L’immortale- di Matteo Biancareddu
La vittoria di Hopkins su Pascal vale fama e gloria imperiture, ma non è che il degno suggello di una carriera comunque leggendaria. Curiosamente, la parabola vincente del pugile statunitense fatica a decollare nella fase iniziale, incorrendo in intoppi che ne rallentano l’ascesa. Il primo di questi inconvenienti interviene il 22 maggio 1993 e risponde al nome di Roy Jones Jr. Ventiquattrenne proveniente dalla Florida, Roy Jones è un talento naturale di raro pregio, dotato in abbondanza di tutte le qualità che un pugile possa desiderare. Il ventottenne Hopkins, invece, è un combattente duro e aggressivo, già provvisto di quelle abilità tattiche e difensive che affinerà compiutamente negli anni a seguire. I due pugili salgono sul ring dello RFK Stadium di Washington per contendersi il titolo mondiale IBF dei pesi medi, lasciato vacante da James Toney dopo una vittoria su Mike McCallum. Jones è ancora imbattuto in ventuno incontri, venti dei quali hanno visto i suoi avversari soccombergli anzitempo; Hopkins, invece, ha subìto una sola sconfitta a fronte di ventidue vittorie, mettendo K.O. sedici dei propri rivali. Il match, per quanto combattuto, si snoda sotto il predominio di Roy Jones, che dispensa saggi delle proprie sfavillanti qualità. La folgorante velocità e l’inusitata potenza del pugile di Pensacola sono problemi irrisolvibili per qualsiasi avversario; Hopkins, pur battendosi con merito, non fa eccezione. Tuttavia, il guerriero di Filadelfia prova al rivale quanto dura sia la propria scorza, imponendo la corta distanza per gran parte degli ultimi tre round e chiudendo l’incontro in modo convincente. Al termine della sfida, Hopkins si proclama vincitore, ma i giudici consegnano il successo a Roy Jones con una giusto verdetto di Decisione Unanime.
Fallito il primo assalto a un titolo mondiale, Hopkins riprende la scalata battendo quattro avversari; quindi, ottiene una seconda occasione per conquistare il titolo IBF, lasciato vacante da Roy Jones Jr dopo un’ultima difesa contro Thomas Tate. Per aggiudicarsi la cintura, il pugile di Filadelfia accetta di combattere a Quito, nella tana del rivale. Il co-sfidante al titolo è Segundo Mercado, un combattente ecuadoregno di ventotto anni. Il 17 dicembre 1994, Hopkins inciampa nel secondo intralcio alla propria ascesa, scoprendo di quali nefandezze sia capace un giudice corrotto. Malgrado i due atterramenti subiti, il pugile statunitense domina ampiamente il confronto, ma viene defraudato della vittoria dal verdetto di due giudici. Il pareggio che ne consegue nega la conquista del titolo a entrambi i contendenti, suggerendo la ripetizione della sfida. Il 29 aprile 1995, Hopkins e Mercado si ritrovano sul ring; non più quello di Quito, sporcato dalle malefatte dei giudici, bensì quello di Landover, nel Maryland. Questa volta, il pugile di Filadelfia dirime la questione per proprio conto, costringendo Mercado al K.O.T. nel settimo round. Bernard Hopkins riscuote così il proprio credito con la Sorte, diventando campione mondiale per la prima volta.
