Leggenda. Pochissimi pugili meritano tale qualifica più di Julio César Chávez, un uomo capace di vincere i primi ottantasette incontri della propria infinita carriera. La prima sconfitta giunse soltanto al novantunesimo match, dopo quindici anni di successi e sette titoli mondiali in tre divisioni di peso. Tra il primo trionfo iridato e la prima caduta intercorse un decennio grandioso, traboccante di vittorie magnifiche contro i migliori rivali possibili nelle categorie dei superpiuma, dei leggeri e dei superleggeri. Fu in questo periodo che Chávez convinse il mondo di essere invincibile, affermandosi oltre ogni dubbio come il pugile più forte di quel tempo e come uno dei più grandi di sempre.
Il mito di Chávez rischiò di essere abortito il 4 marzo 1981, quando il pugile messicano – allora neanche ventenne e con undici match alle spalle – sfidò il connazionale Miguel Ruiz, un modesto mestierante con quattro vittorie e undici sconfitte all’attivo. Chávez lo stese sul gong di chiusura del round iniziale, ma fu dichiarato sconfitto per aver atterrato il rivale dopo il segnale. Il verdetto, beffardo e paradossale, fu riveduto il giorno seguente, quando la commissione pugilistica di Culiacán riesaminò l’accaduto e cambiò il risultato del match. Nella controversa vicenda, un ruolo decisivo fu giocato da Ramón Felix, che era ad un tempo manager di Chávez e membro della commissione locale: il sovvertimento del verdetto fu probabilmente opera sua. Grazie alla revoca della squalifica, il pugile messicano mantenne immacolato il proprio record, gettando le basi per un prossimo futuro da invincibile.
Passarono tre anni e mezzo, durante i quali Chávez disputò e vinse trentuno incontri. Quindi, il 13 settembre 1984, il giovane pugile di Culiacán combatté il primo match valevole per una cintura mondiale: sul ring dell’Olympic Auditorium di Los Angeles, Chávez affrontava il connazionale Mario Martínez; in palio, il titolo mondiale WBC dei superpiuma, che era vacante da quando il campione Héctor Camacho era passato nei pesi leggeri. Martínez era un baffuto diciannovenne di Guadalajara; professionista da quando aveva quattordici anni, vantava già trentasei incontri ufficiali – nessuno dei quali valeva per una corona mondiale. Entrambi i pugili erano, dunque, all’esordio in un match iridato. Anche per questa ragione, la loro nomina a co-sfidanti era stata accolta con scetticismo, tanto più che la classe dei superpiuma abbondava di atleti forti e quotati. In particolare, Chávez aveva goduto di un trattamento benevolo: sebbene non fosse al vertice della classifica mondiale, era stato promosso a sfidante in luogo dei pugili che lo precedevano nel ranking. In effetti, il WBC ha sempre avuto – ed ha tuttora – un riguardo speciale per i messicani: l’ente, nato in Messico nel 1963, era presieduto già allora dal messicano José Sulaimán – in carica ancora oggi. Come le altre associazioni pugilistiche mondiali, anche il World Boxing Council fa riferimento ad un’area geografica precisa, che ne costituisce il bacino d’utenza privilegiato; tale zona di competenza comprende l’Estremo Oriente e, per l’appunto, l’America centro-meridionale. Di qui, la preferenza del WBC per i pugili asiatici e, soprattutto, centroamericani – con una premura speciale per i messicani. Ad ogni modo, Chávez provò il proprio valore battendo Martínez per K.O.T. durante l’ottava ripresa. A ventidue anni, il pugile di Culiacán conseguiva la prima corona iridata, che gli valeva tanti onori quanti oneri. Un campione mondiale, infatti, è tale a tutti gli effetti quando sconfigga i pugili migliori nella categoria d’appartenenza – specialmente se, come Chávez, non li abbia affrontati prima di vincere il titolo. Il giovane campione doveva quindi mostrare di meritare lo scettro battendo i rivali più forti della divisione. In ordine di apparizione, pugili del calibro di Ruben Castillo, Roger Mayweather, Rocky Lockridge, Juan Laporte salirono sul ring con Chávez per scenderne sconfitti. Castillo, ventisettenne texano già avversario di Alexis Argüello e di Salvador Sánchez, non andò oltre la sesta ripresa; Mayweather – zio nonché allenatore attuale dell’imbattuto Floyd Mayweather Jr – crollò addirittura nella seconda. Rocky Lockridge e Juan Laporte, invece, portarono le rispettive sfide ai punti, misurandosi alla pari con il campione. Lockridge – già sfortunato ma degno rivale del portoricano Wilfredo Gómez, che gli strappò la cintura WBA dei superpiuma – uscì sconfitto con una Majority Decision tanto onorevole quanto generosa; Laporte – pugile portoricano di ventisette anni, già avversario di fuoriclasse come Salvador Sánchez, Eusebio Pedroza e Wilfredo Gómez – scatenò con Chávez una battaglia gagliarda, persa con l’onore delle armi. Questi successi in sequenza contro i rivali migliori fugarono il minimo dubbio residuo circa il valore effettivo di Chávez: in forza dei risultati ottenuti, il pugile di Culiacán era l’autentico dominatore della categoria. Le successive vittorie sul brasiliano Francisco Tomas Da Cruz e sul dominicano Danilo Cabrera non furono altro che ulteriori conferme. Con nove difese del titolo in soli due anni, Chávez aveva avvilito e disperso la concorrenza, affermandosi già come uno dei pugili più forti al mondo.
