Osservando le stelle: Amir Khan

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Il principe viziato- di Matteo Biancareddu

 

Khan(Amir Khan)

Il 6 settembre 2008, Amir Khan sale sul ring della Manchester Evening News Arena per disputare il diciottesimo match da professionista. Ad attenderlo tra le sedici corde, il giovane colombiano Breidis Prescott, un pugile che, malgrado la potenza celata nei guantoni, sembra destinato all’ingrato ruolo di vittima designata. Pur essendo imbattuto al pari del rivale, il rude picchiatore di Barranquilla difetta della tecnica necessaria per reggere il confronto con l’inglese, ritenuto a buon diritto troppo abile e veloce. A soli ventuno anni, il pugile di Bolton ha già conquistato consensi e successi rilevanti, affermandosi come un talento di raro pregio. Non ancora diciottenne, Khan si fregiò della medaglia d’argento per la divisione dei pesi leggeri ai Giochi Olimpici del 2004; quindi, dopo il passaggio nei professionisti, ha intrapreso un’ascesa costante e sicura, come si conviene ad un predestinato. In questa prospettiva, l’incontro con Prescott non può che essere una semplice tappa intermedia, utile soltanto per avvicinarsi alla vetta dei superleggeri. Quando l’incontro inizia, il pubblico assiepato nell’arena si aspetta per l’appunto questo, pregustando l’ennesima esibizione di stile del proprio beniamino; ma l’euforia degli astanti precipita presto in uno sconforto glaciale, quando il picchiatore colombiano abbatte il rivale con una serie di poderosi ganci, chiudendo così la contesa in pochi secondi. L’avvilente K.O. al primo round sarà per Khan un autentico marchio; le speculazioni circa la scarsa tenuta ai colpi del pugile inglese si rincorreranno per lungo tempo, prima di imbattersi in fatti che ne dimostrino l’inconsistenza. Il primo provvedimento correttivo deciso dal manager Frank Warren è la sostituzione del trainer Jorge Rubio con Freddie Roach, ormai considerato da più parti come il miglior allenatore al mondo.

Dopo una simile disfatta, sorge per Khan l’urgenza di ricostruirsi una verginità pugilistica. L’occasione è data non tanto dal facile match contro l’irlandese Oisin Fagan, quanto dall’incontro seguente con il messicano Marco Antonio Barrera. L’enorme prestigio che ammanta il pugile azteca fornisce all’inglese una ghiotta occasione di riscatto: battere Barrera varrebbe il recupero del credito perso da Khan nell’incontro con Prescott. Per giunta, il pluridecorato campione messicano è certamente in declino, avendo sulle spalle ben settantuno match disputati e trentacinque anni d’età. Il tempo delle battaglie con Erik Morales è ormai passato, al pari del massimo vigore atletico; resta intatto l’orgoglio, splendido ma di per sé insufficiente. Il 14 marzo 2009, la giovane storia di Khan ricomincia dove l’epopea di Barrera finisce. La Sorte risparmia un’indegna punizione al guerriero messicano, propiziando la chiusura del match nella quinta ripresa a causa di una ferita sulla fronte di Barrera. La natura accidentale dello scontro all’origine del taglio determina un verdetto di Technical Decision che premia giustamente Amir Khan, troppo veloce per un Barrera ormai ridotto all’ombra di se stesso.

La netta vittoria su Barrera vale a Khan la disputa del titolo mondiale WBA, detenuto dal pugile ucraino Andriy Kotelnyk. Trentunenne residente ad Amburgo, Kotelnyk è il proprietario della cintura da poco più di un anno; la sua ultima difesa si è risolta in un controverso verdetto di Split Decision che ha scontentato lo sfidante – l’argentino Marcos René Maidana. Dopo la nomina di Khan a challenger, alcuni osservatori hanno insinuato che la vittoria di Kotelnyk su Maidana sia stata dettata dalla volontà di evitare l’incrocio tra Khan e lo stesso Maidana. In effetti, il pugile argentino è un picchiatore letale, mentre Kotelnyk è un tecnico dalle eccellenti capacità difensive. E’ presumibile che Khan preferisca misurarsi con la scherma di Kotelnyk anziché con la clava di Maidana; ma la logica di tale speculazione non basta a confermare le illazioni in questione, sebbene sia vero che Khan gode di ogni riguardo e tutela sul piano politico. Inoltre, la macchinazione a favore di Khan sarebbe comunque saltata se anche Kotelnyk – come quasi tutti i suoi predecessori – avesse ceduto agli assalti selvaggi di Maidana; il pugile ucraino, invece, ha saputo difendersi fino alla fine, portando le sorti dell’incontro sul tavolo dei giudici. Ad ogni modo, Khan e Kotelnik si affrontano il 18 luglio 2009, sempre alla Manchester Evening News Arena. L’incontro si traduce in un monologo del pugile inglese, che frustra il campione con la propria velocità di braccia e di gambe. Alla fine dell’ultima ripresa, i punteggi dei giudici attestano in modo unanime e schiacciante la superiorità di Khan. A soli ventidue anni, il pugile di Bolton vince il primo titolo mondiale di sigla.

