenza, durante i quali soltanto la forza di volontà lo sottrae al crollo definitivo. Nel round seguente, Cotto sovverte nuovamente le sorti del confronto atterrando l’avversario con un preciso diretto destro. I due rivali giungono così alla settima ripresa, nella quale la battaglia si inasprisce ulteriormente. In apertura, un entusiasmante scambio all’arma bianca vede prevalere Torres; ma il veemente ritorno di Cotto propizia l’assalto decisivo, che culmina nell’atterramento definitivo del colombiano al termine dell’ennesimo, durissimo scambio. Miguel Angel Cotto stronca così un terribile picchiatore, suggellando la straordinarietà delle proprie risorse fisiche e temperamentali.
Dopo aver battuto per K.O.T. all’ottavo round il generoso Gianluca Branco, Cotto piega soltanto ai punti l’italoamericano Paul Malignaggi, superando le difficoltà portate dall’ottimo jab e dallo stile elusivo dello sfidante. Questo match chiude l’esperienza di Cotto nella divisione dei superleggeri, decretandone il passaggio alla categoria superiore.
Il 2 dicembre 2006, Miguel Angel Cotto esordisce nella divisione dei pesi welter affrontando l’imbattuto connazionale Carlos Quintana per il titolo mondiale vacante della WBA. Quintana è un mancino scorbutico, dotato di un pugno pesante e di buone capacità tattiche. Fin dall’inizio del match, la condotta aggressiva di Cotto mette a disagio l’avversario, frustrandone l’intento di agire da incontrista; la pressione esercitata dal pugile di Caguas costringe Quintana ad accettare gli scambi, dai quali Cotto esce regolarmente vincitore. Verso la fine del quinto round, un devastante gancio sinistro al fianco risolve la contesa: Quintana, dopo aver subito un secondo atterramento, resiste stoicamente fino al termine della ripresa, salvo poi decidere di non rialzarsi dallo sgabello. Il primo successo tra i welter vale a Cotto la conquista del secondo titolo mondiale in altrettante categorie di peso.
(Il match tra Cotto e Judah)
Dopo una prima difesa del titolo contro il tedesco Oktay Urkal, Cotto è pronto a raccogliere la sfida dello statunitense Zab Judah. Già campione mondiale nelle divisioni dei superleggeri e dei welter, Judah è un insidioso mancino di ventinove anni, eccellente per tempismo e velocità d’esecuzione. Il 9 giugno 2007, il prestigioso ring del Madison Square Garden ospita un confronto di elevati contenuti tecnici, tattici e agonistici. Opposto ancora una volta a un mancino, Cotto attacca secondo il paradigma tattico specifico: un passo verso sinistra per chiudere all’avversario la rotazione verso destra; quindi, l’avanzamento per linee interne con il jab. All’atto pratico, questo schema d’azione viene regolarmente mortificato dalla replica di Judah, che evita il jab muovendosi sui piedi o sul tronco e rientra con un velenoso montante d’incontro. Il colpo scuote il campione in più occasioni, ma non ha l’efficacia di un deterrente: l’inesorabile aggressività del portoricano erode comunque la distanza, consentendogli di trovare la misura per scaricare i colpi al corpo. In realtà, Cotto colpisce anche sotto la cintura, finendo per essere punito dall’arbitro con la detrazione di un punto. Dopo un succedersi di fasi alterne, il pugile di Caguas trova il modo per aggirare l’ostacolo posto dalla guardia destra dell’avversario: cambiando guardia al momento di sferrare l’attacco, il campione portoricano disorienta e disarma il rivale, entrando efficacemente con un diretto sinistro doppiato da colpi corti. A partire dall’ottavo round, Cotto diventa il padrone assoluto del match, iniziando a forzare per chiudere anzitempo la contesa. Nella nona ripresa, Judah poggia spontaneamente il ginocchio sul tappeto dopo un martellante assalto del rivale; nell’undicesima, infine, il campione archivia la pratica con un diretto destro doppiato da un montante sinistro. Al termine di un incontro di alto spessore, Miguel Angel Cotto è sempre più saldo sul proprio trono.