Non avendo rivali nei superpiuma, Chávez passò nella categoria dei leggeri per affrontare Edwin Rosario. Titolare della cintura WBA, Rosario era un fenomeno portoricano di ventiquattro anni. Il suo straordinario talento era sbocciato in modo precoce, tanto da farne un campione mondiale prima che avesse compiuto i vent’anni. Dopo aver conquistato la prima corona iridata battendo un campione forte ed esperto come il messicano José Luis Ramírez, Rosario – allora ancora diciannovenne – difese il titolo in due occasioni, per poi consegnarlo allo stesso Ramírez in uno dei match più folli ed entusiasmanti di sempre. Il pugile portoricano fallì il tentativo di riconquista del titolo uscendo sconfitto ai punti – con un verdetto di Split Decision – dal match con il connazionale Héctor Camacho, che aveva sottratto lo scettro a Ramírez; quindi, divenne di nuovo campione battendo Livingstone Bramble per la cintura WBA, che si accingeva a difendere dalla minaccia di Chávez. Mancino naturale impostato in guardia normale, Rosario era soprattutto un picchiatore tremendo, capace di mandare K.O. ventisette dei trentuno avversari battuti. D’altro canto, la sua posizione di guardia – con i pugni appaiati davanti al mento ed i gomiti aperti – tendeva a lasciare scoperte le zone dei fianchi e del plesso solare, offrendo varchi invitanti per il lavoro al corpo. Chávez, da vero maestro del body-shot, impose la corta distanza e gli scambi serrati, martoriando i fianchi del portoricano. I colpi del coraggioso Rosario, noti per la potenza letale, parevano infrangersi sulle mascelle granitiche dello sfidante come le onde marine contro gli scogli; per contro, le martellate del messicano – abile a variare i colpi alla testa e al corpo – fiaccavano le resistenze del generoso campione, la cui impotenza al cospetto di Chávez era tanto incredibile quanto evidente. Nell’undicesimo round, il tempestivo intervento dell’arbitro Richard Steele traeva in salvo lo strenuo Rosario, ormai tumefatto in volto ed in netto svantaggio sui cartellini dei giudici. L’impressionante prova di forza valse al campione messicano la seconda corona iridata in altrettante classi di peso e, soprattutto, il titolo onorifico di pugile più forte al mondo.