La prima difesa della cintura scatena diverse critiche in merito alla scelta dello sfidante: l’occasione di competere per la corona del WBA viene concessa a Dmitriy Salita, un modesto pugile ebreo di nazionalità ucraina. Imbattuto in trentuno incontri, Salita beneficia di privilegi sportivi che ne occultano i chiari limiti agonistici. La sfida, barattata come la trasposizione sportiva dell’antinomia tra islamici ed ebrei, dura poco più di un minuto e mezzo, ovvero abbastanza da contenere tre atterramenti – riportati, ovviamente, dallo sfidante. L’inevitabile K.O.T. aggiunge ben poco al primato di Khan, che lascerà di lì a poco Frank Warren per stipulare un contratto con la Golden Boy Promotions di Oscar De La Hoya.

Dopo una sfida tanto agevole, il pubblico auspica una resa dei conti tra Khan e Marcos Maidana, che ha nel frattempo vinto l’inutile titolo mondiale ad interim. Tuttavia, l’idea di affrontare il temibile argentino continua a turbare il pugile inglese, che trova un rivale più adatto nell’italoamericano Paul Malignaggi. Ventinovenne nativo di Brooklyn, Malignaggi è un vero virtuoso del jab, ma difetta di potenza e di soluzioni offensive. Malgrado le promesse di vittoria dispensate prima del match, il pugile di sangue siciliano sembra destinato alla sconfitta. Il 15 maggio 2010, il pubblico del mitico Madison Square Garden vede i pronostici avverarsi fedelmente: Malignaggi crolla nell’undicesimo round, chiudendo così una prova di coraggio e d’impotenza.

(Le immagini di Amir Khan-Maidana)

Il differimento ad oltranza del match tra Khan e Maidana si risolve finalmente nei mesi seguenti, quando la WBA – dietro indicazione del pugile inglese – ordina l’incontro tra il campione regolare e quello ad interim. L’atteso confronto si disputa l’11 dicembre 2010 al Mandalay Bay Resort & Casino di Las Vegas. La prima ripresa regala emozioni a piene mani. Khan manifesta subito la ferma intenzione di gestire la contesa, confondendo l’avversario con un gioco di gambe scintillante e con attacchi improvvisi lanciati da lontano. Maidana, statico sulle gambe, subisce le veloci iniziative del rivale, provando a colpire d’incontro o di rimessa. Il pugile inglese, conscio del pericolo, affonda con rapidi colpi combinati per poi uscire senza esitare, badando di non stare mai sui colpi. Nell’unico frangente in cui accetta lo scambio a media distanza, Khan rimedia due ganci destri piuttosto pesanti, assorbendoli con qualche imbarazzo. Il controllo del match resta comunque nelle mani del campione, che tiene la distanza e si muove senza posa, portando al momento opportuno attacchi vari e veloci, difficili da leggere per lo sfidante argentino. Essendo la testa il bersaglio preferito dal rivale, Maidana tiene i guantoni alti a difesa del volto, trascurando di coprire il fegato e la milza. Così, quando Khan sferra un gancio sinistro al fegato subito dopo due colpi alla testa, il pugile argentino accusa e stramazza al tappeto, contorcendosi per il dolore. Il colpo al fegato è certamente uno dei più efficaci, avendo l’effetto di togliere il fiato e di provocare un dolore difficile da sopportare. Eppure, Maidana riesce a rialzarsi e a concludere il round, mostrando ancora una volta di quale materiale sia fatto il suo corpo. Il pugile di Santa Fe approfitta dell’intervallo per superare il momento di crisi, recuperando così la piena efficienza fisica. La prima metà dell’incontro scorre sotto la guida di Kahn, che tiene alto il ritmo delle proprie iniziative e del proprio movimento. A partire dalla sesta ripresa, invece, Maidana riesce a sorprendere sempre più spesso il rivale con un largo gancio destro che incrocia la rotazione verso sinistra del pugile inglese. Le martellate del picchiatore argentino scuotono il campione in più occasioni, fino a spingerlo sull’orlo del K.O. nel decimo round. In questi momenti di sofferenza e di concitazione, Khan rivela capacità di resistenza insospettate, uscendo incolume – ancorché provato – dall’assalto all’arma bianca del rivale. Nei Championship Rounds, il pugile inglese bada unicamente alla sopravvivenza, sottraendosi al confronto e scaricando efficaci colpi di sbarramento. Maidana, per contro, non riesce a fermare il campione tagliando il ring; indispettito dall’atteggiamento dell’avversario, manifesta il proprio disappunto in modo plateale, volendo così rimarcare la propria superiorità territoriale. Khan finisce il match con un sussulto, mettendo a segno colpi veloci e precisi. Al termine dell’incontro, entrambi i contendenti sono convinti della vittoria; i giudici, invece, ritengono che il vincitore sia Khan. Il verdetto spaccherà diametralmente l’opinione dei critici e degli appassionati, finendo così per confermare l’incertezza e l’equilibrio del confronto. In ogni caso, Amir Khan emerge dalla sfida con Maidana più forte e più completo di quanto fosse – o apparisse – in precedenza.