Se la sfida con Judah è stata impegnativa sotto ogni aspetto, ancora più probante è il confronto che Cotto deve sostenere al Madison Square Garden il 10 novembre 2007; sul ring lo attende Shane Mosley, glorioso pugile californiano di trentasei anni. Già campione mondiale in tre divisioni di peso, Mosley è un atleta nel pieno fulgore delle capacità fisiche e agonistiche: l’inossidabile solidità della mascella e la devastante potenza del destro appaiono insensibili agli sgarbi del tempo. L’incontro tra Cotto e Mosley si consuma in dodici round di rara intensità; al termine, i cartellini dei giudici sono concordi nel riconoscere il portoricano come vincitore. In realtà, il confronto è stato molto equilibrato: Mosley ha colpito duramente con il proprio overhand destro, ma è stato meno continuo di Cotto – che, al riparo di un jab efficacissimo, ha saputo imporre la corta distanza con regolarità. Il verdetto, corretto nella sostanza, incorona compiutamente Miguel Angel Cotto come uno dei migliori pugili al mondo.
Il 26 luglio 2008, Cotto pone in palio il proprio titolo in un incontro con il messicano Antonio Margarito. Già campione dei pesi welter per la WBO e per l’IBF, Margarito è un micidiale picchiatore di trent’anni, capace di annientare il rivale con pochi colpi e di incassarne a decine senza fare una piega. Nei quarantuno incontri disputati, il “Tornado di Tijuana” non è mai stato mandato al tappeto; per contro, ha costretto al K.O. ventisei dei trentasei avversari battuti. La sfida tra Cotto e Margarito si innesta nel solco della secolare rivalità che contrappone il pugilato portoricano a quello messicano. Sulle spalle del pugile di Caguas, in particolare, grava l’onere di vendicare i numerosi connazionali caduti sotto i colpi dei rispettivi avversari messicani. Le sconfitte riportate da Hector Camacho, Edwin Rosario, Juan La Porte, Wilfredo Gomez contro Julio Cesar Chavez e Salvador Sanchez sono piaghe ancora vive nei cuori degli appassionati portoricani; a Cotto tocca in sorte l’incombenza di rimarginarle con una propria vittoria. Per contro, Margarito è determinato a ricalcare le orme del leggendario Julio Cesar Chavez, suo idolo d’infanzia. Sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas, l’incontro rivela sin da subito i propri temi tattici. Il campione deflette dall’abituale condotta aggressiva per adottare una tattica più prudente ma comunque propositiva: girando sempre verso sinistra, Cotto usa il piede mancino come perno di rotazione sia per entrare con il jab sia per arretrare sugli attacchi dell’avversario; questo schema d’azione consente al pugile portoricano di accorciare la distanza quando attacca e di tenere la distanza quando si difende. Margarito cerca di chiudere l’avversario tagliando il ring, ma incorre negli efficaci contrattacchi del rivale, che lo anticipa con serie veloci di ganci al corpo e alla testa per poi uscire dalle corde. Il pugile messicano avanza come un ariete, indifferente ai fendenti che pure lo colgono spesso scoperto; ma Cotto mostra una tecnica difensiva pressoché perfetta, che gli consente di bloccare i pesanti colpi del rivale per poi rispondere prontamente con i propri. Nei primi cinque round, il campione gestisce l’incontro con lucidità e autorevolezza, prevalendo anche negli scambi a corta distanza. A partire dalla sesta ripresa, però, la pressione di Margarito cresce d’intensità, tanto da inchiodare sempre più spesso l’avversario alle corde. I colpi al corpo del messicano sono autentiche martellate, mentre quelli alla testa lasciano segni evidenti sul volto di Cotto. Il pugile portoricano fatica a tenere i colpi dello sfidante, quasi avesse a che fare con un pugile di peso molto superiore; la forza d’urto degli attacchi impedisce ormai qualsiasi tentativo di replica, imponendo la necessità esclusiva di difendersi. Cotto cerca di eludere gli assalti muovendosi maggiormente per il ring, ma riesce soltanto a differire il momento della punizione. I colpi di Margarito, insistenti e inevitabili, alterano in modo impressionante i connotati del campione, che finalmente si arrende nell’undicesimo round. La sconfitta, maturata in modo drammatico e brutale, segnerà profondamente il pugile di Caguas tanto nel fisico quanto nel morale.