Nacque così il mito di Chávez, l’invincibile. Il pugile di Culiacán sembrava una sorta di semidio: invulnerabile ai colpi, aveva mani di pietra ed una tempra d’acciaio. Il suo corpo sembrava essere fatto di un materiale speciale, ignoto agli uomini e non replicabile: anche dopo battaglie furiose, era impossibile scorgere un segno di lotta sul volto del pugile azteca. I colpi al corpo sferrati da Chávez erano tuoni che rimbombavano dentro le ossa degli avversari; il gancio sinistro, invece, era affilato e puntuale come un rasoio. Pur non essendo veloce, il venticinquenne di Culiacán disponeva di classe, tecnica, ritmo e tempismo. La corta distanza era il suo regno, ma non escludeva le alternative: a media distanza, Chávez era altrettanto efficace e temibile, avendo la capacità di mettere il destro sul jab del rivale e di andare a bersaglio da ogni angolazione possibile. Anche nei pesi leggeri, il fuoriclasse messicano dettava legge: il panamense Rodolfo Aguilar – ventiquattrenne sfidante ufficiale, ancora imbattuto in ventuno incontri – capitolò nella sesta ripresa; il veterano trentaquattrenne Rafael Bazooka Limón – già nella storia del pugilato azteca in virtù delle quattro battaglie con Bobby Chacón – resistette fino al settimo round di un incontro che, peraltro, non aveva alcun titolo in palio. Il 29 ottobre 1988, Chávez sfidò il messicano José Luis Ramírez per la riunificazione della corona mondiale. Ramírez era infatti il campione del WBC; picchiatore letale, contava già centosette incontri da professionista benché non avesse ancora compiuto trent’anni. La sua dirompente potenza gli consentiva di chiudere i match in qualsiasi momento, come dimostravano il K.O.T. al quarto round inflitto a Rosario ed il knockdown che fece sudare freddo Alexis Argüello in un confronto poi vinto dal nicaraguense – ma solo ai punti e, per giunta, con un verdetto di Split Decision. Messo K.O. soltanto dal grande Rubén Olivares quando non era neanche ventenne, Ramírez era provvisto di una mascella che poco invidiava a quella di Chávez; per questa ragione, oltre che per la fiducia riposta nell’efficacia del proprio destro, il detentore WBC affrontò l’imbattuto rivale senza timori di sorta, tenendo il centro del ring e cercando di snaturare la boxe di Chávez. Ne risultò una sfida gagliarda tra due combattenti di razza, dotati di un fisico e di una tempra che parevano scolpiti nella roccia. Il pugile di Culiacán, spesso costretto a muoversi intorno al rivale, propose per lunghi tratti una boxe di rimessa che ne rimarcava le doti tecniche – ingiustamente sottostimate da molti critici a causa della condotta arrembante che Chávez attuava di solito. Nell’undicesimo round, Ramírez doveva fermarsi per via di un taglio causato da una testata fortuita. L’incontro veniva quindi deciso dai cartellini dei giudici, che decretavano unanimemente il giusto trionfo di Chávez.
Questa vittoria fu la sessantaduesima nella carriera di Julio César Chávez, che era deciso a salire di peso per consacrarsi campione di tre divisioni. Appena passato nei superleggeri, il pugile di Culiacán ottenne un incontro con titolo in palio: sul ring di Inglewood, in California, Chávez sfidava il campione WBC Roger Mayweather, che aveva già affrontato e battuto nella divisione dei superpiuma. Grazie all’ottima prova del detentore, il match di rivincita si rivelò molto più incerto del precedente, pur concludendosi con lo stesso responso: piegato dall’azione sempre più dura, pesante e insistente dello sfidante, Mayweather si arrese nell’intervallo tra il decimo e l’undicesimo round, preferendo restare seduto sul proprio sgabello. Chávez spronò il rivale a rialzarsi, quasi a voler rimarcare il divario di temperamento; quindi, si abbandonò all’abbraccio che i numerosi tifosi di origine messicana gli tributavano. Con questo successo, il pugile di Culiacán diventava campione di sigla nella terza classe di peso; l’obiettivo futuro era laurearsi campione assoluto attraverso la riunificazione del titolo mondiale. Dopo aver difeso la cintura dai tentativi del portoricano Sammy Fuentes e dell’imbattuto argentino Alberto Cortes, Chávez aveva l’occasione di annettere una seconda corona a quella del WBC: il 17 marzo 1990, l’imbattibile campione messicano sfidava l’imbattuto campione IBF Meldrick Taylor. Ventitreenne di Filadelfia, Taylor era un pugile tecnico e, soprattutto, veloce – tanto di braccia quanto di gambe. Non essendo superiore al rivale in termini di altezza o di allungo, il detentore IBF decise di battersi ad armi pari con il quotato avversario, accettando la corta distanza e gli scambi serrati. Il pugile di Filadelfia