(Le immagini di Hopkins-Trinidad)
La conquista del titolo IBF segna l’inizio di un’egemonia che si protrarrà incontrastata per più di dieci anni. Nei primi sei, Hopkins difende la corona in dodici occasioni, affrontando e battendo rivali validi ma non eccelsi. La concorrenza sbaragliata annovera tra gli altri i nomi di Glen Johnson, Simon Brown, Robert Allen, Antwun Echols; nessuno di questi sfidanti minaccia seriamente il primato del campione. In questi sei anni di regno indisturbato, Hopkins rivendica a più riprese il diritto a ingaggiare confronti più impegnativi e più remunerativi, senza essere tuttavia accontentato. La disdicevole interdizione del pugile di Filadelfia alle sfide di alto profilo si chiude nel 2001, quando il promoter Don King inserisce Hopkins in un torneo inteso all’unificazione dei vari titoli mondiali. Le due semifinali vedono impegnati lo stesso Hopkins contro il connazionale Keith Holmes e il portoricano Felix Trinidad contro lo statunitense William Joppy. Dalla combinazione delle due sfide risulta evidente l’intento di portare Hopkins e Trinidad all’incontro decisivo: Holmes e Joppy, pur essendo validi combattenti, sono chiaramente inferiori ai rispettivi rivali. Il disegno di Don King si compie fedelmente nei primi mesi del 2001, quando Hopkins supera agevolmente Holmes e Trinidad annienta lo sventurato Joppy. Come da copione, i due avversari designati arrivano a fronteggiarsi sul ring del Madison Square Garden, ponendo in palio i titoli IBF, WBA e WBC dei pesi medi. Il favorito annunciato è Felix Trinidad, ancora imbattuto dopo aver raso al suolo le categorie dei welter e dei superwelter; la sua potenza e la sua classe hanno piegato campioni quali Pernell Whitaker, Oscar De La Hoya e Fernando Vargas. All’età di ventotto anni, Trinidad è forse il miglior pugile portoricano di ogni tempo; una vittoria su Hopkins varrebbe certo l’investitura definitiva. Il 29 settembre 2001 è il giorno in cui si proclama il vero re dei pesi medi. Pochi lo sospettano, ma quella data passerà alla storia come il grande giorno di Bernard Hopkins. La destrezza difensiva e la sagacia tattica del pugile di Filadelfia raggiungono per l’occasione una vetta inesplorata e inarrivabile, così da impartire a Trinidad una severa lezione di boxe. Il temibile destro del pugile portoricano non inquadra mai l’avversario, che ruota appositamente verso destra ed entra in anticipo con colpi dritti per linee interne. Trinidad prova allora a sorprendere il rivale con il gancio sinistro, ma Hopkins ha già pronte le dovute contromisure: flettendosi sul tronco e spostandosi sui piedi con l’abituale maestria, il vecchio campione si sottrae regolarmente agli attacchi, gettando l’avversario in uno stato di apprensiva confusione. Con il passare delle riprese, Hopkins trascina Trinidad nel pantano degli scambi a corta distanza, dai quali il pugile di Filadelfia esce regolarmente vincitore. Scosso da colpi pesanti e precisi, il pugile portoricano resiste fino all’ultimo round, quando un ennesimo fendente lo abbatte al tappeto. La dinamica dell’azione che determina l’atterramento è l’emblema dell’intero confronto: il gancio sinistro di Trinidad si spegne sul guantone destro di Hopkins, che risponde all’istante con un gancio destro letale. Il fuoriclasse di Cupey Alto assiste impotente al conteggio, mentre il vincitore già celebra l’impresa. A trentasei anni, Bernard Hopkins è il campione assoluto e indiscusso della categoria.
Malgrado l’enorme portata del successo conseguito, il pugile di Filadelfia deve sostenere quattro difese del titolo piuttosto anonime. Di nuovo in attesa di un match adeguato al proprio blasone, Hopkins viene finalmente esaudito il 18 settembre 2004: sul ring dello MGM Grand di Las Vegas, il vecchio campione affronta Oscar De La Hoya, fuoriclasse californiano di ventinove anni. A quasi quaranta primavere, l’eterno guerriero raccoglie la sfida di un pugile già leggendario, campione mondiale in sei categorie diverse. Oltre alla gloria, De La Hoya porta in dote il titolo mondiale della WBO, unico pezzo mancante nell’esclusiva collezione di Hopkins. Mosso dall’ambizione di spodestare il re, il combattente di origine messicana ha voluto ingaggiare il duello a dispetto del divario fisico, largamente favorevole al campione. Tale differenza è destinata a giocare un ruolo dirimente nell’economia del match. Dopo otto round densi di scambi a corta distanza, nei quali De La Hoya ha tentato invano di imporre la maggiore velocità di braccia, Hopkins chiude bruscamente la contesa nella nona frazione, stroncando l’avversario con un secco sinistro al fegato. Con questa vittoria, il pugile di Filadelfia unifica completamente il titolo mondiale, aggiungendo alle cinture già in proprio possesso quelle del WBO e della rivista The Ring.
La prima difesa del titolo interamente unificato diventa un’occasione per fare incetta di primati: battendo senza patemi il guyanese Howard Eastman, Hopkins riesce nella duplice impresa di difendere le cinture per la ventesima volta e mantenere il titolo mondiale dopo la completa riunificazione.