In occasione della prima difesa del titolo strappato a Cotto, Antonio Margarito viene sorpreso negli spogliatoi mentre indurisce i propri bendaggi imbevendoli in una sostanza simile al gesso; una volta asciugatesi, le fasciature si sarebbero solidificate, divenendo contundenti. E’ molto probabile che tale pratica sia ricorsa regolarmente nella carriera di Margarito, inficiandone i risultati sportivi. Rivisto in questa prospettiva, anche l’incontro con Cotto assume una valenza del tutto nuova.
Il 21 febbraio 2009, a sei mesi di distanza dal match con Margarito, Cotto batte l’inglese Michael Jennings per K.O.T. al quinto round, conquistando così il titolo mondiale vacante della WBO. Dopo una faticosa e stentata difesa della cintura contro l’arcigno ghanese Joshua Clottey, il pugile portoricano raccoglie la sfida del fenomenale filippino Manny Pacquiao. All’età di trentuno anni, Pacquiao è a caccia di un titolo mondiale nella quinta divisione di peso; la sua esponenziale crescita fisica e tecnica costituisce già un fenomeno di portata storica. Il 14 novembre 2009, il ring dell’MGM Grand di Las Vegas serve da palcoscenico per la strabiliante esibizione di Manny Pacquiao. Il fuoriclasse asiatico frantuma ogni dubbio circa l’ennesimo salto di categoria, infliggendo a Cotto una severa punizione. Per l’intera durata del match, il filippino entra nella guardia dello statico avversario da ogni direzione possibile, uscendone e rientrandovi con una velocità e un tempismo che mortificano l’impotente rivale. I due atterramenti che Cotto subisce nella terza e nella quarta ripresa derivano appunto da situazioni di questo genere; il pugile portoricano prova a colpire d’incontro o sull’uscita di Pacquiao dalla guardia, ma è efficace solo quando l’avversario indugia a corta distanza. Il fenomeno filippino digerisce con disinvoltura persino i colpi al corpo, dimostrando così di avere ormai sviluppato un fisico inattaccabile. L’incontro si chiude di fatto nel nono round, che vede Pacquiao infierire sull’avversario; nelle riprese seguenti, Cotto cerca semplicemente di sopravvivere fino alla fine del match, ma viene opportunamente fermato dall’arbitro nel corso dell’ultima frazione. Dopo una maestosa prova di forza e di classe, Manny Pacquiao strappa a Miguel Angel Cotto il titolo mondiale WBO dei pesi welter, laureandosi campione nella quinta divisione di peso.
La disfatta riportata suggerisce a Cotto il passaggio nella categoria superiore. Il 5 giugno 2010, il pugile portoricano sfida l’israeliano Yuri Foreman, campione mondiale dei superwelter per la WBA. A dispetto del nome, Foreman è un pugile dotato di una pregevole linea stilistica e di un pugno pressoché insignificante; la sua popolarità è dovuta in massima parte alla singolarità del suo orientamento culturale, che lo vede impegnato nello studio del Talmud e della Kabbalah ebraica al fine di diventare rabbino. Sul ring dello Yankee Stadium di New York, il pugilato aggressivo di Cotto si giova del confronto con un rivale poco pericoloso, esprimendosi senza alcuna remora. Per giunta, Foreman combatte con un infortunio al ginocchio che si aggrava drasticamente nel settimo round, tanto da indurre l’allenatore del pugile israeliano a chiedere l’interruzione del match. Solo la miopia dell’arbitro e il coraggio del campione consentono alla contesa di trascinarsi penosamente fino al nono round, quando un ottimo gancio sinistro al corpo chiude pietosamente il calvario di Foreman. Strappando al rivale il titolo mondiale della WBA, Miguel Angel Cotto diventa campione mondiale nella terza divisione di peso.
Dopo aver difeso la cintura dall’assalto del pittoresco nicaraguense Ricardo Mayorga, Cotto si accinge a disputare un match di rivincita con Antonio Margarito. Nel futuro del pugile di Caguas, appare più che probabile il passaggio nella categoria dei pesi medi: vincendo un titolo mondiale nella quarta divisione di peso, il guerriero di Caguas compirebbe un’impresa di cui nessun portoricano è mai stato capace.
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