attaccava con rapide combinazioni di colpi fulminei, uscendo prontamente dalla guardia salvo rientrarvi subito dopo. Agile e dinamico sui piedi, Taylor colpiva arretrando o spostandosi lateralmente; i suoi colpi, fitti e veloci, piovevano sull’avversario senza che questi potesse evitarli. Chávez incassava i fendenti con una noncuranza strabiliante, ma continuava a patire il ritmo, la velocità e la mobilità del rivale. Le detonanti bordate del pugile messicano erano efficaci come sempre, ma rimanevano azioni isolate rispetto agli attacchi continui e guizzanti del detentore IBF. D’altra parte, il solo dei due contendenti che denunciasse scompensi con il passare dei round era appunto Taylor, il cui volto andava facendosi sempre più gonfio. Il pugile di Filadelfia approdava ai Championship Rounds con un vantaggio notevole su due dei tre cartellini; tuttavia, non conoscendo i punteggi parziali, confermò la condotta dei round precedenti anziché preferirle una tattica conservativa. La scelta di Taylor, comprensibile – se non condivisibile – nel merito, risultò disastrosa nelle conseguenze: nei nove minuti finali, Chávez forzò gli attacchi, trascinando il rivale in una battaglia ancora più aspra. Durante il round conclusivo, il destro del pugile messicano scosse in modo brutale il campione IBF, che cadde al tappeto subito dopo su un gancio destro tremendo. Alla fine del match – e alla vittoria di Taylor – mancavano circa cinque secondi; l’arbitro Richard Steele procedette al conteggio e, rilevando l’inabilità dell’atleta contato, decretò il K.O.T. nel clamoroso stupore del pubblico presente. La decisione arbitrale fu sin da subito oggetto di discussioni infinite e di rimostranze vibranti. A chi gli chiedeva di motivare la scelta, l’arbitro Steele spiegò che il suo compito era tutelare l’atleta, senza badare ai secondi residui o ad altri fattori esterni. Ad ogni modo, il match – degno della trama di un film con finale a sorpresa – fu dichiarato Fight of the Year dalla rivista The Ring; in seguito, la stessa rivista avrebbe votato l’incontro anche come Fight of the Decade.
Scampato alla prima sconfitta in carriera, Chávez difese i due titoli contro il sudcoreano Ahn Kyung-Duk – ventottenne sfidante ufficiale che diede l’addio alla boxe dopo il confronto con il messicano – e contro lo statunitense John Duplessis – un ventiquattrenne di New Orleans con molte vittorie e nessun avversario probante all’attivo. Dopo le due difese, Chávez perse il titolo dell’IBF, reso vacante dall’ente per essere messo in palio tra Roger Mayweather e il colombiano Rafael Pineda. Quindi, il pugile di Culiacán mantenne il titolo WBC superando ai punti lo statunitense Lonnie Smith, che aveva detenuto la stessa cintura sei anni prima. Anche nei superleggeri, Chávez aveva decimato i rivali: Taylor era passato nei welter dopo la nota sconfitta; tra gli altri pugili ai vertici delle classifiche, solo Héctor Macho Camacho sembrava capace di mettere in dubbio il primato di Chávez. Camacho era un campione portoricano che aveva mietuto successi nella divisione dei pesi leggeri, confermandosi a tale livello dopo il passaggio nei superleggeri. Da peso leggero, il pugile di Bayamón aveva battuto avversari come José Luis Ramírez, Edwin Rosario e Cornelius Boza Edwards, affermandosi come un campione di rango mondiale. Da superleggero, invece, Camacho aveva subìto la prima sconfitta, maturata per Split Decision contro lo statunitense Greg Haugen; ma aveva anche battuto rivali quotati quali Ray Mancini e Vinny Pazienza, non trascurando di vendicare l’unico smacco mediante un successo in rivincita – sempre per Split Decision – contro lo stesso Haugen. Detentore di titoli iridati nelle divisioni dei superpiuma, dei leggeri e dei superleggeri, Camacho era un mancino completo, dotato di tecnica, velocità, potenza e solidità di mascella. L’atteso confronto tra Chávez e il Macho si disputò a Las Vegas il 12 settembre 1992 – dopo che Chávez ebbe difeso il titolo dai tentativi dell’imbattuto sfidante ufficiale Angel Hernandez e dello statunitense Frankie Mitchell. Sul ring del Thomas & Mack Center, Camacho non tenne fede ai boriosi propositi della vigilia, perdendo persino la tanto ostentata baldanza: inerme al cospetto di Chávez, il pugile di Bayamón si sottrasse al confronto, preferendo una resa ingloriosa ad una sconfitta onorevole. Vincendo ai punti in modo schiacciante, il fuoriclasse di Culiacán affidò agli annali un’altra impresa immortale. Il mito dell’invincibile si rinnovava una volta di più, guadagnando vette sempre più alte e grandiose. I giorni migliori del Macho, invece, finivano quella sera.
