Storie di Boxe

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Tutto comincia in una cantina. Vince l’oro a Roma '60, divide l’Italia con Sandro Mazzinghi. Poi arriva Monzon

 

Benvenuti comincia a fare boxe spinto da qualcosa che sente dentro, che lo motiva, che quasi gli impone di regalare a papà Fernando le gioie che lui non ha potuto vivere. Il nonno di Nino gliel’ha impedito. All’epoca il pugilato faceva paura.

La decisione di diventare pugile è istintiva.

Non sa molto di questo sport. Ma sa che deve imparare a tirare pugni. E così si inventa un mondo tutto suo. Appende alla trave della cantina di casa un sacco di juta pieno di frumento. Un paio di calzettoni colmi di stracci diventano i guantoni. Tira una corda fra le tre colonne della cantina e costruisce quello che lui immagina essere un ring.

Lascia quella palestra personale dopo sei mesi di grande lavoro per entrare in un ginnasio vero, aperto a pochi metri dalla casa dei Benvenuti.
È la palestra di Luciano Zorzenon, maestro per hobby, palombaro di professione. È specialista in recuperi sottomarini, ha lavorato a lungo a quello del Rex: il translatantico italiano affondato l’8 settembre del ’44 da sei cacciabombardieri inglesi.

Zorzenon recupera ferro, sanitari, piastrelle, tubazioni, motori elettrici.

Il Rex è stato una nave da crociera di lusso, Federico Fellini se ne è innamorato da giovane e l’ha immortalato in “Amarcord”. Ha inserito una magica apparizione del Rex tra l’inarrivabile languido erotismo della Gradisca, un passaggio della Mille Miglia, gli enormi seni della tabbaccaia che promettono notti di sesso sfrenato e la mitica nevicata.

Il ring d’esordio viene montanto sulla piazza del porto di Isola d’Istria.

Benvenuti al peso ufficiale registra 39 chili. L’avversario è Luigi Viezzoli detto Pierola. È più grande di quattro anni, ma questo non basta. Perde.

Un solo dilettante scende dal ring vincitore contro Benvenuti. Ci riesce tale Lutki, il match si svolge ad Ankara e tutti i testimoni oculari giurano si tratti di un verdetto totalmente sbagliato.

Il grande sogno si realizza ai Giochi di Roma 1960.

Nino conquista l’oro olimpico con l’aggiunta della Coppa Val Barker, quella per il miglior pugile. Una cavalcata trionfale che non dimenticherà mai.

«Quale è stata la tua vittoria più bella?»

«La conquista dell’oro ai Giochi di Roma».

Sul podio lancia un bacio verso il cielo nel ricordo di Dora, la mamma morta il 4 luglio del ‘56 ad appena 46 anni, quando lui ne aveva da poco compiuti 17. Lei ha seguito in silenzio la carriera sportiva del figliolo, probabilmente non avrebbe voluto assecondare quella scelta, ma era contenta. Lo era perché il ragazzo rendeva felice il papà.

Il signor Fernando (foto sopra, stringe la mano del figliolo) l’ha accompagnato restando sempre un passo indietro, lasciando che fossero i maestri a decidere. Prima Zorzellon, poi Pino Culot, Paolo Buttazzoni, Nino Tiralongo. E infine Natalino Rea, accanto al quale Benvenuti sale in cima al mondo dei dilettanti.
Messo nel cassetto l’oro ai Giochi e il primo mondiale, Nino conquista l’amore dei romani. Il Palazzo dello Sport all’Eur diventa la seconda casa. A fine carriera saranno trentatrè i match disputati su quel ring, tre volte con il titolo mondiale in palio.
E quando un indio venuto da lontano piazza il destro che chiude match, carriera e speranze di Nino, i diciottomila del Palazzone piangono. Non si vergognano di versare lacrime di rabbia e di tristezza. Capiscono che un’epoca meravigliosa sta finendo. Sono lacrime di dolore, ma anche di riconoscenza per un campione che ha saputo esaltarli anche nel giorno più duro, quello della resa al grande Carlos Monzon.


A volte per rendere ancora più prestigiosa la carriera di un grande pugile serve un altrettanto grande rivale. Muhammad Ali ha Joe Frazier, i loro tre incontri segnano un’epoca. Nino Benvenuti ha Sandro Mazzinghi. DLo incontra due volte, vince in entrambe le occasioni, anche se il toscano non accetta quei verdetti.
Né il primo, knock out al sesto round.
«Contro Benvenuti non ho mai perso. A Milano l’arbitro Brambilla avrebbe dovuto sospendere il match al quinto round. Benvenuti aveva alzato le braccia e se ne era andato verso il suo angolo gridando: “Buttate la spugna, questo mi ammazza”».


Né il secondo, sconfitta ai punti.
«Quel combattimento l’avevo vinto chiaramente, ma hanno voluto premiare lui. Prima o poi tutti si convinceranno che questa è la verità».
Nel passato di Nino, oltre alle conquiste sportive, rappresentano un momento importante anche i tre mesi trascorsi in un lebbrosario a Madras, in India. Un’esperienza indimenticabile sotto il profilo umano.

Ha fatto l’attore, il giornalista, il commentatore televisivo.

Oggi vive a Roma con Nadia Bertorello, la seconda moglie da cui ha avuto una figlia: Nathalie.

La sua è stata una carriera fantastica. Un oro olimpico, due titoli mondiali in categorie diverse. In mezzo a tutte queste gioie, sopravvive un solo rimpianto.

«Non ho realizzato uno dei miei sogni. Non ho potuto farlo per questioni di età. Mi sarebbe piaciuto affrontare Sugar Ray Robinson. Anche per perdere, mi sarebbe bastato il fatto di misurarmi con lui. Avrei voluto esser battuto da Sugar Ray Robinson, un mito».

Anche i miti hanno il loro mito.

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