Dopo una simile battaglia, la scelta di un rivale meno impegnativo è giustificabile – se non condivisibile. A quattro mesi di distanza dallo scontro con Maidana, Khan raccoglie la sfida di Paul McCloskey, un pugile nordirlandese di trentuno anni. Campione europeo in carica, McCloskey è un coraggioso incontrista mancino, inferiore di almeno due spanne al padrone del titolo in palio. Le aspirazioni dello sfidante s’infrangono presto contro la cruda realtà: un Khan stranamente contratto e nervoso surclassa comunque il rivale, vincendo l’incontro per Decisione Tecnica al sesto round. Le accese proteste del clan di McCloskey riguardo allo scontro di teste che ha causato la fine del match sono insensate; la vittoria di Khan – salutata con giubilo dal pubblico di Manchester – è del tutto legittima.

I tempi sono finalmente maturi per la parziale riunificazione del titolo mondiale. Sul ring del Mandalay Bay Resort & Casino di Las Vegas, Amir Khan pone in palio il proprio titolo di sigla contro il veterano Zab Judah, detentore della cintura IBF. Judah è un pugile mancino di trentatré anni, già campione mondiale di sigla nelle divisioni dei superleggeri e dei welter. Dotato di tecnica, tempismo e rapidità d’esecuzione notevoli, Judah difetta da sempre di resistenza e di potenza nei colpi. Dopo una lunga militanza nella categoria superiore, il tardivo ritorno nella divisione dei superleggeri ha sortito un effetto rigenerativo, culminando nella conquista di un titolo mondiale. Il 23 luglio 2011, Khan viene dato per favorito in un match che si annuncia comunque interessante. In realtà, l’interesse è destinato a mutarsi in stupore per l’irrisoria scioltezza con cui il pugile inglese dispone del proprio avversario. Non un solo istante del match vede Judah in grado di opporsi al rivale; gli attacchi continui di Khan non comportano alcuna reazione che vada oltre la semplice difesa. Entrando con uno spostamento verso sinistra seguito da serie insistite di uno-due, il giovane campione sbaraglia la guardia destra dell’avversario, che riesce a salvarsi soltanto grazie all’ottimo movimento dei piedi e del tronco. Dello splendido montante sinistro di Judah non è dato vedere che qualche sporadico abbozzo. Nel quinto round, il pugile di Brooklyn esce di scena in un modo ancora più deplorevole: dopo aver incassato un colpo all’altezza della cintura, Judah si accascia al tappeto simulando gli effetti di un colpo basso. La pantomima non trae in inganno l’arbitro Drakulich, che sanziona il knockdown procedendo al conteggio; il pugile newyorkese, anziché rialzarsi, indugia in proteste pretestuose, salvo poi stupirsi del K.O. decretato dall’arbitro. Questa chiosa grottesca è l’indegno strascico di un match segnato dall’impressionante dominio di Amir Khan.

Attualmente, Khan medita il passaggio nella categoria dei welter, anche perché non intende accordare a Maidana la giusta rivincita. Nella classifica dei dieci superleggeri migliori al mondo secondo la rivista The Ring, Amir Khan ha sopravanzato Timothy Bradley, strappandogli la prima posizione.