La grande vittoria su Héctor Camacho fece di Chávez un vero eroe nazionale: al rientro in Messico, il leggendario campione trovò una folla oceanica in trepida attesa; quindi, raggiunse la residenza del Presidente Carlos Salinas a bordo dell’auto che era servita al trasporto del Papa durante la visita in Messico. La fama di Chávez aveva toccato livelli stellari, come provò l’incontro che ebbe luogo a Città del Messico il 20 febbraio 1993. L’immenso Stadio Azteca accolse 132.247 paganti, accorsi a vedere il confronto tra il beniamino locale e lo sfidante Greg Haugen, un pugile trentaduenne di Seattle. Pur non essendo un fenomeno, Haugen era un rivale di alto spessore: già vincitore di Vinny Pazienza, Héctor Camacho e Ray Mancini, aveva ceduto soltanto agli stessi Pazienza e Camacho ed al grande Pernell Whitaker, peraltro sempre ai punti. Nei giorni che precedettero il match, Haugen ebbe la bella pensata di provocare il campione con frasi insultanti e di scherno – rivolte non solo a Chávez, ma anche all’intero popolo messicano. Quando la sfida ebbe inizio, il fuoriclasse azteca atterrò l’avversario in pochi secondi; quindi, lo sottopose ad una punizione esemplare per cinque riprese, senza che Haugen avesse la forza o l’ardire di opporre la minima replica. Tenace nel mantenersi in piedi, Haugen fu tratto in salvo dall’arbitro, che ne sancì la sconfitta per K.O.T. al quinto round. Dopo una simile prova di forza, Chávez pareva lanciato verso orizzonti sempre più fulgidi; nessuno poteva pensare che, invece, quella vittoria segnava l’inizio del suo declino.
Chávez difese il titolo un’ultima volta contro il trentatreenne della Guyana Terrence Alli; quindi, salì nei welter per diventare campione in quattro classi di peso. L’impresa – fino ad allora mai riuscita ad un pugile azteca – si prospettava ardua: il detentore del titolo WBC – cui Chávez ambiva – era il ventinovenne Pernell Whitaker, un fuoriclasse mancino nato in Virginia. Già campione mondiale dei pesi leggeri e campione di sigla nei superleggeri e nei welter, Whitaker era un autentico mago della difesa, tanto da essere considerato come il degno erede di Willie Pep, Nicolino Locche e Wilfred Benítez. In trentatré incontri, il pugile della Virginia aveva subìto una sola sconfitta – per giunta dubbia – da José Luis Ramírez, poi regolato in un match di rivincita. Da peso leggero, Whitaker riunificò la corona mondiale; nelle divisioni dei superleggeri e dei welter, invece, detenne cinture di sigla battendo avversari molto più alti e pesanti. L’incontro tra Chávez e Whitaker si disputò a San Antonio il 10 settembre 1993. Il detentore del titolo in palio riuscì ad imbrigliare il rivale attraverso il gioco di gambe e le pratiche difensive: abile quanto scaltro, Whitaker seppe sfuggire allo scontro, gestendo il confronto sul piano tattico. Chávez provava a portare pressione tagliando il ring, ma non riusciva a forzare gli attacchi, domato dall’ostruzionismo del pugile di Norfolk. Al suono del gong di chiusura, la prima sconfitta di Chávez pareva ormai scritta, se non altro perché l’avversario aveva dettato i temi del match. Invece, due dei tre giudici avevano un pari, mentre il terzo vedeva vincente Whitaker. L’esito fu contestato aspramente da molte testate sportive: la famosa rivista Sports Illustrated uscì con il titolo “Robbed!” per denunciare l’ingiusto verdetto.