La vittoria contro Eastman è l’ultimo capitolo dell’irripetibile storia scritta da Hopkins nella categoria dei pesi medi. Il 16 luglio 2005, infatti, il pugile di Filadelfia cede i propri titoli a Jermain Taylor, un ventottenne proveniente dall’Arkansas. Il verdetto non unanime che premia lo sfidante è tanto sorprendente quanto controverso. La condotta sparagnina e speculativa tenuta come d’abitudine da Hopkins ha sortito effetti deleteri; d’altra parte, Taylor non ha saputo imporre la propria supremazia, finendo per appiattirsi sulle scelte tattiche dell’avversario. In un match nervoso e inconcludente, il ruolo di attaccante formalmente giocato dallo sfidante è bastato a due dei tre giudici per sancire la destituzione di un pluridecorato campione mondiale. Un simile responso non può che suggerire un’immediata rivincita, che viene disputata il 3 dicembre 2005. Hopkins, a disagio nell’inedita veste di sfidante, finisce per replicare la prova del primo incontro; Taylor, invece, sfodera un jab efficace e forza il ritmo nei Championship Rounds. Questa volta, i giudici usano al campione il riguardo dovuto, decretandone correttamente la vittoria per Decisione Unanime.
Amareggiato per le inopinate cadute, Hopkins medita seriamente il ritiro; ma il fuoco della sua ambizione arde ancora, tanto da spingerlo a tentare nuove imprese nella divisione dei mediomassimi. Il 10 giugno 2006, il quarantunenne pugile di Filadelfia sfida il connazionale Antonio Tarver, longilineo pugile mancino di trentasette anni. Tarver è riconosciuto dalla rivista The Ring quale campione unico della categoria e come uno dei migliori pugili al mondo. Tanta considerazione deriva dai due successi raccolti contro Roy Jones Jr, che al pugile di Orlando deve anche l’onta del primo K.O. in carriera. Sulla scorta di tali risultati, il mancino della Florida viene dato come ampiamente favorito nel duello con il vecchio sfidante. Ma se è vero che la Storia del mondo procede per cicli, è altrettanto evidente che la storia di Hopkins prevede il ciclico sovvertimento dei pronostici sfavorevoli; in questo senso, il match con Tarver non fa eccezione. Il pugile di Filadelfia stritola il campione con una condotta aggressiva, doppiando l’ottimo jab con un destro che squarcia la guardia mancina dell’avversario. Atterrato una volta e povero di soluzioni, Tarver si arrende all’intramontabile rivale, che vince ai punti in modo schiacciante.
Dopo aver superato con agio il connazionale Ronald Winky Wright, Hopkins affronta il trentaseienne Joe Calzaghe, pugile gallese di origine sarda. Calzaghe è stato campione mondiale tra i supermedi per dieci anni esatti, durante i quali ha mantenuto immacolato il proprio record. Malgrado la sincera aspirazione a misurarsi con la boxe d’oltreoceano, il mancino britannico non ha mai calcato un ring statunitense. L’incontro con Hopkins gli offre finalmente l’occasione di raggiungere l’anelato riconoscimento internazionale. Il 19 aprile 2008, Bernard Hopkins e Joe Calzaghe danno vita a un confronto equilibrato e combattuto, la cui conclusione provoca il disappunto dello sconfitto. Un controverso verdetto non unanime consegna la vittoria al pugile gallese, che si aggiudica così il titolo mondiale posto in palio dalla rivista The Ring. Il match, teso e vibrante, si apre con l’atterramento di Calzaghe sugli effetti di un potente destro alla mascella. La fase seguente vede prevalere Hopkins, che doppia bene i colpi per linee interne e chiude la distanza con efficacia. Il ritorno di Calzaghe matura nella parte centrale dell’incontro, quando il pugile gallese ritrova il ritmo e impone la propria velocità di braccia. Al termine della sfida, le discrepanze tra i singoli punteggi provano l’equilibrio dei valori; d’altra parte, il work rate e il numero dei colpi messi a segno sembrano essere i fattori decisivi per la vittoria di Calzaghe.
Dopo questa sconfitta indigesta, il ritiro di Bernard Hopkins appare quantomai probabile. Invece, il pugile di Filadelfia continua a combattere, vincendo il tardivo rematch contro un Roy Jones ormai in disarmo. Sembrerebbe essere questo il passo d’addio ideale, vista la valenza di chiusura del cerchio che l’esito del match sembra avere. Ancora, le ipotesi più ovvie si rivelano infondate: il futuro di Hopkins tiene in serbo le due sfide mondiali con Pascal – e, con esse, la fama e la gloria imperiture.
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