(Julio Cesar Chavez contro Taylor)
Gli incontri con Taylor e Whitaker – seppure intervallati dalle splendide vittorie su Haugen e Camacho – mostrarono un Chávez non più invincibile. Dopo ottantotto match, ventisei dei quali con titoli iridati in palio, il pugile di Culiacán iniziava a patire l’usura del tempo, pagando dazio alle molte fatiche sostenute. Lo spettro della sconfitta, ormai minaccioso e incombente, divenne reale il 29 gennaio 1994. Sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas, Frankie Randall sconvolse il mondo abbattendo due tabù. Per primo, cadde il mito dell’invulnerabilità di Chávez, messo a sedere da un destro di Randall nell’undicesimo round; quindi, crollò il tabù dell’imbattibilità, infranta da una Split Decision comunque dubbia. In questo incontro, l’arbitro Steele sottrasse a Chávez quanto – secondo il parere di molti – gli aveva regalato con Taylor: nel settimo e nell’undicesimo round, a Chávez fu comminata la detrazione di un punto – due in totale – per colpi bassi, senza la quale il verdetto – comunque di Split Decision – avrebbe premiato il pugile messicano. Chávez imputò la sconfitta alla scelta arbitrale, volendo così svicolare dalle ragioni profonde della caduta; ma, in realtà, il suo declino era ormai palese. Frankie Randall – nato in Alabama trentadue anni prima – era un buon pugile, ma certamente non tra i migliori affrontati da Chávez; solo, aveva sfidato il campione al momento giusto, sfruttando a dovere la rara occasione. Il fiero guerriero azteca non era comunque il tipo che lasci impunita la prima sconfitta in novanta incontri ufficiali: chiese ed ottenne una pronta rivincita, che fu disputata a Las Vegas il 7 maggio 1994. In una sorta di contrappasso, Randall perse il match – nonché la corona dei superleggeri strappata a Chávez – in un modo assai simile a quello in cui vinse il primo. Sul finire dell’ottava ripresa, il fuoriclasse messicano – nell’inedita veste di pugile sfidante – riportò una ferita all’arcata sopraccigliare destra, in seguito alla quale il giudice di gara Mills Lane comminò la detrazione di un punto al campione per poi decretare la fine del match. Il verdetto scaturì dai punteggi provvisori dei giudici, al netto del punto detratto a Randall: come nel primo incontro, l’esito fu una Split Decision ristretta; stavolta, però, il vincitore fu Chávez – col provvidenziale sostegno del punto sottratto al campione.
Il successo, tuttavia, non regalava certezze – anzi, forse aggiungeva soltanto dubbi. Nell’ottava ripresa della seconda sfida con Randall, Chávez aveva rischiato il knockdown, reagendo con classe ed orgoglio malgrado un palese imbarazzo fisico. La sospensione del match era giunta propizia, poiché risparmiava al pugile azteca l’ultimo terzo d’incontro – quando il calo di Chávez, già preoccupante e vistoso, sarebbe andato aggravandosi. Tornato comunque in possesso del titolo WBC, Chávez avviò una campagna di fortunate difese, battendo – stavolta ben prima dell’ultimo round – un Meldrick Taylor ormai in declino, per poi superare in sequenza lo statunitense Tony Lopez, l’italiano Giovanni Parisi ed il keniano David Kamau.
Ben più arduo era l’impegno che Chávez sostenne giugno 1996: sul ring del Caesars Palace di Las Vegas, il pugile di Culiacán era atteso da Oscar De La Hoya, un giovane fenomeno in ascesa verticale. Californiano di chiara origine messicana, il ventitreenne De La Hoya – noto come il Golden Boy della boxe mondiale – era già tra i pugili migliori al mondo: malgrado l’età ancora verde, era già stato olimpionico ad Atlanta e campione iridato nei superpiuma e nei leggeri. Una vittoria su Chávez avrebbe fruttato la quarta cintura mondiale in tre divisioni e, soprattutto, l’onore di aver battuto un autentico mito. In una sessione di sparring tenutasi sei anni prima, De La Hoya aveva saggiato la forza di Chávez andando al tappeto su un gancio destro; da allora, il tempo aveva giocato a vantaggio del Golden Boy, che si opponeva al campione messicano da favorito. Longilineo ma ben strutturato, De La Hoya era un pugile completo: veloce di braccia e di piedi, aveva un gioco di gambe brillante ed una destrezza notevole nel combinare i colpi; il sinistro a metà tra gancio e montante, spesso portato dopo il diretto destro, era il suo colpo migliore. L’incontro tra De La Hoya e Chávez prese una piega precisa fin dall’inizio del primo round, quando il campione, in seguito ad un colpo regolare, riportò una profonda ferita all’altezza del sopracciglio destro. De La Hoya, stupendo nel gioco di gambe, non concedeva la corta distanza ad agiva d’incontro – uscendo benissimo dai colpi. Nel quarto round, il volto di Chávez era coperto di sangue, tanto che l’arbitro dovette sospendere il match. Il detentore, fino ad allora dominato dal rivale, usciva sconfitto con un K.O.T. che, a ben vedere, gli risparmiava un calvario crudele.
La caduta forniva il pretesto ideale per un’onorevole uscita di scena; ma Chávez non colse l’occasione e, il 7 marzo 1998, tentò la riconquista del titolo ceduto a De La Hoya. La cintura, nel frattempo, era rimasta vacante in seguito al passaggio del campione nella divisione dei welter; così, veniva messa in palio tra due pugili che, curiosamente, avevano in comune una sconfitta per mano di Oscar De La Hoya. Il ventisettenne messicano Miguel Ángel González, infatti, aveva sfidato De La Hoya nella prima difesa del titolo, uscendo sconfitto dal confronto tra imbattuti. Già detentore del WBC nei pesi leggeri, l’arcigno messicano impegnò severamente l’illustre co-sfidante, imponendogli il pareggio. Anche in questo caso, Chávez avrebbe potuto ritirarsi con onore; invece, l’ostinato campione tentò un’impresa impossibile, già mancata contro Whitaker cinque anni prima. L’ormai trentaseienne messicano decise di salire nei welter per sfidare De La Hoya, nell’intento velleitario di lavare la sconfitta precedente e di vincere un titolo mondiale nella quarta divisione. Il fuoriclasse californiano, infatti, era riuscito nell’impresa cui Chávez ambiva battendo Pernell Whitaker per la cintura WBC dei welter, che aveva poi difeso quattro volte. Il 18 settembre 1998, De La Hoya disputò con successo la quinta difesa del titolo, piegando l’avversario nell’ottava ripresa. Chávez si arrese ad una ferita nella bocca, dopo aver sfidato con l’usuale gagliardia un rivale chiaramente superiore. Anche questa volta, l’onore delle armi non era in alcun modo negato al gladiatore messicano – nel quale, tuttavia, la voglia di combattere non si estingueva sotto il peso degli smacchi subiti. Spinto dall’orgoglio oltre le soglie dell’autolesionismo fisico e sportivo, Chávez inciampò nel carneade Willy Wise prima di sfidare il micidiale Kostya Tszyu in un match paradossale – in quanto valevole per una cintura iridata alla quale il combattente messicano non poteva più aspirare. Con la colpevole acquiescenza del WBC, un Chávez trentottenne, integro soltanto nell’orgoglio, rischiò la salute contro un pugile temuto per l’enorme potenza dei colpi. Tszyu, trentenne russo con ascendenze mongole e coreane e passaporto australiano – aveva vinto il titolo WBC dei superleggeri battendo per K.O.T. Miguel Ángel González; in precedenza, aveva tenuto per oltre due anni il titolo IBF, salvo poi cederlo a Vince Phillips nell’unico incontro perso fino ad allora. Atleta eccellente e picchiatore letale, Tszyu distrusse Chávez in sei riprese, atterrandolo in modo brutale con un tremendo diretto destro. Anche in questa occasione, il leggendario campione fornì una riprova gratuita del proprio infinito orgoglio, reggendo in piedi fino al propizio intervento arbitrale.
Dal 2001 al 2005, Chávez ha inscenato una serie frenetica di abbandoni e rientri alternati, chiusa finalmente il 17 settembre 2005 dal match perso per K.O.T. – causa infortunio a una mano – contro il modesto Grover Wiley.
Considerato oltre ogni dubbio come il miglior messicano di sempre, Chávez vinse centosette dei centoquindici match disputati, mettendo K.O. gli avversari per ottantasei volte. Le sole cifre, nella propria banale nudità, bastano a rendere in modo eloquente l’immensa grandezza di Julio César Chávez – un uomo chiamato leggenda.
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